Recensione – Il Cigno Nero

CignoNerolocandinaTitolo: Il Cigno Nero

Regista: Darren Aronofsky

Anno: 2010

Genere: Drammatico/Thriller/Psicologico

 

 

Trama

Una prima ballerina, Nina Sayers, ottiene il ruolo principale ne “Il lago dei cigni”. Dato il suo carattere remissivo, fragile e timido, riesce benissimo ad interpretare il cigno bianco, Odette, ma ha difficoltà nell’interpretare la sua gemella malvagia: Odile, il cigno nero. Inizia, così, a cadere nella paranoia, nell’ossessiva ricerca della perfezione, temendo anche che un’altra ballerina voglia rubarle la parte.

 

La mia opinione

Non esistono parole per descrivere quanto ho adorato questo film che, però, ho notato ricevere opinioni contrastanti dal pubblico. Si tratta di una di quelle opere che o si ama o si odia, senza via di mezzo. Questo, credo, è dovuto al fatto che il film non si può comprendere appieno, perché non se ne ha mai una visione completamente realistica. E’ pregno di paranoia, infatti, trasposta su schermo attraverso allucinazioni della protagonista, sempre più turbanti e frequenti, mano a mano che ci si avvicina al finale. In definitiva, non sarà mai del tutto chiaro allo spettatore cosa è reale e cosa no, cosa è vero e cosa è solo nella mente di Nina. Non ci sono elementi che aiutino a discernere tra allucinazione e realtà, risultando entrambe ugualmente pressanti e inquietanti.
La tecnica non è nuova per il regista, Aronofsky, che già l’aveva sperimentata con il celeberrimo Requiem for a dream, considerato da pubblico e critica il suo capolavoro. Ecco, io stavolta vado controcorrente: no, non avevo apprezzato Requiem for a dream, per una serie di motivi che andavano dal poco interesse per il tema della droga all’eccessivo grottesco di alcune allucinazioni. E, invece, a riprova del fatto che film del genere o si amano o si odiano, ho adorato Il Cigno Nero, per certi aspetti molto simile al succitato Requiem for a dream. I motivi? Eccoli.
Innanzitutto, la recitazione. E intendo da parte di tutti gli attori coinvolti, ma in particolare mi riferisco alla protagonista, Natalie Portman, che per questa interpretazione ha ricevuto un Oscar. Riesce a rendere divinamente la differenza caratteriale tra il cigno bianco e il cigno nero, a volte anche solo con uno sguardo, senza dire nulla. Inoltre, è da apprezzare e lodare lo sforzo per girare quante più scene di ballo possibili, nonostante non fosse una ballerina professionista, sforzo che le è costato un anno di allenamenti.

 

 

Secondo motivo,  la colonna sonora, che ovviamente si rifà a Il lago dei cigni di Tchaikovsky, ma che viene parzialmente rielaborata e ottimamente inserita nel contesto del film.
Ancora, bella la fotografia e bellissimi tutti i riferimenti simbolici: la costante presenza di specchi, le allucinazioni riguardanti i cigni, e i costumi delle attrici, che continuamente rimandano alla dicotomia bianco/nero, anche nelle scene di quiete e di vita quotidiana.

 

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Infine, ma non per importanza, la suspense crescente, ben dosata, costante, che esplode sul finale, accostata alla grande metafora del cigno bianco dell’opera classica, la cui storia è utilizzata come filo conduttore per raccontare anche quella di Nina.
Un film complesso, insomma, non sempre chiaro e in alcune scene abbastanza forte, disturbante. Ma se si apprezza il genere psicologico, è certamente un film da non perdere.

 

Voto: 9/10

 

 

 

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Recensione – Dunkirk

dunkirk-posterTitolo: Dunkirk

Regista: Christopher Nolan

Anno: 2017

Genere: Guerra

 

Trama

Il film percorre gli avvenimenti storici avvenuti sulla costa della città francese di Dankrque, tra maggio e giugno 1940. Le truppe alleate, composte per lo più da soldati inglesi e francesi, si ritrovarono circondate sulla costa in seguito alla ritirata. Più di 400.000 soldati vennero evacuati via mare anche grazie all’impiego di imbarcazioni civili provenienti dalla vicina costa di Dover.

 

La mia opinione

Questo film è particolare, sia nel panorama cinematografico, sia nella stessa filmografia di Nolan, poiché mantiene solo alcune delle caratteristiche che contraddistinguono il suo stile, e ne scarta altre. Viene mantenuta la narrazione non lineare, tipica del regista e biglietto da visita di film del calibro di Memento, Inception, The Prestige e Interstellar; mantenuto anche il profondo amore per il realismo, soprattutto per quel che riguarda le battaglie aeree, con riprese che ricordano molto Interstellar; mantenuto il rapporto col compositore Hans Zimmer, che non manca di fornire una colonna sonora potente, angosciante, adeguata; mantenuto il gusto per la proiezione Imax. D’altra parte, però, vediamo una rinuncia ai temi fantascientifici; depennati anche i plot twist della trama e i colpi di scena, che nei lavori precedenti di Nolan spesso rivoltavano completamente il significato della pellicola; infine, e forse è il particolare che si nota maggiormente, vi è una quasi completa rinuncia alla caratterizzazione dei personaggi, che era il caposaldo della filmografia di Nolan assieme alla narrazione non cronologica: per dare massimo spessore all’evento storico, anzi, le opinioni personali, i caratteri, le motivazioni dei singoli sono del tutto assenti, come assenti sono i dialoghi.
Per questi motivi, non è semplice dare un giudizio. Sicuramente non è il miglior film di Nolan, anche se la divisione marketing ha tentato di convincerci in tal senso. Non lo è perché, purtroppo, rinuncia a troppi capisaldi dello stile “nolaniano”, risultando meno intrattenente di altre opere.
Ciononostante, Dunkirk rimane un bel film. Come al solito nelle opere di Nolan, se ne avverte l’impegno nel produrlo, si comprende lo sforzo compiuto con la sceneggiatura non cronologica. Inoltre, la fotografia è impeccabile, regalando immagini mozzafiato e scene cariche di tensione e angoscia.

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In particolare, una menzione speciale per l’inquadratura, a inizio film, in cui uno dei protagonisti sta a terra, coprendosi il capo, e sullo sfondo, non a fuoco, si vedono le bombe cadere dal cielo.

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Questa scena è emblematica perché fa capire l’essenza del film: il protagonista sono le persone. E non le persone prese singolarmente, tanto che, alcuni, nemmeno hanno un nome; ma le persone intese come “umanità”: il punto focale di questo film è come reagisce l’umanità in situazioni di sopravvivenza precaria.

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Anche per questo motivo, non viene mai mostrato il nemico. I tedeschi, in questo film, non esistono, o esistono solo come minaccia pressante, psicologica più che fisica, che può arrivare da un momento all’altro, che impedisce ai soldati di dormire, mangiare o bere.
Dulcis in fundo, la caratteristica che ho più amato in questo film, e che sicuramente ameranno tutti i fan di Nolan: la narrazione a punti di vista non contemporanei.
Finora abbiamo visto il regista alle prese con trame già di per sé complesse, in cui la sceneggiatura intrecciata era quasi d’obbligo, ovvia; qui no, perchè l’evento in sé narrato è semplice, reale. ma Nolan ha dimostrato la capacità di complicare (e complicare in modo chiaro) un evento semplice, rendendo il film piacevole anche a chi, come me, non è un gran fan dei film di guerra e vuole solo operare il solito esercizio mentale: trovare indizi e collegarli l’uno all’altro, come un puzzle o un rebus, attività piacevolissima a cui non volevo assolutamente rinunciare in un film del mio regista preferito. E, infatti, non sono rimasta delusa: la sceneggiatura è mirabilmente complessa, intrecciata. Si alternano tre punti di vista con protagonisti diversi che assistono allo stesso evento: il punto di vista aereo, tramite l’impeccabile Tom Hardy, che qui, coperto quasi sempre dalla maschera, recita con gli occhi; il punto di vista marittimo, tramite una famiglia civile che si reca a Dankerque per salvare soldati; e, infine, il punto di vista sulla costa, tramite un gruppo di soldati, capitanato da Harry Styles, che deve fuggire, e trovare modi sempre più fantasiosi per farlo.
Ma non è finita qui: se avessimo solo tre punti di vista sarebbe troppo semplice. No, la mente degli spettatori è ulteriormente messa alla prova dal fatto che i tre punti di vista non sono contemporanei,  e nemmeno “proporzionati” tra loro, avendo tutti un ritmo diverso. Il punto di vista aereo si svolge in un’ora, quello marittimo in un giorno, quello sulla costa in una settimana, ma tutti e tre vengono raccontati nello stesso momento, con salti improvvisi tra uno e l’altro, finché non convergono tutti nello stesso evento finale.
Insomma, Nolan ha dato prova di saperci ancora fare, con la sceneggiatura intricata, nonostante il genere trattato richieda coerenza e realismo, arrivando addirittura a costruire uno schema che ricorda quello del triplice livello di sogno in Inception.
Soprattutto grazie a questi ultimi motivi, ritengo il film riuscito. È stato piacevole da guardare, mi ha tenuta col fiato sospeso e, soprattutto, mi ha fatto apprezzare il genere di guerra, che normalmente non gradisco. Non è il miglior film di Nolan, perché per me resterà sempre Interstellar, ma è un buon film, e a Modena ha guadagnato anche un applauso in sala.
Consigliatissimo a chi ha voglia di spremersi le meningi, non a chi si aspetta azione da battaglia in stile classico.

Voto: 8/10

Autocritica 13 – Solo due elementi?

Oggi abbiamo un capitolo SHOCK con un titolo SHOCK!
Per sapere cos’è l’autocritica o per andare all’indice dei capitoli, clicca QUI.

 

Capitolo 13 – Solo due elementi? [Ve l’avevo detto: SHOOOOOCK! [SM=g10386] ]

Mi risvegliai in una grotta vicino ad un fuoco caldo e accogliente [i fuochi sono sempre caldi e accoglienti nei libri FENTASI. Fanno concorrenza alle notti buie e tempestose]. Mi sollevai e guardai in giro [Perché solo un “mi” basta per cento verbi di fila]. C’era una bambina appoggiata alla parete, e un altro ragazzino vicino a lei. Appena mi vide si alzò e disse con una vocina timida :
“ Svegliata infine si è la bella fata di cui tutti parlano” [OH! Yoda era una lei! altro SHOOOOOCK! [SM=g10386] ] 
“ Mi chiamo Kety” le dissi.
La bimba era molto bella [non esiste nulla di molto brutto nei libbbri FENTASI, a parte i KaTtIvI, ovviamente], ma si muoveva lentamente e i suoi occhi non mi guardavano mai in faccia, come quelli di un cieco.
“Assegnatomi fu il nome Gramen dalla madre mia Luna. Lui è Flumen, fratello mio.” [E vai col cantico delle creature versione FENTASI! San francesco mi fa un baffo] 
“ Grazie per…”
“Dovere mio era! Ormai la fata delle creature famosa è qui a Knarenn” [ADDIRITTURA!!! [SM=g10386] [SM=g10386] Perché scusa? Ah, certo, è quella che fa “piovere polpette”, per forza gli altri la vogliono incontrare! Mai più problemi di cibo!] 
“Famosa?” chiesi con aria stupita
“Certo, tutti gli esseri che esiliati sono stati conoscere vogliono la lottatrice” [La PIOVITRICE DI POLPETTE] 
“Lottatrice?” [PIOVITRICE DI POLPETTE] 
“Così la fata chiamano, poiché non accetta come tutti gli altri di rimanere qui. [Gramen cara, fatti un sonno, ok? Non mi risulta proprio che Kety stia facendo di tutto per andarsene] Mio fu il dono della preveggenza; vidi la fata scappare dalla foresta e sconfiggere l’imprigionatrice” [Ah, ecco, mettiamoci anche un po’ di DeStInOh e siamo a posto] 
Io non dissi niente, in effetti mi aveva messo in difficoltà. [In effetti????] Poi però feci una domanda:
“Vivete qui da soli? Non c’è un villaggio”
“Una volta altri due insieme a Gramen e Flumen vivevano, ma dispersi furono qualche tempo fa. Loro erano fratello Rogum e sorella Aera. I nostri genitori erano Sole e Luna. Noi i quattro elementi rappresentavamo: io la terra, Flumen l’acqua, Rogum il fuoco e Aera il vento. Ognuno di noi una capacità possiede: io il futuro riesco a percepire, Flumen poteri curativi stupefacenti possiede, Rogum vedere riusciva in un altro luogo ed Aera felice era di inviare messaggi alle persone lontane con l’aiuto del vento” [Sì, suggestivo, se fosse stato scritto in italiano corrente forse sarebbe stato anche un pochino meno noioso da leggere] 
“Non sapete che cosa è successo a Rogum e Aera” [Io questi punti interrogativi te li pianto in fronte!] 
“Partiti eravamo per passeggiare, ma Rogum e Aera sparirono. Gramen e Flumen furono portati a Knarenn.”
“Posso chiederti come hai fatto a spaventare le Arpie?” [Una domanda intelligente, grazie al cielo!] 
“Io niente ho fatto. Loro semplicemente paura di noi hanno. [SM=g11422] [SM=g11422] [SM=g11422] Della serie: “quando non sai motivare i poteri dei tuoi personaggi, non farlo!”] Brutto effetto fa loro la nostra vicinanza: male si sentono e bisogno di aria provano.”
Poi si allontanò e tornò solo dopo qualche minuto. Nel frattempo si era alzato anche l’altro ragazzino. Aveva i capelli un po’ arruffati di colore blu, la pelle azzurra e gli occhi chiarissimi. Anche lui aveva lo sguardo un po’ perso e fissava sempre il vuoto. Non disse niente per un po’, poi mi portò una ciotola piena di un liquido azzurro chiaro.
“Bene ti fa. Bevi” [Kety, non si accettano cose dagli sconosciuti, e soprattutto la chimica mi insegna di non mettere mai le mani, e meno che mai la bocca, in liquidi sconosciuti e azzurri] 
Allora io ubbidii. [SM=g11422][SM=g11422][SM=g11422] Il sapore era decisamente poco piacevole:
“Orrendo è il suo sapore, Flumen lo sa, ma la giovane fata deve berlo: bene le fa !” [Ti starà drogando se va bene] 
“No, non è male” dissi io cercando di nascondere la mia espressione schifata, e Flumen rise.
“E’ da molto che siete qui?”
“Molto, si. [Comunque non vi sto facendo più notare i “sì” senza accento e le E accentate con l’apostrofo perché ormai dovete anche aiutarvi da soli, eh! Su su, non è che posso sempre farvi io da guida, è ora che facciate pratica nella critica!] Ma niente in confronto a tutta la nostra vita è. Nonostante il nostro aspetto, molto vecchi noi siamo. Vecchi più del mondo”
A quel punto tornò Gramen che si mise a guardare il fuoco acceso al centro della caverna, poi a parlargli in una lingua sconosciuta alle altre creature. Io la guardavo stupita.
“Parlando sta con Rogum” disse Flumen che si era accorto della mia espressione.
“Ma non avevate detto che non sapete niente sul conto dei dispersi?”
“Vero è. Lei non parla con Rogum in persona. In ogni fuoco, scintilla o incendio che sia, una parte di anima del fratello vive.
Con questa comunicare si può, per non dimenticarsi del famigliare nei lunghi anni. Quel fuoco mai lo spegniamo, in tal modo sempre Rogum vicino abbiamo. Ma Aera diversa è. Sempre spirito libero è stata lei. Flumen e Gramen mai riusciti sono a trattenere l’aria [SM=x3426448] , come era impossibile Aera trattenere.”
Appena finì di parlare si rivolse a me anche Gramen:
“Meglio ora ti senti?”
“Sì, molto meglio! Grazie di tutto” [L’extasi deve ancora fare effetto] 
In effetti non avevo più nessuna ferita, nemmeno un graffio. [MAGGGIAAAAAAH!!!!!!!!!!!] 
“Flumen bravo è stato. Curato ha le tue ferite mentre assopita eri.” [Aspettate…. e allora a che serviva il liquido puffocromato?] Disse Flumen parlando in terza persona e facendo un profondo inchino.
“Sarà meglio che torni al villaggio”
“Fonda è la notte ormai. Domani dai saggi centauri ti accompagneremo” disse Gramen.
“Non preoccuparti devi – disse Flumen – Abituati sono a non vederti per giorni” [No, non lo sono, Kety non si è quasi mai staccata dal sedere di Greg] 
“Questo è vero. [SM=g11422] Ma voi conoscete i centauri?” [SM=x3426448]
“Chi non li conosce…” Disse Gramen sorridendo.
“…sono molto amici a noi. [Non c’è dubbio, ormai Gramen e Flumen parlano come libanesi arrivati su una barcaccia] Noi quattro e i centauri nella battaglia contro i mostri delle paludi combattemmo.” [mostri delle paludi??? [SM=g10284] [SM=g10284] [SM=g10284] [SM=g10255] [SM=g10255] [SM=g10255]  E questi da dove sono cicciati fuori?] 
“M…mostri delle paludi?” [Ah, ecco che kety ha qualche reazione!] 
“Non preoccuparti devi. Più di cinquecento anni fa si estinsero.” [Della serie: uccidiamo i MOSTRI solo perché sono brutti e vivono nelle paludi e facciamo estinguere un’intera specie per questo motivo. YEEEH!] 
“Non disturbare devi la mia paziente” disse Flumen.
“Riposare per molte ore deve, senza te che tutti i nostri fatti racconti, venire facendo il mal di testa” aggiunse sorridendo. [Odio questa parlata, vi prego, uccideteli! Per una volta tengo per te Kety: poni fine alle loro sofferenze!] 
“Mal di testa? Mal di testa? Mal di testa io venire non faccio!”
“A volte la voglia mi viene di quei boccoli verdi bagnarti”
“E a me di nelle radici farti inciampare ogni volta che nel bosco mio passeggi”
“Io nel tuo bosco passeggio come tu nel mio fiume ti bagni”
[SM=g6807] [SM=g6807] [SM=g6807] Kety, ti prego, ti scongiuro, ammazzali! Vuoi anche tu la ragazza ponpon? Ok, dammi una K, dammi una E/A, dammi una T, dammi una Y, KETY!!!! Ok, adesso vai[SM=g11003] ] 
Stavano litigando per gioco, proprio come un fratello e una sorella molto legati, e ogni tanto sorridevano, rivolgendosi a me.
“Non ascoltarla devi! Tutta quell’ erba a volte delirare la fa” [Ah, ecco che cominciano a venire a galla i vizi più osceni dei personaggi FENTASI. GRAMEN PER LA LEGALIZZAZIONE!] 
“Non dargli retta. Così tanto tempo sta con i suoi fiumiciattoli che non più quello che dice sa” [Ma che vuol dire?????  [SM=g11859] [SM=g11859] [SM=g11859] [SM=g11859] [SM=g11859] ]
Infine ci addormentammo tutti e tre insieme ridendo. [KETY! UN MOTIVO IN PIU’ PER ODIARTI! NON RIESCI NEMMENO A FARE L’EUTANASIA A DUE FOLLETTI PAZZI EVIDENTEMENTE MENOMATI!] La notte passo tranquilla e serena come mai avevo trascorso a Knarenn. [Questo l’ha detto anche un paio di capitoli fa se ricordo bene. Ma a Kety tanto basta dormire con persone col suo stesso QI e tutto diventa più bello e RoSaAaAa] 
Il giorno dopo ci avviammo verso Centaurorum Vicus. [Alla fine poi il liquido azzurro non serviva proprio a niente, a meno che non abbia un effetto molto ritardato che la farà implodere] Mentre attraversavamo la radura [visto? VISTO? Che è diventata una RADURA] non avevo rivisto il corpo di Alicia, e questo mi sembrò strano, perché avevo sentito un gruppo di centauri parlare delle arpie, e dicevano che loro non hanno alcun rispetto per i loro simili caduti, e non reclamavano i corpi o facevano riti. Per questo motivo chiesi spiegazioni ai due “bambini”, e mi rispose Gramen:
“Loro non essere uccise da noi possono” [SHOOOOOOOCK [SM=g10386] [SM=g10386] [SM=g10386] [SM=g8218] [SM=g8218] [SM=g8218] ] 
“Ancora una volta sbagli sorella. Le arpie uccise possono essere da un’altra della loro specie”
“Ci stavo per arrivare. Se tu parlare mi lasciassi…” [Dai, dai, continuate senza perdervi!! [SM=g11422] ] 
“Ma Celeno mi aveva detto che le avevo ucciso la sua combattente migliore”
“Lei ingannava. Lei sempre pretesto cerca per uccidere un nemico” disse Flumen. [E le serve un pretesto? [SM=g10255] “ti voglio uccidere” non basta più?] 
“Ah già! Ora ricordo. Greg aveva detto di andarsene presto dopo aver ucciso un’arpia, ma non ebbi il tempo di chiedergli perché”
Dopo qualche ora di cammino arrivammo alla porta occidentale del villaggio, e loro mi accompagnarono all’interno. Incontrammo Greg sulla strada:
“Riesci mai a passeggiare senza cacciarti nei guai?” [Linciala, avanti! Se lo merita!] 
“Non lo faccio apposta”
“Già, per fortuna che hai incontrato due amici leali”
“Non meno di noi Gregorio lo è – disse Gramen – [Lecchina dei miei stivali [SM=g8142] ] Molto tempo che non ci incontriamo!” Detto questo Gramen e Flumen si inchinarono a Greg, che rispose allo stesso modo. Lui era alto almeno il triplo di loro ed era buffo vederli uno di fronte agli altri. [Più o meno quanto è buffo vedere te che ancora sopravvivi mentre dovresti già essere mangime per polli] Gramen e Flumen rimasero per un po’, poi salutarono:
“Se il destino vorrà presto ci rincontreremo” disse Flumen. [D… Destino? Ma se ha appena finito di dire che abitano vicini!]
“Sempre approssimativo sei. Certo che ci rincontreremo, e anche presto, predetto l’ho” [Grazie, Gramen! Guarda, io predico che forse, questa settimana, incontrerò il mio vicino sul pianerottolo. Se poi si avvera voglio avere la tua stessa fama di veggente, eh!] 
“Noi tutti ne siamo sicuri. Ci rincontreremo” Disse Greg. [E CHISSENEFREGA!!!! Procediamo o no?] 
“Alla prossima avventura” dissero Gramen e Flumen in coro [“Alla prossima avventura con Dora l’esploratrice! CIAUUH!”], come se finalmente avessero trovato qualcosa su cui non discutere tra loro, poi si inchinarono e partirono, sparendo tra gli alberi.
“Sono simpatici quei due” dissi rivolgendomi a Greg [Urca, come un rapporto sessuale con un cactus!] 
“Sono d’accordo con te. [SM=g11422] Ma non devi lasciarti ingannare dalle loro apparenze dolci. [sapevo io che erano dei sadici. Stanotte imploderai, Kety!] Sono molto pericolosi se sei un loro nemico, anche se sono solo in due: possono sostenere una battaglia da soli; forse anche vincerla” [dispensando a tutti liquidi puffocromati da battaglia, e poi confondendoli con il loro parlato] 
“Mi sarebbe piaciuto conoscere anche Rogum e Aera” dissi a Greg mentre camminavamo verso la capanna. [ANCHE A ME! In due mi hanno praticamente mandato al manicomio, figurarsi in quattro!] 

Shutter Island: un Silent Hill non ufficiale

Ok, no, devo parlarne. So che anche questo è un articolo “fuori tema”, ma non posso non farlo, me lo impone la mia sanità mentale. Quindi senza ulteriori convenevoli andiamo nel vivo della questione.

Ho visto Shutter Island piuttosto di recente, e come molti sanno Silent Hill 2 è tra i miei videogiochi preferiti (se non il videogioco preferito). Da un po’ di tempo c’è questa idea che non se ne vuole andare dalla mia testa: Shutter Island è UGUALE a Silent Hill.
No, non fraintendetemi: la storia è diversa e ufficialmente nulla c’entrano l’uno con l’altro. Ma ciononostante le similitudini sono talmente tante che trovo impossibile non paragonarli.
Quindi nulla, presa dalla smania di informazioni, ovviamente ho fatto qualche ricerca. Come mi aspettavo, nulla si riscontra nell’Internet Nazionale. Ma facendo qualche ricerca in inglese, ecco i primi risultati: no, per fortuna, non sono l’unica malata ad aver individuato questa similitudine! Anzi vedo che molti, pur non parlandone approfonditamente, ritengono Shutter Island un “figlio adottivo” della Silent Hill Saga, nonché, forse, il film che meglio rappresenta lo spirito di Silent Hill, ben superiore ai due film ufficiali. Non posso che concordare.
Quindi ora mi impegnerò a fare un confronto tra le opere, che spero i fan dell’una o dell’altra gradiranno. Mi sembra superfluo dirlo, ma lo faccio per pararmi il lato B: questo articolo è pieno zeppo, stracolmo, veramente GRONDANTE di spoiler parecchio gravi, sia del videogioco che del film. Leggete a vostro rischio e pericolo.

Iniziamo con qualche dato anagrafico. Chi ha preso ispirazione da chi? Dopo aver confrontato gli anni di uscita del libro di Shutter Island (2003), del film (2010) e dei vari capitoli di Silent Hill che ritengo, anche solo minimamente, citati (1999, 2001, 2009) posso dire con quasi assoluta certezza che è Shutter Island ad aver preso ispirazione da Silent Hill, in due tempi diversi. Prima il libro del 2003 che si è ispirato a Silent Hill 2 del 2001 (come storia e tematiche), poi il film del 2010 che si è ispirato a tutti i Silent Hill precedenti (Silent Hill 1  del 1999, il 2 del 2001 e Shattered Memories del 2009), inglobando anche qualche rimando “grafico” e visivo alla saga di Silent Hill.
Iniziamo, subito, infatti, con un’inquadratura che non lascia proprio scampo alle interpretazioni. Il film e Silent Hill 2, infatti, iniziano con la stessa, identica, inquadratura:

E’ qui, nei primi dieci secondi di film, che ho iniziato a pensare all’assonanza con Silent Hill 2. Qui notiamo il nostro caro Leonardo di Caprio che si specchia dopo essersi sciacquato il viso, stessa identica scena di apertura di James Sunderland nel videogioco. Notate proprio l’inquadratura, che in entrambi i casi che ci mostra lo specchio dalla destra del protagonista. Notate l’espressione, che infatti rimanda alle stesse identiche emozioni (poca sanità mentale, stanchezza, tristezza, dolore fisico e psichico). Vi prego anche di notare il chiaroscuro, molto accentuato in entrambe le figure, che in entrambe le opere indica la stessa cosa: la doppia valenza del protagonista, che ha qualcosa da nascondere, un lato oscuro. Prima di procedere, inoltre, vorrei farvi notare che anche la fisicità dei due uomini è pressoché la stessa: maschio, bianco, caucasico, capelli biondicci, quasi stessa pettinatura. E questa potrebbe essere una coincidenza, ma chi lo sa… mi piace credere di no.

Prima di passare alla trama, che rimanda, come già detto, quasi tutta a Silent Hill 2, vorrei soffermarmi su qualcosa di molto più fumoso da spiegare: la sensazione generale del film, l’atmosfera. Questa è presa da molti capitoli diversi di Silent Hill, in qualche caso abbiamo anche ambientazioni identiche. Facciamo una rapida carrellata.

Componente importantissima di Shutter Island è il faro, pressoché identico a quello di Silent Hill 1, ripreso anche nello stesso identico modo. Ma non solo:

In Silent Hill 2 bisogna seguire la luce di un faro prima di scoprire la verità, e lo stesso accade in Shutter Island, che vede il faro come prova finale. Per non parlare, ovviamente, dell’immancabile nebbia fitta.

C’è anche una forte similitudine in quanto alle ambientazioni e ai personaggi secondari: l’ambiente clinico, le infermiere, i medici, spesso visti come “nemici”, qualcuno di cui non fidarsi.

Ancora, troviamo un’abbondante presenza del fuoco e della cenere, tipiche di Silent Hill 1 e 2.

Le grate, la ruggine, tipiche della saga.

In particolare, tutte le scene nel famoso Blocco C di Shutter Island rimandano tantissimo alle prigioni e al labirinto di Silent Hill 2.

Abbiamo anche una forte similitudine con la figura del lago, visto sia come ricordo positivo che come ambientazione macabra… ma su questo punto, vi anticipo subito che mi soffermerò di nuovo in seguito, quando parlerò del significato dell’acqua.

Infine, l’elemento “ghiaccio” di molti flashback di Shutter Island, che non ha potuto non ricordarmi Shattered Memories. Vi vorrei far notare che la bambina ghiacciata è praticamente identica.
Insomma, in generale, l’atmosfera è davvero la stessa. I rimandi visivi credo siano lampanti e quasi spudorati, sembra davvero di essere in una trasposizione cinematografica non ufficiale dei videogiochi. A questo punto credo, semplicemente, che non solo lo scrittore di Shutter Island si sia ispirato a Silent Hill 2 per la trama, ma che anche sceneggiatori e direttori alla fotografia del film, forse sapendo di questa fonte di ispirazione, abbiano cercato foto (o forse anche giocato) alcuni capitoli della saga per rendere anche graficamente la somiglianza. Perché, davvero, se è una coincidenza, allora non sono più sicura di niente nella vita, nemmeno del mio nome.

Ma ora entriamo nel vivo della trama (e degli spoiler. Uomo avvisato…).
Tralasciando tutta la parte visiva, infatti, possiamo notare che la trama è praticamente la stessa. O meglio, è diversa, ma si basa sugli stessi presupposti, tanto che se dovessi fare un riassunto andrebbe bene sia per la trama di Shutter Island sia per quella di Silent Hill 2:

Uomo mentalmente disturbato cerca la verità a proposito della moglie morta, finendo per ricordarsi di esserne lui l’assassino.

D’accordo, l’ho semplificata molto, ma il concetto è questo, per entrambe le opere. E non è un’accusa, attenzione! Infatti ormai Shutter Island è uno dei miei libri/film preferiti. Così come lo è Avatar (anche se è simile a Pocahontas). Non ho mai ritenuto, infatti, che le similitudini di trama possano essere un punto negativo, perché alla fine tutto è già stato detto e scritto, è praticamente impossibile creare una trama DEL TUTTO originale. Questo è il senso della citazione di Goethe che ho messo sotto il titolo del blog: non importa cosa dici, ma COME lo dici. E sia Silent Hill 2 che Shutter Island dicono la stessa cosa EGREGIAMENTE, entrambi aggiungendo peculiarità alla storia, che in buona sostanza rendono i due lavori, diversamente, ma ugualmente capolavori.
Quindi andiamo con una carrellata delle similitudini nella trama.

In entrambe le storie il protagonista ha perso la moglie e tenta di fare chiarezza sulla sua morte. Il protagonista pensa che la moglie sia morta per una causa (per Mary era una malattia, per Dolores un incendio doloso da lei stessa causato) mentre in realtà l’assassino è proprio lui: Mary, infatti, viene soffocata da James e Teddy spara a Dolores. Né James né Teddy, infatti, ricordano il loro crimine e tendono a giustificarsi dando la colpa ad altri fattori. James ci riesce facendo coincidere la morte di Mary con l’inizio della sua malattia (che equivale a dire “Non sono stato io, lei per me è morta quando è stata male la prima volta”), Teddy invece incolpa l’incendio causato da Dolores stessa (“Non sono stato io, lei per me è morta la prima volta che ha tentato di suicidarsi”).
I due protagonisti quindi condividono il disturbo mentale, il rifiuto della colpa, la memoria fallace e il crimine, che è il medesimo, anche se per motivi differenti (James uccide Mary perché non sopportava più la vita risucchiata dalle cure mediche di lei, Teddy uccide Dolores perché lei aveva a sua volta ucciso i loro tre bambini). Entrambi soffrono di allucinazioni e vedono il mondo circostante come loro lo vogliono vedere, ed entrambi capiranno la verità solo alla fine delle proprie opere di appartenenza.
Gli indizi sulla dubbia sanità mentale del protagonista sono sparsi in entrambe le opere, anche se in modo diverso. Ad esempio, James tende a essere distaccato, a non provare emozioni, a volte a fare discorsi insensati, mentre Teddy è fin troppo complottista, paranoico, tende a inventare trame troppo ingarbugliate per spiegare cose semplici. In entrambe le opere è molto simile anche il modo in cui gli indizi ci vengono presentati, e cioè dall’inizio. Il problema è che alla prima giocata/visione si è troppo concentrati sulla trama per rendersene conto, mentre ad una seconda analisi tutto risulta alla luce del sole (ad esempio, James incontra molti cadaveri di sé stesso, mentre Teddy viene squadrato da tutti in modo molto circospetto, visto che hanno paura di lui in quanto malato mentale).

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Come avevo preannunciato, bisogna fare un rapido excursus sul ruolo dell’acqua nelle due opere. In Silent Hill 2 è presente in innumerevoli punti: spesso piove, ci sono ambientazioni allagate, la stessa città di Silent Hill sorge sulle rive del Toluca Lake e uno dei finali vede il protagonista suicida in acqua. Nel videogioco viene, insomma, vista come un elemento positivo e negativo al tempo stesso: l’acqua è la purezza, il lago è quello che piaceva tanto a Mary, però, come già detto, vede anche una componente suicida in uno dei finali. Bene, lo stesso vale per il film Shutter Island: il protagonista ci mette subito al corrente, infatti, che la sua più grande fobia è l’acqua. L’isola, in quanto tale, ne è circondata, e inoltre si scatena una tempesta molto violenta che non fa che peggiorare la presenza di acqua in tutto il film, rendendo il protagonista sempre più nervoso. Scopriamo, infatti, che l’acqua ha una doppia valenza per lui: bel ricordo di tempi felici insieme a Dolores, in un cottage sulla riva di un lago, ma anche luogo di morte, in quanto la stessa Dolores aveva poi affogato nel lago i tre figli.

Un’altra similitudine è la presenza quasi costante di una bambina da inseguire, come sinonimo di verità e purezza. James infatti più volte si trova costretto a inseguire Laura per proteggerla, e così, allo stesso modo, Teddy ha sogni e visioni di una bambina che lo accusa di non averla salvata quando era il momento. Si scoprirà, poi, essere una dei suoi figli, uccisa da Dolores, mentre ciò non avviene per Laura, che rimane sempre un’estranea.

Bisogna, infine, notare come in entrambe le storie il protagonista identifichi la moglie, almeno per qualche tempo, in un’altra donna, una donna “sbagliata”. James, infatti, da subito nota la somiglianza di Maria con Mary, e così Teddy, per la prima parte del film, tende a sovrapporre il ruolo della moglie Dolores a quello di un’altra donna, Rachel, che poi si scopre essere di sua invenzione… così come Maria, che non esiste se non nella testa di James.
In entrambi casi, poi, bisogna notare come le due interpretazioni della stessa donna abbiano i capelli diversi, mori in un caso e biondi nell’altro: Dolores bionda, Rachel mora. Mary mora, Maria bionda.

Io, boh… direi di aver finito. Forse. Ma forse no.
Sto sicuramente dimenticando qualcosa e me ne dispiaccio, ma comunque credo di aver resto l’idea generale. Spero, insomma, che il mio articolo vi sia piaciuto, anche perché è stato impegnativo a livello di ricerche e a livello di interpretazioni mentali. Spero di avervi messo voglia di rivedere/rigiocare questi titoli. Sappiate solo che io sono innamorata di entrambi e sì, credo, per concludere, che Shutter Island sia il film perfetto mai fatto di Silent Hill 2, sì, anche se è diverso. Come al solito eventuali opinioni sono ben accette (anche se so di aver scritto qualcosa tremendamente di nicchia).
Vi saluto calorosamente, al prossimo articolo!

SMC – Shutter Island

Oddio ragazzi. Oddio ragazzi. ODDIO RAGAZZI.
Ok, inizio subito col dire che sono fresca fresca di questo film (visto questo weekend, due volte di fila. Perché fidatevi due volte SERVONO), e sono rimasta sconcertata a livelli colossali. Sto ancora cercando di ricomporre la mia mascella disarticolata. Erano anni che dicevo di volerlo vedere ma procrastinavo, perché credevo fosse troppo horror per i miei gusti (non lo è, il trailer era un po’ ingannevole). Sapevo che sarebbe stato un bel film, ma… questo non è un bel film. Questo è IL FILM.

Vi lascio una scena tanto drammatica quanto bella che non vi spoilera niente, ammesso e non concesso che riusciate a capirci qualcosa, se non l’avete visto. E’ un film molto complesso, infatti, anche se per gli amanti dei trip mentali direi che rimane tra i più soft (Inception o Memento li ho trovati più difficili, per capirci). Va comunque visto due volte, è quasi d’obbligo, perché alla seconda visione si notano tantissime cose che hanno senso solo alla luce della trama completa.
E poi vabbè, vogliamo farla una menzione speciale a Di Caprio? Sì, dai, facciamola ‘sta menzione speciale. Leo, ti menziono specialmente. In questa scena eri il dio della recitazione drammatica, te lo giuro, la ricorderò finché campo.

La scena è in inglese. Purtroppo a quanto pare in italiano non esiste. Ma c’è anche da dire che il Di Caprio DOC rende assai.

 

Recensione – Silent Hill 2

TSilent_Hill_2itolo: Silent Hill 2

Genere: videogame horror/psicologico

Paese: Giappone

Distribuzione: Konami

 

Trama.

James Sunderland riceve una lettera dalla moglie defunta in cui gli dice di recarsi nel loro posto speciale, nella cittadina di Silent Hill. Una volta lì, però, James si trova a fronteggiare una città nebbiosa, abbandonata e popolata di mostri orribili.

 

La mia opinione.

Ragazzi, non parlo mai abbastanza di videogiochi. Sono la mia altra grande passione, insieme alla scrittura e al cinema, ma a dire il vero è un genere davvero bistrattato, da me e dal mondo. In realtà dovremmo tutti aprire gli occhi perché alcuni giochi memorabili come questo sono vere e proprie forme d’Arte, con la A maiuscola, che niente hanno da invidiare a un film o a un libro.
Questo, in particolare, è uno dei giochi dalla trama più profonda, particolareggiata, ben raccontata che abbia mai visto. Ho un legame davvero profondo con Silent Hill 2, posso dire che mi ha cambiato la vita: mi ha introdotto al genere horror, in primis, e mi ha fatto conoscere il personaggio di James Sunderland, che tuttora resta il mio preferito in assoluto e dal quale ho avuto molte ispirazioni.
Questo gioco è… pesante. Non si può definire in altro modo. Non trasmette paura classica da horror, come scene splatter o jumpscare (o almeno in minima parte), ma volge l’attenzione sull’interiorità del protagonista, sui suoi demoni, le sue paure, e ci si ritrova ad essere in un incubo personalizzato di James, che mette ansia, pesantezza più che paura vera e propria.
Silent Hill 2 è un viaggio nel subconscio di un uomo, e per questo è disseminato di rimandi e indizi, e io ho trovato davvero interessante andare alla caccia di ogni singolo dettaglio: vi assicuro che ce ne sono davvero TANTI, così tanti che il mio video di analisi completa del gioco è venuto di 40 minuti, parlando veloce!
Le ambientazioni sono claustrofobiche e scure, da panico. I mostri sono qualcosa di geniale per come sono costruiti. I personaggi, tutti, sono ben caratterizzati. E in più ci sono degli indovinelli che sono DAVVERO indovinelli e a volte danno qualche problema.
Infine (e sto davvero andando TROPPO veloce, ma tanto non ci sarebbe abbastanza spazio per rendere giustizia a questo capolavoro nemmeno in un miliardo di battute di tastiera) infine, dicevo, questo gioco ha una colonna sonora UNICA. Non bella. UNICA.
Insomma, se cercate un videogame horror molto, ma molto improntato sulla psicologia, se vi piace esplorare, risolvere indovinelli, e soprattutto se vi piace PENSARE mentre giocate, allora questo è un must have nella vostra lista di giochi classici.

 

Voto: 10/10

Colgo l’occasione per mettere i link dei miei video! Come forse alcuni sanno ho un canale di gameplay, anche se l’ho pubblicizzato poco qui sul blog. E sì ho fatto il gameplay completo di Silent Hill 2, per chi fosse interessato.
Quindi, innanzitutto, una recensione completa e un’analisi approfondita di questo gioco, pensata per chi già lo conosce e lo ha giocato.

E in secondo luogo la playlist con il gameplay completo, per chi volesse conoscerlo, chi non può giocarlo o semplicemente chi vuole farsi un’idea di che ambientazioni bisogna affrontare!

Recensione – How I met your mother

How-I-Met-Your-Mother-posterTitolo: How I met your mother

Regista: Pamela Fryman

Attori: Josh Radnor, Jason Segel, Neil Patrick Harris, Cobie Smulders, Alyson Hannigan.

Genere: Serie TV comedy (9 stagioni)

 

Trama.

Ted Mosby (Josh Radnor), affermato architetto, racconta ai suoi figli la serie di eventi che l’hanno portato a conoscere la loro madre, venticinque anni prima. Il giovane Ted alla ricerca dell’anima gemella a New York viene aiutato dagli amici: Lily e Marshal, che formano la coppia di sempre, insieme dai tempi del college; Barney, l’eterno donnaiolo; e infine Robin, la seducente canadese che potrebbe portarlo fuori strada.

La mia opinione.

Finalmente posso parlare. Non vedevo l’ora.
Voi non avete idea di quanto io abbia adorato e idolatrato questa geniale serie TV. Ma andiamo con ordine, voglio raccontarvi come l’ho conosciuta. Infatti, non l’ho seguita mentre era in uscita, ma me ne sono imbattuta da già conclusa e ho letteralmente divorato tutte le nove stagioni in meno di un mese. La conoscevo già prima, ne parlavano tutti bene e ogni tanto la incrociavo facendo zapping, ma il problema fondamentale è che non mi faceva ridere. Mai feci sbaglio più grande, quindi ecco la prima dritta: non giudicatelo da scene sparse, perché molto probabilmente non vi piacerà. E non giudicatelo nemmeno a singole puntate perché a differenza di molte serie TV, comedy e non, questa va assolutamente e perentoriamente guardata in ordine, senza saltare un solo episodio. Molte serie si reggono in piedi e fanno ridere anche a singole puntate una tantum (The Big Bang Theory ad esempio), perché non hanno una vera e propria trama importante sotto. Ecco, qui no. Qui se non andate in ordine vi si frigge il cervello. Tutto grazie ad uno stile geniale di cui andrò a parlare ora.

Lo stile… esagero nel dire che questa serie ha cambiato il mio modo di giudicare le serie? La trama in sé non è nulla di così complicato: Ted cerca l’amore. Fine. E’ il come viene raccontato a stupire.
Già perché il sottotitolo riporta “A love story in reverse”, cioè “Una storia d’amore all’indietro”. Eh, già qui avrei dovuto capire che l’intenzione dei registi era mandarmi il cervello in tilt. Ed è una cosa positiva, ovviamente!
Sì, la storia non è raccontata in ordine cronologico. O meglio, di puntata in puntata si va avanti nel tempo, e si parte da un Ted ventottenne per arrivare ai suoi avanzatissimi trenta. Ma all’interno dei singoli episodi troviamo una quantità esorbitante di flashback, flash forward, modificazioni nello scorrere del tempo (come ad esempio lo stesso personaggio che si vede dal futuro, o l’ambiente al rallenty mentre un personaggio si muove normalmente). Insomma, il tempo non è mai regolare, nemmeno per cinque minuti di fila. Ed è tutto gestito in maniera magistrale, sul serio!
Tutto ciò è unito a filoni di trama portati avanti per nove stagioni intere. Mi spiego meglio: c’è una storyline in particolare, che è quella “dell’ombrello giallo”, che si vede anche nella foto. L’ombrello giallo rappresenta la fantomatica moglie di Ted, cioè la madre dei figli, quella che non si vede mai prima dell’ultima stagione, ma appare indirettamente già da prima. Ecco, quando appare la si vede sempre con un ombrello giallo, spesso a coprirle il viso. Questa sotoryline dell’ombrello giallo si trova durante tutta la lunghezza della storia e. anche se magari non viene accennata per diversi episodi, torna sempre. E questo è un indice di grande organizzazione da parte degli autori, che devono prestare un’attenzione direi disumana per mantenere la coerenza in una storia che essenzialmente non va in ordine, e quindi il minimo errore negli indizi dati potrebbe mandare a monte tutta la trama. La serie, infatti, parte già con un finale, ovvero che Ted trovi l’amore, visto che sta raccontando appunto, come l’ha trovato. E tutta la storia è disseminata di una serie di cause e conseguenze che lo porteranno in una direzione precisa. E gli autori non hanno sbagliato mai, nemmeno una volta, questa complicata concatenazione di eventi (durata, ricordiamolo, nove anni!) mentre tra l’altro si saltava avanti e indietro tra un flashback e un flash forward!
Quindi non so che altro dire: MAGISTRALE.
Un altro esempio di storyline continuata magistralmente durante tutta la lunghissima storia è quella degli schiaffi: Marshall vince una scommessa contro Barney e la punizione per quest’ultimo consiste ricevere 5 schiaffi, in qualsiasi momento a scelta di Marshall per tutta la vita. Dopo il primo schiaffo ho pensato che tutto fosse finito: ok, puntata carina, passiamo ad altro. Ahahahah, ero ancora convinta fosse una serie TV normale! Beh, fatto sta che dopo una quantità indefinibile di puntate in cui questa scommessa non viene accennata (e si parla di stagioni intere, se non ricordo male), SLAP, mi parte il secondo schiaffo e Marshall dice “Siamo a 2”. Ci sono rimasta di sasso. Ero troppo stupita del fatto che se lo ricordassero ancora! Non ho mai visto un impegno così nell’intreccio di una serie comedy, sul serio.

Altra cosa davvero magnifica sono le “trovate metaforiche”. Scusate, non so come altro chiamarle, ma cerco di spiegarmi: questa storia è raccontata dal padre già maturo. Quindi, come tutti i racconti, può venire romanzato, ma questo accade mentre lo spettatore VEDE ciò che viene romanzato.
Esempio banale: dato che Ted sta raccontando a dei figli adolescenti questa storie, a volte censura le parolacce (e gli attori usano per tutta la puntata la parola censurata) o eventi che non vuole raccontare direttamente. Quindi, ad esempio, il fumare canne viene censurato con il “mangiare panini” e per tutta la durata della serie, quindi, se si vede un personaggio mangiare un panino si sa che in realtà starebbe fumando.

Infine, un terzo aspetto dello stile di questa serie TV che mi ha lasciato davvero di stucco: molte puntate sono “tematiche”, anche qui non so come altro definirle. Come ho detto, non procedono mai in ordine, ma oltre a questo gli autori inseriscono trovate che complicano ulteriormente il racconto di quello che è successo. Un esempio: in una puntata si assiste a una festa, ma viene raccontato separatamente cosa accade in ogni stanza. Quindi la puntata, divisa in capitoli intitolati con il nome della stanza, racconta la stessa ora di vita dei personaggi più volte, ma dal punto di vista di una specifica parte della casa. O, ancora: in una puntata viene raccontato prima il finale (i protagonisti che fanno una foto sorridenti ma in realtà sono arrabbiati tra loro), e poi singolarmente come ogni personaggio è arrivato a quel momento arrabbiato con un altro.
Ancora, c’è una puntata in cui i flashback stanno nel breve lasso di tempo di uno schiaffo; un’altra in cui si racconta la storia di una macchina a seconda di quanti chilometri aveva, col contachilometri che appare sullo schermo; più di una puntata “a tempo”, cioè con un vero e proprio countdown entro il quale un personaggio deve fare qualcosa.
Insomma, non so come altro dirvelo… è davvero GE-NIA-LE.

Potrei andare avanti per ore: i personaggi sono fenomenali, caratterizzati fino all’ultima virgola. La colonna sonora è fantastica, soprattutto alcune canzoni inserite sono davvero da brivido per come sono state scelte e usate bene. Gli attori… boh, non so esprimermi, sono di una bravura eccezionale, soprattutto nota speciale per Neil Patrick Harris, che ho scoperto grazie a questa serie e che trovo essere uno degli attori più bravi della nostra epoca (fa un donnaiolo ed è gay. E lo fa BENE. Cioè, se io dovessi interpretare una super lesbica per nove anni avrei qualche problema. Solo per darvi un’idea del calibro). New York viene rappresentata con un amore che ho visto solo nei film di Woody Allen, è impossibile non rimanerne contagiati.
Ma, in realtà, la cosa che mi preme dire prima di concludere è un’altra.
Sono, infatti, sempre un pochino in dubbio quando devo descrivere il genere di questa serie TV. E’ comedy, indubbiamente: fa ridere, lo fa bene, i setting sono quelli tipici dell’appartamento (o, in questo caso, dell’Irish Pub preferito dai protagonisti). Però… però, oh, è una serie TRISTISSIMA. Per tutta la sua durata, ma soprattutto mano a mano che si procede verso il finale, si avverte un crescente senso di malinconia. Alcune puntate specifiche sono qualcosa di davvero straziante, e tutto questo è centuplicato dall’incedere irregolare della trama (ad esempio, in molte puntate allegre si scopre giusto alla fine che il racconto è stato edulcorato, e che nella realtà non è andato tutto così bene come è stato descritto…).
E tutto è miscelato a regola d’arte con lo Humor, che non è mai fuori luogo. Quindi se come me amate le storie profonde, un po’ drammatiche e che fanno riflettere, fidatevi, è la serie che fa per voi!

Il finale.

Vorrei fare una menzione a parte per il finale, visto che è stato molto criticato. Vi prego di non leggere se non lo conoscete.

Dunque, da dove iniziare… credo sia il finale più controverso della storia delle serie TV. Dico subito che non l’ho amato, direi quasi per nulla. Però non posso dire di odiarlo perché credo di aver capito cosa gli autori volevano fare.
Sono veramente rare le serie che partono con l’idea di finire. La maggior parte va a scemare fino ad esaurito interesse del pubblico, o esaurite finanze. Qui no, e tanto di cappello! Avevano un finale in mente fin dalla prima stagione e questo non fa che dare onore agli autori.
Il problema? E’ un finale VECCHIO.
Come dico sempre, i personaggi fanno quello che vogliono. Quando si scrive, sebbene si abbia uno scheletro della trama da seguire, questi personaggi vengono per forza di cose trasportati dagli eventi e se sono costruiti bene agiscono e pensano in un certo modo, indipendentemente da quello che vorrebbe fare l’autore.
Ecco, questo accade in un libro scritto in un mese, con personaggi inesistenti. Figuratevi cosa può accadere in una serie TV durata un decennio e con personaggi veri, interpretati da attori veri che danno una propria personale interpretazione, per forza di cose.
E’ successo, non previsto, che i personaggi siano cambiati davvero tanto in queste nove stagioni, e forse si nota ancora meglio guardandola tutta d’un fiato. Ed è una bella cosa. Prendo ad esempio Barney, perché sicuramente è il più dinamico di tutti: passa dall’essere il più superficiale al più profondo durante la serie. E già dalla quarta stagione circa non è più il donnaiolo dell’inizio. Per cui cosa è successo? Hanno appiccicato un finale alla fine della nona stagione che però era stato pensato con i personaggi della prima. Per questo ci sono dei balzi all’indietro nella caratterizzazione di tali personaggi. Perché è un “effetto collage”. Se voi toglieste tutte le 8 stagioni e metteste quel finale alla fine della prima, non vi stupireste più di tanto, anzi, forse piacerebbe a tutti. Il problema è che in mezzo c’è stato altro e avrebbero dovuto tenerne conto di più.
Tutto questo unito al fatto che, dal mio punto di vista, hanno davvero accorciato troppo, senza dare spiegazioni. La morte della madre, ad esempio, poteva essere qualcosa di straziante e invece è stato appena accennato. Avrebbero avuto materiale per un’intera stagione al limite del drammatico, se solo l’avessero pensata meglio.
Detto questo, comunque, vorrei dire che sono solo due puntate, le finali. Due puntate su quante? Duecento e passa? Ragazzi, non fatevi rovinare una bellissima storia da due puntate. Non ne vale assolutamente la pena!

Voto: 10/10

 

Recensione – Grey

greyTitolo: Grey

Autrice: E. L. James

Genere: Erotico (pare)

Pagine: Non so quante ma sicuramente più di una, quindi troppe.

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Ok, già è tanto che mi sono impegnata a mettere il layout serio per le recensioni serie. Ma questa recensione è un po’ speciale: non la faccio perché voglio, ma perché DEVO, me lo impone la verità, il bene comune. Sono una super eroina, amatemi.

Trama.

Almeno in questo punto PROVO a non mettere opinioni personali. Molto semplicemente: questo libro è la rivisitazione di 50 Sfumature di Grigio, però dal punto di vista del tenebrosoh Christian. Seriamente, non so che altro aggiungere.

La mia opinione.

Ok, ora non mi trattengo più. Iniziamo dal principio: l’idea base del libro. E’ questa ad essere sbagliata, e quando un libro pecca nelle fondamenta, immaginatevi cosa ci può saltare fuori.
Il Problema, con la P maiuscola: questa non è una storia nuova. E’ la stessa della trilogia 50 sfumature. La STESSA. Solo che è dal punto di vista di lui e… d’accordo, sono la prima a dire che cambiando il punto di vista cambia tutto, ma non abbastanza per scriverci UN ALTRO LIBRO CORPOSO, venduto alla bellezza di euro 19. DICIANNOVE. Tutti euro che vanno in saccoccia, e che sono uguali a quelli richiesti per un libro con una storia originale. E’ come se io vendessi una bella maglia. Poi la giro e la rivendo allo stesso prezzo, solo con le cuciture di fuori, e la faccio passare come alta moda. E LA GENTE PAGA! OMMIODDIO!
Ma non è finita qui. Già perché la prima cosa che salta agli occhi è la dedica:

Questo libro è dedicato a tutti quei lettori che lo volevano… lo volevano… lo volevano…

E io non stento a credere che i lettori lo volessero, lo volessero, lo volessero; ma che questa sia addirittura la ragione della stesura e della pubblicazione di questo abominio… uhm. Sono più dell’idea che l’autrice e tutti quelli che lucrano da questo format volessero, volessero, volessero soldi. Come tutti, non fraintendetemi… non è il guadagnare da un'”opera” che contesto, ma guadagnare più volte dalla stessa cosa venduta con una copertina diversa, tanto più che, secondo la mia modesta opinione, già i seguenti due libri della trilogia 50 Sfumature erano superflui. La considero niente meno che una truffa, E. L. James e il suo seguito devono alla comunità 3 libri di troppo. Ma c’è anche da dire che se esiste gente disposta a cascarci, un pochino se lo merita.

Ma passiamo oltre. Io non critico un libro dalla copertina, quindi addentriamoci nel fenomeno editoriale dell’anno (anche se ammetto subito di non averlo letto tutto. Scusate ma ho un’igiene mentale da preservare).
Che dire… è scritto male. Ma male, male, male, per usare la triplice ripetizione della dedica. Ai tempi ho letto a tratti la trilogia 50 Sfumature, e sebbene non mi sia piaciuta, sinceramente non mi pare avesse uno stile così abominevole, ma forse sono io che ho i ricordi annebbiati dalle natiche di Jamie Dornan (che poi, parlerei male anche del film, ma facciamo che non è questo il luogo, altrimenti non finisco più). Comunque, sono rimasta stupita ancora più in negativo, negativo, negativo, se possibile, dallo stile di questo quarto romanzo. E’ essenziale, in senso cattivo. Infantile.

Ho tre macchinine. Sfrecciano sul pavimento. Velocissime. Una è rossa. Una è verde. Una è gialla. La verde mi piace. È la mia preferita. Piacciono anche alla mamma, le macchinine. Mi piace quando la mamma gioca con me con le macchinine. La sua preferita è la rossa.

Queste sono le primissime frasi che si incontrano. E credetemi, non è infantile perché gli occhi attraverso cui si vede la scena sono quelli di Christian Grigio da bambino, ma proprio perché è l’autrice che scrive così, per tutta la durata della storia. Le descrizioni della “seducente” Ana sono uguali: è bruna. Amo le brune. Occhi chiari. Amo gli occhi chiari. E così via, così discorrendo.
Ma fin qui lo potrei ancora accettare, in fondo è leggibile (sono troppo buona). E, comunque, non mi piace troppo criticare lo stile di un libro tradotto. Ma un problema vero c’è, e su questo non transigo: l’autrice non ha capito cos’è la prima persona.

“Ma come fa?” Forse riesce davvero a leggere dentro di me.
“‘Controllo’ è il mio secondo nome, tesoro.” Le lancio un’occhiataccia, sperando di intimidirla.
«Oh, io esercito il controllo su tutto, Miss Steele.» “E mi piacerebbe molto esercitarlo su di te, qui e adesso.” Quel rossore così attraente le attraversa il viso un’altra volta […]

Vabbè, non fatemi commentare la stupidità del “forse davvero legge dentro di me!”. Non ci credo che l’abbia scritto davvero. Avevo scritto qualcosa di simile anch’io, nel mio primo “romanzo”. A tredici anni.
Comunque, ecco il problema: ci sono pensieri diretti che non servono assolutamente a NIENTE. E non qui, ma sempre, in tutto il libro, a ogni piè sospinto. I pensieri diretti servono quando, appunto, vuoi riportare direttamente il pensiero di un personaggio, un pensiero che altrimenti non sentiresti. Ma se sei in prima persona sei GIA’ dentro al personaggio! Che senso ha mettere un flusso di pensieri non tra virgolette apici, e poi una singola frase sì… non capisco, mi è proprio estraneo.
Christian Almighty, quello che non si sa che cosa faccia ma è ricco sfondato (“Please!” direbbe Barney Stinson, peccato che questo non sia un libro comico), quello che è Amministratore Delegato ma non ha un Consiglio di Amministrazione, quello che pensa indirettamente e direttamente al tempo stesso, perché lui può! Infatti, non succede nulla se spostiamo o togliamo gli apici ai suoi pensieri:

Ma come fa? Forse davvero riesce a leggere dentro di me.

Oppure:

“Ma come fa? Forse davvero riesce a leggere dentro di me”.

O, ancora:

Ma come fa? “Forse davvero riesce a leggere dentro di me”.

In qualsiasi modo le mettiate il senso non cambia. Cacchio, E. L. Cometichiami… ENTRAMBE LE FRASI SONO PENSIERI DIRETTI! E non potrebbe essere altrimenti visto che hai scelto la prima persona, quindi sei dentro Christian. SEI Christian. Perché mai la prima parte di frase è diretta (“Ma come fa?”) e la seconda no (Forse davvero etc etc…)? Non sono entrambi pensieri di Chrsitian, derivanti dallo stesso flusso? Oppure solo il diretto è di Christian e la seconda parte della frase è la risposta dalla sua seconda personalità? Ok, sapevamo che Christian era un tantino instabile mentalmente, ma…
Va bene. Cambiamo di nuovo argomento o esplodo.

Mi dicevano, un tempo, che 50 Sfumature non sembrava scritto da una donna, perché molto volgare. Io ho sempre risposto che, invece, si vedeva lontano un miglio che era scritto da una donna, perché le millemila pagine di cui è composta la trilogia sono per il 90% seghe mentali della protagonista. Non mi piacevano, ma oddio, diciamo che erano… plausibili?
Ecco, però ora, cara E. L. James, non hai più una donna come protagonista. ADATTATI!
Non posso trovare le stesse pare mentali di una ventiduenne un po’ ritardata in un uomo (presumo) trentenne che, per sua stessa ammissione, è un depravato sessuale. Tutti i primi capitoli sono pensieri (a volte diretti e a volte… no?) di lui che nota un particolare sexy di Ana, e poi ritratta, si dice di stare calmo. Poi nota la bocca. “Calmati, Grey! Non puoi! Forse lei non ti vuole!”. Poi nota il seno. “Calmati, Grey! Non puoi! Forse lei non ti vuole”. Poi nota la pelle. “Calmati, Grey! Non puoi…”
EBBASTA! (tra l’altro, simpatico, si chiama mentalmente per cognome! Ah. Ah. Ah.)
Te lo dico con il cuore in mano, E. L. James. Credo che nessun uomo, per quanto si possa sentire in colpa per i suoi gusti sessuali, passerebbe ore e ore a porsi dubbi, a sviscerare ogni singola parola di Ana, a notarne ogni particolare, pensare che è arrapante, e poi ritrattare (anzi, a mio avviso nessun umano sano di mente lo farebbe, ma rimaniamo sulla critica di genere). Cara, questi sono pensieri FEMMINILI. Un uomo nota semplicemente una bella donna, pensa che sarebbe bello farsela e fine. E ripeto, qui chiunque mi potrebbe addurre mille giustificazioni (“Eh, ma è in ansia perché è il suo veroh ammoreh!”, “Eh, ma mica tutti sono così!”, “Eh,ma lo sai tu come pensa un uomo?”). Ragazze, rispondo molto semplicemente: chi ha scritto questo libro? Una donna. Chi legge questo libro, per la gran parte? Donne. Di uomini non ne vedo, in nessuna delle fasi di stesura, correzione, distribuzione, ricezione, tant’è che anche nei ringraziamenti il gene XY scarseggia parecchio. Quindi direi che la risposta si dà da sola, ho almeno il 90% di possibilità di avere ragione io.
Ah, scusate, dimenticavo! Non posso criticare tutto a questa duttile e adattabile autrice. Per non rischiare di cadere negli stereotipi di genere, si è premurata di aggiungere testosteronici “cazzo!” ogni due o tre righe. Per rimanere nel personaggio, per non farlo sembrare troppo mestruato o incinto. Eh, insomma, diamo a Cesare quel che è di Cesare!
Cara, non è così che si crea una mente maschile. Credimi.

In conclusione… non comprate questo libro, per piacere. Se siete curiosi (come lo ero io) trovate una qualsiasi via alternativa per averlo, ma vi prego, vi scongiuro: NON SGANCIATE UN SOLDO. E’ l’amor proprio umano che ve lo chiede.

Voto: 2/10

Recensione – Io sono Leggenda

E finalmente rendiamo attiva questa rubrica! Era da tanto che volevo farlo, principalmente perché mi piace recensire (per chi mi conoscesse su aNobii, sa che ne ho molte anche lì, basta dare un’occhiata al mio profilo). Si parlerà di libri, come in questo caso, ma non solo! Ovviamente le opinioni sono sempre gradite!

io_sono_leggenda_copertinaTitolo: Io sono Leggenda

Autore: Richard Matheson

Genere: horror/post apocalittico

Pagine: 183

Trama: 

È il 1976. Robert Neville torna a casa dopo una giornata di duro lavoro. Cucina, pulisce, ascolta un disco, si siede in poltrona e legge un libro. Eppure la sua non è una vita normale. Soprattutto dopo il tramonto. Perché Neville è l’ultimo uomo sulla Terra. L’ultimo umano sopravvissuto, in un mondo completamente popolato da vampiri. Nella solitudine che lo circonda, Robert esegue la sua missione, studia il fenomeno e le superstizioni che lo circondano, cerca nuove strade per lo sterminio delle creature delle tenebre. Durante la notte Neville se ne sta rintanato nella sua roccaforte, assediato dai morti viventi avidi del suo sangue. Ma con il sorgere del sole è lui a dominare un gioco crudele e di meccanica ferocia, scandito dalle luci e dalle ombre di un tempo sempre uguale a se stesso e che impone la ripetizione di un rituale sanguinario. In questo mondo Neville, con la sua unicità, si è già trasformato in leggenda.

La mia opinione:

Non ho parole per descrivere quanto io ami e veneri questo libro! Credo faccia parte di una di quelle storie che cambiano la vita e la visione del mondo, alle quali non si può rimanere indifferenti. Quelle storie che tutti dovrebbero leggere, almeno una volta nella vita.
E’, tra l’altro, una delle storie più struggenti che abbia mai letto, e una delle poche che mi abbia (quasi) commosso. E posso garantire che è difficile! Quindi, quando lo leggerete (non “se”, perché siete obbligati a farlo), siate preparati emotivamente.
Chiarisco: non è una di quelle storie palesemente drammatiche. Il dramma c’è, ma perché non potrebbe essere altrimenti. Non è comunque il protagonista della storia e, anzi, lo definirei quasi un dramma pensato: forte, ma adatto alla situazione, non esasperato od ostentato. E credo che sia proprio questo il suo punto vincente.
Nota molto particolare: questo libro piacerà a quelli che, come me, tendono a cercare una spiegazione logica per tutto. Per alcuni versi, sembra addirittura un trattato che analizza uno a uno i miti sui vampiri e ne  ricerca spiegazioni logiche. E ci riesce! E’ proprio questo a renderlo così originale rispetto a tutte le altre storie del genere.
Lo stile è, a mio parere, perfetto. Ovviamente si tratta anche e soprattutto di gusti, ma credo di poter auto-proclamarmi fiera ambasciatrice di un buon settanta percento di lettori: lo stile semplice vince sempre. Non poco curato, attenzione! Lineare, comprensibile, scorrevole, veloce. In una parola: vincente. E lo dimostra la quantità di pagine limitata.
Per non parlare del finale, del suo significato, di tutte le implicazioni psicologiche, dell’introspezione e della sensazione di abbandono… insomma, DOVETE leggerlo. E’ un imperativo assoluto!

Il film:

Per tutti i libri che recensirò di cui esiste un film (che ho visto ovviamente) o viceversa, mi prendo la libertà di dare una piccola opinione riguardo la fedeltà e il mio gradimento. In particolare, per Io sono leggenda, bisogna fare un discorso abbastanza complesso. Innanzitutto, un appunto: per questo libro bisogna parlare di trasposizioni cinematografiche. Al plurale.
Io ne ho viste solo due, e una di queste (credo fosse quella del 1964: L’ultimo uomo sulla terra) non la ricordo così tanto da darne un’opinione. Quindi, per forza di cose, mi riferirò solo a quella più recente, l’omonima pellicola del 2007 diretta da quel genio di Francis Lawrence e interpretata come tutti sappiamo da Will Smith.
Ora, sarò franca: questo film poco o niente ha in comune con il romanzo da cui prende il titolo. E’ più che altro uno spunto, seguito da una rielaborazione personale del regista. Gli eventi sono diversi, il senso è diverso. Però… fermatevi subito! Ormai sapete quanto io ami il cinema e quanto non sopporti la frase “il libro è sempre meglio del film”; quindi, a gran sorpresa rispetto a quello che ho detto nelle righe precedenti, vi consiglio: guardate questo film! Assolutamente!
Io l’ho visto prima di leggere il libro e l’ho trovato geniale. Ben fatto, buona regia, recitazione ottima come ci si può sempre aspettare dal buon, vecchio Will. Sì, è diverso, ma non rovina il libro, anzi! Credo quasi che vadano a braccetto, si completino l’un l’altro.
Quindi, quando qualcuno vi dice: “eeeeh, ma il libro è meglio, il film è una cavolata!” non dategli retta, perché sta dicendo emerite stupidate! Guardate e giudicate da voi.

Voto: 10/10

Recensione – Lo Hobbit, un viaggio inaspettato

Salve gente! E BUON ANNO A TUTTI!!!!
Oggi è il 2 gennaio, e Arte parla di Arte compie 1 anno! Volete cantare tanti auguri?
Io intanto festeggio con un nuovo articolo. Non è una lezione. Quella la sto ancora elaborando. Per ora accontentatevi della promessa di un video post-primo-esame-universitario. A metà gennaio. Lo so, sono assenteista, ma se sapeste come sono messa con l’università mi capireste, credetemi.
Questo post però non può parlare solo di questo. Per intrattenervi un po’ oggi ho deciso di fare una mini-recensione. Anche perché è una questione che mi preme, potremmo dire.
ma ora basta convenevoli, passiamo al sodo: ho visto Lo Hobbit. E le mie opinioni a riguardo sono abbastanza discordanti. Non ho ancora capito se mi è piaciuto o no. Anzi, diciamo, come opinione generale, che sì, mi è piaciuto, ma non in funzione della precedente trilogia Il Signore degli Anelli. Sarebbe stato bello come film a sé. Ma aveva altri kolossal alle spalle, e avrebbe dovuto tenerne conto, per ricreare la stessa atmosfera.
Anzi, già che ci sono facciamo un piccolo sunto delle cose che non mi sono piaciute, e delle cose invece che mi sono piaciute molto. Cominciamo in negativo:

  •  E’ stata usata la computer grafica per TUTTO! Ne “Il Signore degli Anelli” almeno i nemici più vicini ai protagonisti erano veri, e si vedeva. Così come i combattimenti a cavallo: si prendevano dei veri cavalieri e si mettevano in scena. Si prendevano dei veri attori, gli si deturpava la faccia, e si facevano gli orchi. Per questo era bello! Già all’inizio del nuovo millennio si usava fin troppo la computer grafica, ma Il Signore degli Anelli non era così, per questo piaceva! La maggior parte delle cose che si potevano vedere erano VERE. i villaggi erano VERI, i paesaggi, i personaggi… si usava la grafica digitale solo dove era palesemente necessario. per questo era bello, per questo lo spettatore si sentiva rapito! Perché era tutto VERO! Ora, io posso capire che la computer grafica abbia fatto passi da gigante, e che costi infinitamente di più usare degli attori, però… se non avevate i soldi per fare come ne “Il Signore degli Anelli”, NON FATELO! Semplice! La gente si accorge di questi cambiamenti!
  • Ad un certo punto hanno usato come setting la stessa valle che si vede ne “Le Due Torri” (quella con l’erba gialla e dei massi giganteschi sparpagliati un po’ ovunque, dove Aragorn, Legolas e Gimli incontrano Eomer e i Rohirrim). E fin qui non ci sarebbe niente di male. Solo che due secondi dopo averla attraversata, Bilbo e i nani si ritrovano a…. GRAN BURRONE! E tu che conosci un po’ di geografia Tolkieniana pensi: ma che accidenti c’era in mezzo, lo Stargate??? In ISDA quel setting apparteneva alla zona sud-ovest della Terra di Mezzo, ne Lo Hobbit invece sta vicino a Gran Burrone, che è a nord-est! Dalla parte opposta! E allora io mi chiedo, ma dovevate usare proprio quella valle? PERCHE’? Posso quasi riconoscere gli stessi sassi. La Nuova Zelanda è grande, santo cielo, perché non avete scelto un altro posto?
  • Un’altra cosa secondo me brutta è stata la “psicologia” dei nemici. In ISDA erano cazzuti, passatemi il termine. Ricordate l’orco con mezzo cervello umano cucito sulla spalla che fa da generale d’attacco a Minas Thirit? In particolare, la scena in cui dalla città gli catapultano addosso un masso da 10 quintali, lui si sposta solo di mezzo millimetro e poi sputa con rabbia sul masso appena caduto… ecco questi sono i nemici che ci ricordiamo. Ne Lo Hobbit hanno avuto un’involuzione. Non solo sono stupidi (si salva solo il gigante bianco, per chi ha visto il film), ma sono anche grotteschi! Perché, ad esempio, i Goblin sono ROSA? PERCHE’? Sembrano Eterocefali Glabri! In ISDA erano verdognoli, adunchi e bavosi. In pratica erano l’opposto.
  • Elrond, uno dei personaggi storici, secondo me è stato un po’ storpiato. Fisicamente è lui, l’attore è lo stesso etc. Ma sorride tantissimo! Elrond era un po’ burbero, sempre serio. L’unico accenno di sorriso che fa è quando dice “Voi siete la Compagnia dell’Anello!” e poi basta. Qui è euforico!
  • All’inizio del film, quando viene spiegata la storia di Smaug il Drago, viene mostrata una città di cui sinceramente non ricordo il nome… e anche se appare in sì e no in due scene, si vede benissimo che è costruita su una cultura RINASCIMENTALE! E di nuovo, perché? Tutti sanno che la Terra di Mezzo è basata sul medioevo, perché hanno voluto mettere una città dall’aspetto palesemente più recente?
  • Alcune cose cambiano aspetto da ISDA a Lo Hobbit. Si vedano appunto i Goblin, di cui sopra. Ma anche i Mannari, che in ISDA erano più simili ad un incrocio tra un boxer e una iena… qui sono hanno più le fattezze di un lupo: più snelli, zampe proporzionate, pelo ordinato, denti ben fatti… belli ma niente a che vedere con i nostri buoni vecchi Mannari Ienosi.
  • Tre capitoli. E di nuovo: perché? In ISDA erano praticamente d’obbligo, era un romanzo lunghissimo e stra-dettagliato. Ma Lo Hobbit non è affatto così! 400 pagine in media, se va bene. Molti meno dettagli rispetto a ISDA e soprattutto, meno eventi! Come possono pretendere di farci saltare fuori tre film da tre ore l’uno? E’ impossibile
  • Gli Stregoni. OH MIO DIO. Cosa non sono gli stregoni! Qui in realtà non è “colpa” del film. E’ proprio la storia de Lo Hobbit ad essere infinitamente diversa rispetto ad ISDA. Infinitamente più infantile e infinitamente più… stupida. Con questo non voglio dire che è brutta, ma è proprio un’altra cosa! Se ISDA è da adulti e, se posso dirlo, anche abbastanza violento, Lo Hobbit è partito come romanzo per ragazzi, ed è normale che sia meno serio di ISDA. Però… alcune cose mi hanno davvero rovinato la trilogia originale. Si veda, appunto, lo Stregone Bruno. Dovete sapere che in ISDA vengono mostrati solo due stregoni, entrambi molto saggi, anziani, e con personalità profonda: Gandalf e Saruman. Quindi lo spettatore s’è fatto una certa idea di come sono gli Stregoni. Però ne Lo Hobbit inseriscono questo Stregone Bruno che sembra un personaggio da film di Natale serie Z. Oltre che ad essere pazzo, ha anche un’enorme cacca di piccione in testa. Questo dovrebbe bastarvi. Ora voi mi dite: ma è la storia ad essere così, quel personaggio è quello descritto da Tolkien! Non è colpa del film. Io rispondo: vero. Assolutamente vero. Ma in ISDA il regista (Peter Jackson) ha compiuto la precisa scelta di eliminare tutte le parti più infantili del romanzo. Si veda Tom Bombadil, sempre per chi ha letto il libro, etc. Perchè non ha fatto la stessa cosa ne lo Hobbit, cosa che avrebbe mantenuto lo stesso spirito della vecchi trilogia? Ve lo dico io: perché non può togliere NIENTE, dato che ci devono saltare fuori tre film da tre ore. Ed ecco perché la Terra di Mezzo non è più quella dei vecchi film.
  • La scena del ponticello. Ad un certo punto Gandalf e i Nani si trovano su un ponticello sospeso nel vuoto, all’interno di certe caverne nelle montagne. Gandalf apre la fila e a bloccarlo dall’altra parte c’è il Boss Goblin (una specie di palla di lardo rosa). In breve, accade questo: Gandalf dice qualcosa che non ricordo, tira una spadata al Boss e gli taglia la pancia. Il Boss dice “credo che ora morirò” con il timbro di voce più scemo che abbia mai sentito. Dopodiché il ponte si rompe, cade e per miracolo tutti si salvano. Ora… respirate… meditate… e rispondete a questa domanda: questa scena non vi sembra la scimmiottatura della famosissima scena “TU NON PUOI PASSARE”? Esattamente. E’ praticamente la stessa scena. Cambia solo il tono un tantino meno epico: il ponte è corto e di legno traballante, non certo in pietra come quello di Kahzad-Dum. Inoltre, nella scena di ISDA, il nemico era il Balrog. Ne lo Hobbit è un rotolo ciccione e gay. TROVATE LE ACCIDENTI DI DIFFERENZE!
  • I Nani. Anche qui abbiamo un discorso simile a quello degli altri punti. Sono più stupidi e meno epici, per quanto potesse esserci di epico in Gimli. Però, davvero, Gimli aveva una dignità. Questi Nani… un tantino meno. (e poi le Nanesse [se così si chiamano] non hanno la barba. Si vedono all’inizio del film, mentre scappano dalle grinfie di Smaug. Anzi sono basse ma piuttosto belle. Questo mi ha ulteriormente rovinato, insieme al fatto sconvolgente che esistono “Nani belli”, i due più giovani della compagnia. Io li immaginavo tutti grassi, pelosi e ruttosi).
  • La scena del ritrovamento dell’Anello. Non è fatta male, anzi… è solo che, per chi ricorda, questa scena in versione super-breve viene mostrata anche nel prologo di ISDA. Ed è fatta diversamente rispetto a Lo Hobbit. E’ normale, non fraintendetemi… ma se fossi stata nel regista l’avrei resa più simile possibile, per non dare il senso di distacco tra una trilogia e l’altra.
  • Scene riciclate. Già, sono state riutilizzate, in contesti diversi, molte scene di ISDA. La più stupida arriva nel momento in cui Gandalf si incazza per niente e usa lo stesso trucco oscura-stanza di ISDA. Peccato che il motivo non regga…
  • Scena dei giganti. A parte il fatto che questa scena sembra fatta nello stesso set che aveva visto la compagnia dell’anello combattere contro Saruman-demolitore-di-montagne… I GIGANTI????? Ma… c’erano nel libro? Io sinceramente non li ricordo. Ma proprio per niente… (anche se il libro l’ho letto molto tempo fa, quindi concedo il beneficio del dubbio). Mi viene quasi da pensare che se la siano inventata di sana pianta per allungare di tre quarti d’ora il film. Altrimenti non ci salta fuori la trilogia.
  • Guillermo del Toro. CHE C’ENTRA? Sarà anche bravo, ma non era in ISDA e non doveva essere nemmeno sceneggiatore de Lo Hobbit! Per chi non lo sapesse, questo personaggio è stato sceneggiatore anche dei due “Hellboy” e di quel castrone de “il Labirinto del fauno”. Ora dovreste spiegarvi molte cose… e guarda caso, l’unico film di animazione del 2012 che non mi ispira per niente, Le 5 Leggende… ha come sceneggiatore proprio il buon vecchio Guillermo. Colpa sua se Lo Hobbit mi ha deluso? Direi di sì, per una buona percentuale.
  • Ironia idiota. Che rende imbecilli i personaggi e le situazioni. Ma qui mi posso ricollegare alle scene già viste: quella del ponte, che cade come uno snowbord e miracolosamente tutti si salvano. Oppure le battute di molti personaggi.
Bene, finalmente passiamo alle cose positive. Perchè in effetti ce ne sono, e fatte molto bene:
  • Il Prologo nel Prologo. Mi è piaciuto il fatto che Lo Hobbit inizi con la stessa festa dell’inizio di ISDA, e si presenta un po’ come una storia parallela. A dire il vero non so bene perchè, ma mi è piaciuto.
  • Le colonne sonore. FANTASTICHE. Non c’è nient’altro da dire. (solo ad un certo punto, chissà perchè, hanno inserito la traccia dei Cavalieri Neri de “La compagnia dell’Anello” come sottofondo a Thorin Scudodiquercia che si prepara ad attaccare il suo nemico in una scena epica. Mi sono chiesta perché, ma non è propriamente un punto negativo)
  • Usare gli stessi attori, dove possibile. E’ stata una bella mossa, e non del tutto scontata, come invece si potrebbe pensare. Peccato per la voce di Gandalf, ma quello purtroppo è un problema non risolvibile, causa la morte del doppiatore originale. Un vero peccato.
  • Gollum. E’ una delle poche cose, insieme alla scenografia della Contea, ad essere rimasta identica ad ISDA. Ed è stato un tuffo nel passato, vederlo muoversi, strisciare e gemere. Bella l’interpretazione dell’attore, e bella la scena degli indovinelli (cosa anche questa che definirei infantile, ma che in realtà è stata resa bene, in pieno stile ISDA).
  • Il Gigante Bianco, Boss nemico di Thorin Scudodiquercia. Mi piace come al posto del braccio sinistro abbia uno spuntone di metallo piantato nel gomito. Ecco, questo è un nemico! Questo è qualcosa di simile agli orchi cazzuti di ISDA! (anche se assomiglia un po’ troppo ai mostri di “Io sono Leggenda”).
  • Tutti i rimandi a ISDA. Ce ne sono un sacco, praticamente ad ogni battuta. Si parla anche di come Mordor nasce, di come Sauron torna al potere… insomma tutto ciò che non si sapeva da ISDA. Interessante.
Purtroppo non mi viene in mente nient’altro di particolare. Ma posso dire, in linea generica, che il resto del film è bello, al di fuori dei punti negativi che ho sottolineato.
Bene, la recensione è finita. Non si tratta di un libro, per una volta, ma ci tenevo davvero, anche perché credo di essere l’unica fan di Tolkien ad avere questa opinione un po’ discordante a proposito di questo film.
Voi che ne pensate?
Aspettando i prossimi capitoli de Lo Hobbit, arrivederci! Alla prossima lezione!