Riflettendo – La figura maschile nella letteratura

Ieri bazzicavo per l’internet, serena e tutto sommato ben disposta verso il genere umano. Poi, come sempre, è successo qualcosa che ha fatto colare a picco il mio buonumore. Nello specifico, questo stato facebook:

Cattura

Qui notiamo la ragazza (e, senza violare la privacy, vi dico che era MOLTO giovane), che è alla ricerca di una lettura rosa. E questo non sarebbe un problema. Il problema risiede nel fatto che si è premurata di specificare che vuole una rappresentazione maschile “strafottente” e che non diventi “leccaculo”.
Questo mi ha fatto riflettere. Innumerevoli immagini si sono fatte strada nella mia mente, e in particolare le copertine di tutti i milioni di libri che trattano una figura maschile di questo genere. In particolare, la mia nemesi, la saga che più odio al mondo e che se diventerò mai dittatrice metterò al rogo pubblicamente stile Fahrenheit 451: CINQUANTA SFUMATURE DI *INSERIRE COLORE*.

Non sono qui per discutere la poca conoscenza della ragazza in ambito “letterario”. Non sono qui per dirle, insomma, che libri come quello che cerca infestano la nostra vita e il mondo tutto come la peste nera del 1300. Sono qui, tuttavia, per fare un piccolo pensiero a proposito della figura maschile così come rappresentata nella letteratura moderna, soprattutto femminile.

Sono pronta ad ammetterlo: in questo ambito, a mio modesto parere, l’uomo è stato più sfortunato. Se per la donna bene o male si ammette una qual certa varietà, dalla timida stagista alla sterminatrice di draghi con i controcazzi, per l’uomo non è stato così semplice raggiungere un grado accettabile di indipendenza dai luoghi comuni. Quindi, se certamente si trova l’uomo comprensivo, sensibile, intelligente, in poche parole normale, è anche vero che bisogna sempre cercarlo nei big (Stephen King, o G.R.R. Martin, o Tolkien…). In realtà nella gran parte della letteratura, di ogni genere ma soprattutto in quella rosa, la figura dell’uomo è sempre e solo una, tanto piatta emotivamente quanto pericolosa: l’uomo che non deve chiedere mai!

L’uomo ricco, palestrato, bello e impossibile, malatissimo di sesso e con tendenze possessive al limite della legalità. Quell’uomo che ti fa regali costosi non perché intende farteli, ma perché dà per scontato, neanche tanto di nascosto, che la donna non potrebbe ottenerli mai da sola (qualcuno ha parlato delle macchine e delll’elettronica varia che Cristiano Grigio regala alla sua Anastasia?). Quell’uomo che vuole che tu lavori, ma in un ambiente ovattato, protetto e con una certa pedata in culo per arrivare ai piani alti (qualcuno ha parlato del ruolo di capo redattrice, sempre di Anastasietta?). Quell’uomo che ti vuole, non nel senso che ti desidera, ma proprio che ti vuole, e basta. Quell’uomo che controllo ogni aspetto della tua vita, dalla macchina che puoi guidare ai vestiti che puoi indossare, e che ti fa contestualmente credere che sia per AIUTARTI!

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Questo tipo di figura maschile ha ormai invaso la letteratura moderna come una muffa stantia e impossibile da sradicare. E sapete perché è impossibile da sradicare? Perché, beh… alle donne piace! Così come la donna oggetto non sparirà mai del tutto finché l’uomo non la boicotterà, così l’uomo SECSI e prepotente non lascerà mai le nostre lande se non saremo noi le prime a cacciarlo.
Quel che però mi fa più tristezza è che le donne, soprattutto le giovanissime come nel caso dell’autrice del post, non si rendono conto di quanto questa rappresentazione sia pericolosa per tutta la società mondiale. Non perché influenza l’uomo (il quale solitamente non legge questo tipo di libro), ma perché influenza la donna stessa, le fa il lavaggio del cervello, e la convince a operare una scelta del tutto errata nel momento di scegliersi un partner.

Donne, ragazze: un uomo possessivo non è innamorato; un uomo strafottente non è sicuro di sé; un uomo assillante non è protettivo; un uomo prepotente non è affascinante.
Dovete iniziare a capire qual è la differenza tra questi termini, perché è proprio in questi che risiede la forza delle masse. Se continuerete a pensare che le parole che ho scritto siano sinonime tra di loro, la donna e l’uomo non saranno mai liberi, l’una dagli altri uomini, e l’altro dagli stereotipi.
Allo stesso modo, mi ripugna come la parola “secchione leccaculo” sia utilizzata per descrivere un tipo di ragazzo timido e premuroso. Davvero, mi ripugna tanto.
Perché tutto questo porterà ad una ragazzina che, cresciuta, si lamenterà delle sue relazioni instabili, della sua impossibilità di trovare qualcuno disposto a impegnarsi, della “stronzaggine” del genere maschile. E non si accorgerà che, in realtà, è tutta opera sua, e di sua madre prima di lei, e della madre di sua madre, e di tutte le autrici rosa che ci inculcano a forza l’idea che un uomo per essere sicuro di sé debba essere UN COGLIONE.

Io, da parte mia, cerco di fare il possibile per arginare quest’idea che l’uomo potente sia l’unica alternativa attraente del panorama letterario. Lo faccio in due modi, principalmente.
Il primo, consiste nella discussione diretta. Ovviamente alla ragazzina ho risposto, in modo educato, e ne è seguito un brevissimo botta e risposta che credo non abbia portato a nulla. Ma ci si prova sempre, è il dovere che lo impone.
Il secondo metodo è, invece, impegnarmi attivamente perché nella MIA piccolissima parte di letteratura ci siano sempre uomini a tutto tondo, con debolezze, personalità diverse, sogni ed emozioni.
E proprio ora, sì, esattamente in questo periodo, mi sto impegnando in tal senso. Sto creando un personaggio apposta per smontare questo castello di bugie che è la figura maschile odierna. Lo sto facendo nel mio nuovo libro, che potete leggere gratis su WATTPAD. Volevo dimostrare che un uomo può e deve sempre puntare alla più alta realizzazione della sua consorte, spingendola sempre a fare il massimo, perché ne è in grado. Volevo un uomo che spronasse la sua donna ad aprirsi con gli altri, piuttosto che un maschio possessivo, geloso e secondino; volevo un uomo che la convincesse a decidere da sola quello che è meglio per lei, non un uomo che decide anche cosa deve indossare; volevo un uomo che, per quanto problematico, non fosse una gabbia per la consorte, ma un trampolino di lancio verso l’indipendenza. E ho voluto farlo nel modo più arduo possibile: coniugando tutto questo alla persona meno indicata al proposito, uno psicopatico omicida attratto dal dolore anche in ambito amoroso. Se può lui essere una persona incoraggiante per la figura femminile, se può lui distinguere tra dominazione sessuale e violenza domestica, può e deve riuscirci davvero chiunque, soprattutto il miliardario bello e impossibile alla Cristiano Grigio che tanto spopola oggi giorno.

E ricordatevi, donne, che non è sbagliato apprezzare un uomo sicuro di sé. Ma è sbagliato ritenere che questo significhi rendersi succubi.

SVEGLIATEVI.

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Recensione – Il racconto dell’Ancella

9788868337421_0_0_0_75Titolo: Il racconto dell’Ancella (“The Handmaid’s Tale”)

Autrice: Margaret Atwood

Genere: distopico

Pagine: 400

 

Trama

In un contesto post-nucleare, a seguito del quale gran parte della popolazione è divenuta sterile, vive Difred, la “donna che appartiene a Fred”, un’ancella il cui unico scopo è la procreazione. Un monologo interiore lungo la prigionia di una donna in un mondo misogino e puritano, che tocca i temi dello sfruttamento sessuale, della repressione morale, della liberà di pensiero, dei diritti umani.

 

La mia opinione

Questo è un libro difficile. Non solo per i temi che tratta, ma anche per lo stile. Ho finito di leggerlo una settimana fa e mi sono detta di aspettare un po’, prima di recensirlo, “per far sedimentare le idee”. Ora che le idee sono sedimentate, però, non lo sono altrettanto le mie opinioni a riguardo.
Partiamo con l’analizzare quello che ho apprezzato. L’ambientazione, innanzitutto. Il clima post-apocalittico è ben studiato, verosimile. In particolare, si respira un’aria di puritanesimo spinto, di religiosità estremista, vista attraverso il tema della segregazione sessuale: temi oltremodo attuali, quindi, in un’epoca di terrorismo e discriminazione femminile, dai negati diritti umani e civili nel medio-oriente, agli stigmi dello sfruttamento del corpo femminile nelle società occidentali. Sotto questo punto di vista, pertanto, il libro è consigliato a tutti, uomini e donne, per avere un quadro su quello che accade nel mondo. Certo, si tratta di fiction, ma è una fiction verosimile, realistica, che non descrive nulla di diverso da quello che accade o è accaduto nella nostra storia. Il fatto che la trama sia stata concepita dalla Atwood nel 1985 e, dopo più di trent’anni, sia ancora attualissima, fa capire che i problemi che ricadono su metà della popolazione mondiale, quella femminile appunto, sono ben lontani dall’essere risolti. Non si tratta di un libro “lungimirante” come ho letto in qualche recensione. Si tratta di un libro che parla del presente, un presene che, paradossalmente, si adatta a tutte le epoche.
Questo libro trasmette un senso di angoscia costante durante tutta la sua lunghezza, e lo fa in un modo molto originale: rende la protagonista conscia del passato. Solitamente, infatti, nei romanzi distopici, compreso 1984, il futuro di cui si parla è molto lontano, e il protagonista è nato e cresciuto nel suo contesto. Questo, per quanto possa essere doloroso, toglie lo “spessore del passato”: se il personaggio non conosce ciò che c’era prima, essenzialmente, soffre meno.
Ne “Il racconto dell’Ancella” non è così. La protagonista ha vissuto la prima parte della sua vita da libera, nell’ambiente liberal-democratico degli Stati Uniti degli anni ’80. Solo dopo la nuova religione Gaaladiana ha preso piede e l’ha soggiogata, inglobandola come “Ancella”, priva di diritti e umanità. Questo le da modo di ricordare la vita passata e di fare paragoni, altrimenti impossibili, che coinvolgono di più il lettore, facendogli capire che Difred potrebbe essere lui, o sua madre, o sua sorella.

Tuttavia, quest’ambientazione così particolare rischia, a tratti, di essere vittima di uno stile troppo descrittivo e di una protagonista troppo apatica. Sono questi, infatti, i motivi che mi hanno impedito di dare il voto massimo.
Lo stile è lento, si sofferma sui minimi particolari ambientali, omettendo quasi del tutto la narrazione e le sequenze dialogiche. Dà la sensazione di essere un grande flusso di coscienza, sotto forma di monologo. Purtroppo questo potrebbe pesare sulle spalle dei lettori meno avidi di descrizioni, risultando lento e – Dio non voglia – noioso.
La protagonista, allo stesso tempo, risulta apatica. Non prende una posizione a proposito di quello che le avviene intorno, e se lo fa, ritratta innumerevoli volte. Si lascia scorrere gli eventi intorno, senza mai prendervi realmente parte, e questo atteggiamento la porta a sorvolare su certe informazioni che, magari, il lettore avrebbe preferito conoscere: non si saprà mai precisamene come la società Gaaladiana abbia preso le redini di metà Stati Uniti, ad esempio, come non si saprà il destino dei cari di Difred, e non si avrà mai uno sguardo chiaro e limpido sul funzionamento della realtà distopica in cui si viene introdotti.
Tutto ciò è voluto, ovviamente. Non si tratta di errori dell’autrice, ma di precise scelte stilistiche. L’apatia di Difred deve rappresentare l’apatia forzata di tutto il genere femminile soggiogato, le abbondanti descrizioni hanno senso se si pensa che la protagonista non può dire o fare quasi nulla, e pertanto si ritrova ad ammirare, per noia, i ricami dei cuscini o i fiori secchi sul caminetto. Lo stile è molto verosimile, insomma, ma vista la mole del romanzo – 400 pagine abbondanti – per alcuni lettori potrebbe risultare eccessivo.

Nonostante i difetti (pochi), questo è un libro che va letto, a qualsiasi età, in qualsiasi parte del mondo e qualsiasi sia il vostro sesso.

 

La serie TV

Recentemente “Il racconto dell’Ancella” è stato riadattato per il piccolo schermo.
La serie è tecnicamente valida, per cui la visione è consigliata: la recitazione è buona da parte di tutti, il ritmo tra una puntata e l’altra è ben strutturato.
Non solo, ma la serie TV, alla cui realizzazione ha partecipato anche Atwood, è molto più completa del libro. La base del romanzo è stata interamente mantenuta e, in più, per amor dell’intrattenimento, sono stati aggiunti eventi e approfonditi personaggi. Pare sia già stata confermata la seconda stagione, che sarà del tutto inedita: già, perché la prima copre interamente gli eventi del romanzo, e quindi la fonte letteraria è stata del tutto prosciugata. La serie apre il finale del libro e lo approfondisce, promettendo più sviluppi e, forse, anche la trattazione di quegli argomenti che nel libro erano stati omessi. Buona, in particolare, l’idea di dare più spazio a Moira, amica di Difred, e al suo compagno Luke, che sarà protagonista di una linea di trama a sé stante.
Nella Serie l’apatia della protagonista, che si scopre essere quasi disinteressata alla sorte della figlia, risulta ancora più marcata, ma per il resto è un prodotto consigliato, soprattutto in attesa dello sviluppo inedito delle prossime stagioni.

 

Voto: 8/10

Lezione 44 – La copertina

Salve pantegane!
Oggi andiamo con una lezione non proprio convenzionale. Parliamo, infatti, della copertina di un romanzo. In tanti mi chiedete come farla, se serve… ecco, diciamo che in linea di massima NO, una copertina NON SERVE a niente, a meno che non vi auto pubblichiate. Già perché se avrete la fortuna di essere pubblicati da un editore è praticamente impossibile che tengano la vostra. Quindi no, la copertina non è necessaria né indispensabile, anzi, nel momento dell’invio del manoscritto all’editore non dovrete nemmeno includerla.

Detto ciò, come scrittrice so quanto è bello vedere un libro veramente completo, in tutto e per tutto, stampato e quindi anche con una bella copertina. Quindi il vostro desiderio è del tutto legittimo. Ma so anche che farsi fare una copertina non è semplice, spesso anzi potrebbe costare parecchio. La soluzione è ovviamente il fai-da-te.

Cominciamo con lo sfatare un mito: NON SERVE SAPER DISEGNARE PER FARE UNA COPERTINA DECENTE! La mia dote artistica in quell’ambito è pari a quella di un gerbillo, sono letteralmente al livello di saper disegnare solo stickmen. Ma ho sempre e comunque fatto io le copertine dei miei lavori, e questo grazie al senso estetico e ai rudimenti di Photoshop. I secondi non ve li posso insegnare ora. Non solo perché, lo ammetto, in un articolo, senza avervi faccia a faccia, non ne sono in grado, ma anche perché non è il luogo adatto: nel resto dell’Internet potete trovare tutorial ben fatti e spiegati meglio di quanto farei io. Andrò volentieri a parlare, invece, del primo fattore, il senso estetico.

Cosa prendo in considerazione quando faccio una copertina, per me o per altri? La prima cosa a cui penso è l’atmosfera del libro, e da lì parte tutto. Pensando attentamente alla storia, al genere del libro, agli elementi caratteristici, si può davvero ricavare molto. Ad esempio: voglio una copertina chiara o una copertina scura? Chiara salta di più all’occhio ma rischia di essere fredda e asettica, scura è più classica e calda, ma rischia di essere meno originale. O, ancora, che immagine di sfondo mettere? Qual è la cosa più importante del libro (un oggetto, un’ambientazione, una persona)? Che sensazione complessiva deve dare la copertina (misteriosa, allegra, seria…)? Che font posso usare per rendere questa sensazione?
A tutte queste cose dovete saper rispondere voi, se si tratta del vostro lavoro, o dovete essere bravi a ricavarle se state facendo la copertina per altra gente, o leggendo il lavoro o chiedendo all’autore. Io qui posso solo darvi qualche esempio per cercare di farvi capire meglio cosa intendo. Descriverò, quindi, il processo creativo di ogni copertina da me creata, che sia per i miei libri o per commissioni.

Per la mia primissima copertina, anche perché ero alle prime armi, avevo deciso di rimanere sul semplice. Avevo cercato di ispirarmi a un antico volume, quando ancora non si usavano le immagini di sfondo. Essendo un Fantasy volevo che desse l’idea di un tomo antico, senza fronzoli, di quelli con gli angoli decorati e protetti da mascherine triangolari di metallo: insomma, un vecchio volume, magari contenente ballate, saghe epiche… Beh, questo è quello che ne è uscito. Ricordatevi una regola generale: alla semplicità dovete compensare con l’elaboratezza, al chiaro dovete compensare con lo scuro. Significa che se avete uno sfondo molto semplice, con il font potete lasciarvi andare a qualcosa di più elaborato (altrimenti semplice su semplice risulterebbe scialbo); e viceversa, quindi se avete uno sfondo molto complesso il font deve essere semplice. Idem per i colori: chiari su sfondo scuro, scuri su sfondo chiaro. Questa che vedete del mio primo romanzo è una copertina estremamente semplice, davvero tutti possono farla. Ma vi assicuro che può svolgere il suo lavoro egregiamente, infatti stampata su supporto rigido la ADORO (come vedete avevo cambiato il colore da nero a bordeaux, per dare ancora di più l’idea di libro antico).

Coleridge's Rime

Passiamo al mio secondo romanzo, Coleridge’s Rime. Genere completamente diverso (fantascientifico/psicologico/distopico), e qui volevo osare di più con uno sfondo. Ma cosa mettere? L’idea migliore è sempre basarsi su un oggetto, un personaggio o un’ambientazione ricorrenti, e nel mio caso era il deserto nord americano, tipico degli stati come Arizona, New Mexico, Nevada e Texas. In più volevo che desse la sensazione di arido, giallo, caldo, soffocante, ed ecco spiegata la scelta di mettere la foto in stile “schizzo” bicromatico (sì perché altro non è che una semplice foto della Monument Valley, modificata solo successivamente per sembrare un disegno). Come dicevo prima, se lo sfondo è più complesso, se “ruba l’occhio” di chi guarda, se insomma l’immagine fa da protagonista, bisogna che il titolo sia più semplice, e in questo caso è appunto più piccolo, in alto a sinistra, quasi fuori inquadratura. Altra regola generale: se potete, se avete spazio libero, non sovrapponete il testo con il disegno! Crea confusione!
Ecco che prontamente vado a sfatare questa mia affermazione:

Storia

Titolo sovrapposto perché non c’era spazio.
Per il mio terzo libro il genere era ancora una volta diverso (Commedia psicologica). Quindi, anche qui, mi sono chiesta quale fosse l’oggetto ricorrente, e le risposte sono state due: la ragazza protagonista e un acchiappasogni. A quel punto mi è bastato trovare un disegno su Google, modificarne leggermente i colori e inserire il titolo, che volevo fosse in stile country, sempre per questione di attinenza allo stile della storia. Siete liberi di usare ciò che trovate pubblicamente su internet, ma attenzione a non violare nessun copyright, nel caso usiate l’immagine a scopo commerciale (ad esempio, auto pubblicandovi. Nessun problema in caso di uso personale).

OK OK

Per il mio ultimo romanzo ho voluto fare una cosa ancora diversa. Ho inserito un oggetto significativo (la maschera da medico della peste) ma ho cercato di fare in modo che fosse una copertina completamente diversa da quelle di solito usate per il genere horror: ecco perché lo sfondo chiaro, venuto quasi per sbaglio. Stavo, infatti, provando in tutti i modi a farlo nero, ma avvertivo che c’era qualcosa che non andava, poi mettendolo in bianco ecco l’illuminazione! Insomma, osate! Non abbiate paura di fare qualcosa fuori dagli schemi!
Da qui in poi vediamo qualche copertina che ho fatto su commissione.

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Questa è la copertina che ho fatto per il libro di mio padre, come potete notare dal cognome dell’autore. Libro storico, quindi ho cercato un’immagine storica. Ma qui vorrei porre l’accento sui colori: il titolo infatti è dello stesso identico colore della fascia rossa sulla spada. Riprendere i colori di certi particolari darà sfarzo alla vostra copertina!

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Questo è il fantasy di una mia amica. La storia si incentrava molto sul proteggere la natura, da qui l’idea di mettere un albero in copertina. Viola è semplicemente il nostro (sì, di entrambe) colore preferito, e il simbolo in basso a sinistra è voluto dall’autrice stessa (da lei disegnato). Anche questa non era che una foto che poi io ho modificato. Qui attenzione a un’altra cosa: la disposizione del titolo. Se avete un titolo piuttosto lungo, non abbiate paura di fare un “collage”: le parole meno importanti più in piccolo, le altre in grande. Il tutto posizionato in modo da creare un equilibrio piacevole alla vista, ma non per forza lineare.

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Anche questa, copertina su commissione per un amico. L’immagine è di internet, ma molto modificata in quanto per dare sensazione di mistero ho dovuto cancellare e mettere in ombra buona parte del viso della ragazza. Poi, come dicevo anche in precedenza, notate i colori delle scritte che sono ripresi dagli occhi di lei. Ricordatevi sempre che, a meno che non siate Stephen King, il titolo va sempre più grande del nome!

Bene, in realtà ce ne sono altre, ma quello che dovevo dire l’ho detto. Spero vivamente che la lezione sia stata (un pochino) utile. Non esitate a chiedere consigli, se vi servono! E magari possiamo anche lavorare insieme a qualcosa, se siete in difficoltà con il fotoritocco.

Alla prossima lezione!

Lezione 43 – Il lessico

Nella nostra lunga scalata verso la cinquantesima lezione, oggi parliamo di lessico.  Non ve lo nasconderò: è stato uno dei miei grandi problemi nel mio processo di crescita artistica. Essenzialmente io avevo due grandi difetti: mettevo troppe virgole e usavo un lessico poco vario o inadeguato, appunto. Sono, infatti, queste le due caratteristiche principali che dovete tenere presente per ottenere un buon lessico: VARIETÀ e ADEGUATEZZA.

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VARIETÀ: Serve anche e soprattutto per evitare ripetizioni. Errore comune, ad esempio, usare lo stesso verbo per descrivere la stessa azione. Come è facilmente intuibile anche dal punto di vista logico, questo non sarebbe propriamente sbagliato, ma a lungo andare diventa pesante. L’esempio più classico: usare il verbo “dire” alla fine di un discorso diretto.

“Addio” disse Gertrude.

“Non addio, arrivederci” disse Mario.

“Lo spero tanto” disse Gertrude.

Ecco, ovviamente qui la cosa è esagerata (come in tutti gli esempi che faccio io, volutamente eccessivi per far capire il concetto in modo immediato). Ma anche se i verbi “disse” non fossero così vicini l’uno all’altro, se fossero quindi sparsi per l’opera, ma comunque troppo frequenti, sarebbe sbagliato. Magari non danno la sensazione di ripetizione, non essendo del tutto attaccati, ma certamente rendono il lavoro un pochino sciapo. Esistono, infatti, un’infinità di modi di dire la stessa cosa, o magari anche di variare leggermente la sfumatura. Ad esempio, sinonimi molto versatili del verbo dire, con sfumature di azioni diverse: proferire, intervenire, domandare, esclamare, chiedere, rispondere, sottolineare, redarguire, urlare, strillare, sussurrare, tuonare, consigliare, suggerire… sono potenzialmente MIGLIAIA e voi potreste anche non usare mai lo stesso verbo per descrivere un’azione.

“Addio” sussurrò Gertrude.

“Non Addio, Arrivederci” la corresse Mario.

“Lo spero tanto” sospirò Gertrude.

Vedete come già il tutto sembra molto meno infantile, più ricercato, in definitiva più ARTISTICO. Questo ovviamente si applica a ogni tipo di azione ripetitiva, che rischia quindi di essere non propriamente trattata  durante il vostro lavoro. VARIATE!

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ADEGUATEZZA: Questo è un punto molto ampio. Non si tratta solo di parlare in modo appropriato nel libro, ma anche di far parlare in modo appropriato i personaggi. E appropriato non vuole dire perfetto, ma adatto al contesto. Ad esempio, in Harry Potter, i discorsi diretti di Hagrid presentano per la gran parte errori di grammatica. E questo è un lessico appropriato, visto che Hagrid è un personaggio non colto. O, ancora, Ron finisce sempre col dire “Miseriaccia!” e anche questo è un lessico appropriato, perché fa capire subito chi sta parlando. Leggendo “Miseriaccia!” anche senza che il narratore citi il personaggio, voi sapete già che è stato Ron, e questo evita allo scrittore di dover inserire SEMPRE la citazione prima o dopo la frase diretta (vedere mio esempio precedente). Quindi, ecco, cercate di ENTRARE NEL PERSONAGGIO. Parlate come parlerebbe lui. E fidatevi, è la cosa forse più complicata da fare, quella che ancora oggi a volte mi mette in difficoltà: è molto facile lasciarsi andare all’estro, e in generale al proprio modo di parlare. Ma se siete scrittori dovete saltare da un personaggio all’altro, e più siete bravi a differenziare i linguaggi, più il lettore si sentirà immerso nella lettura. Modi per farlo sono, appunto, inserire piccoli errori, o al contrario paroloni altisonanti che non direste mai se state facendo parlare un personaggio molto colto. Inserire parole ripetute spesso dal personaggio, come già detto, aiuta molto. O anche modi di dire tipicamente colloquiali, che non vi sarebbero permessi in fase di narrazione, come sbagliare un congiuntivo. Insomma, non abbiate paura di differenziare e, in un certo senso, anche di sbagliare apposta, se è di beneficio al carattere del personaggio! Ma ancora questo punto non è finito. Già perché dovete essere appropriati SEMPRE. Non solo nei discorsi diretti, ma anche in tutto il resto della narrazione, che deve essere adatta al contesto, cioè al target e al genere del libro.  Per target si intende il pubblico a cui è rivolto, e il genere, beh, è il genere, horror, rosa…  Ecco, per fare un esempio, se dovete descrivere una scena di una sparatoria in un poliziesco per ragazzi dovrete limitarvi a espressioni come “Sparò” o “Venne ferito”. Se invece la stessa scena la fate in un Noir per adulti potete lasciarvi andare a cose come “Gli esplose il cranio”. Tutto ciò dovete ovviamente giudicarlo voi. Dovete mettervi nei panni del lettore, proprio come fate per i personaggi nei discorsi diretti. Vi mettete nella sua situazione e vi chiedete “Sono un ragazzino di 13 anni, cosa voglio e cosa posso leggere?”, “Sono una donna di 53 anni, cosa voglio leggere?”. A seconda di quanto siete bravi a capire il vostro target, avrete un lessico sempre più appropriato, e potrete evitare gaffe come termini e argomenti troppo spinti per un pubblico troppo giovane (Esempio a caso: AMORE 14… COFF… COFF…).

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Spero, come al solito, di essere stata chiara e utile! Non fatevi remore a chiedere eventuali chiarimenti.Alla prossima lezione e buona vita!

Lezione 42 – KISS

Keep It Simple, Stupid: KISS.
E’ una regola d’oro da non scordare mai: la regola del bacio, che in inglese è appunto Kiss. L’acronimo, letteralmente, si traduce con “Rimani sul semplice, stupido!” e in realtà è usato nel linguaggio di programmazione informatica. Ma nulla ci vieta di prenderlo a prestito, perché in fondo scrivere righe di codice e scrivere fiction non è così diverso: in entrambi i casi bisogna essere schematici, semplici… voi poi dovrete aggiungere una buona dose di poeticità, di mano artistica, ma questo è il meno. L’importante è, appunto, che siate SEMPLICI. Semplici fino a sentirvi stupidi.
Vado a spiegare meglio.

Molto spesso semplicità e banalità vengono confuse, ma non sono la stessa cosa. Ad esempio, la trilogia di “50 sfumature” è BANALE, ancorché scritta in modo semplice. “1984”, invece, di Orwell, è SEMPLICE ma mai banale. Voi, ovviamente, dovete puntare a questo secondo esempio: pensate la trama più complessa e originale che vi viene in mente, inserite flashback, flash forward, intrecciate tutto in modo da ingarbugliarvi il cervello da soli… ma, quando verrà il momento di scrivere, di spiegare per filo e per segno cosa sta succedendo, siate SEMPLICI, come se doveste spiegarlo a un bambino di 4 anni. Non abbiate paura di essere scialbi, raramente uno stile semplice lo è, se opportunamente corredato di una trama vincente. Dovete semplicemente provare a spiegare tutto come se la persona meno intelligente del mondo dovesse capire, fate della chiarezza la vostra dea.
Questo vi aiuterà per varie ragioni:

  • Primo e più importante, vi aiuta a non dare niente per scontato. Scrivendo, infatti, l’autore ha già ben chiara la trama nella sua testa. Non ha bisogno di spiegarla a sé stesso, perché l’ha inventata, la conosce già. Questo può facilmente portarlo a dare informazioni fondamentali per scontate. Facciamo un esempio banale: l’autore ha una foto mentale del proprio protagonista, quindi sa come è fatto. Ma se si perde a descrivere con paroloni altisonanti il paesaggio, la bellezza della donna amata, i sentimenti degli amanti, e poi si dimentica di dire che il tizio, semplicemente ha gli occhi verdi, allora i lettori non sapranno MAI che questo ha gli occhi verdi. Se fosse un dettaglio importante verrebbe perso nel tentativo di filosofeggiare su altre questioni di minore importanza. Non abbiate paura di descrivere le cose come stanno, senza troppi giri di parole. Descrivete come se chi legge fosse un bambino di 4 anni. Sarete chiari, riassuntivi, direte solo l’essenziale.
  • Vi permette di non annoiare. Sì perché, come mi è capitato di dire più volte, la cosa peggiore che un libro possa fare, a mio avviso, è l’annoiare. Ed è facilissimo cadere in questo errore: basta soffermarsi troppo tempo su particolari inutili, o peggio usare un linguaggio troppo ricercato nel tentativo di mostrarsi intelligenti. Ricordate: VOI NON SIETE UN PROFESSORE, QUELLO CHE SCRIVETE NON E’ UN SAGGIO! Non avete alcun bisogno di dimostrarvi intelligenti, di sopraelevarvi rispetto al lettore. Farlo sentire stupido non è vostro compito. Voi dovete intrattenerlo, farlo divertire, farlo immergere nella vostra storia, quindi non usate termini troppo ricercati, desueti, frasi lunghissime per far vedere che sapere usare le subordinate… NO! Siate semplici, come se quella storia doveste raccontarla a voce alta.
  • Vi permette di raggiungere un pubblico più ampio e, soprattutto, di non offendere il lettore, che inevitabilmente si sente sminuito di fronte ad un autore che sfoggia il proprio lessico con aria pomposa.

 

Ora, provo a farvi un esempio molto veloce di cosa dovreste fare. Iniziamo con un testo troppo complicato:

Flavo, com’era d’aspettarsi dalla stirpe caucasica, il di lei crine, ispido, indomito. Cercai un bagliore rovente nelle iridi e non lo rinvenni, annegai nel turchese.

Che, ok, forse si capisce che sto parlando della faccia di una donna… ma un libro tutto così stancherebbe molto di più delle mie due righe, ve lo assicuro!
Ora, una cosa banale, scialba, descritta in maniera troppo disinteressata.

Era una donna. Aveva i capelli biondi. Gli occhi azzurri.

Quello che voi dovete fare è una via di mezzo. Parlate in maniera chiara, lineare, come fareste di persona. Aggiungete pure qualche virtuosismo, ma sempre e comunque rimanendo nella lingua corrente, sui termini che tutti possono comprendere.

Era una ragazza dall’aria selvaggia, caucasica. I capelli le ricadevano sulle spalle in morbidi boccoli biondi e dagli occhi turchesi, senza una traccia di sfumature più calde, mi lanciava sguardi di ghiaccio.

Questo vi impone di non usare termini strani, ormai non più in auge, o espressioni come “ella” o “vi era” (tutte cose che gli esordienti usano spesso, appunto nell’inutile tentativo di suonare più maturi).
Insomma, non abbiate paura di suonare semplici, di sembrare “persone che parlano normalmente”. Siete scrittori! Ed essere scrittori non significa sfoggiare l’uso di termini incomprensibili, bensì saper intrattenere silenziosamente, come se la vostra presenza non fosse nemmeno percettibile, come se l’autore non esistesse e la storia parlasse da sola. Voi dovete sussurrare agli orecchi dei lettori, insinuarvi nei loro pensieri furtivamente, e lì seminare la storia, farla germogliare, da sola, perché è lei che conta, non la vostra orgia d’estro. I lettori vogliono storie alla loro portata, che possano capire e apprezzare. Non vogliono un araldo di corte che annuncia la trama con il petto gonfio e la fanfara.
Keep it simple, Stupid!

Lezione 41 – Impaginare

Salve a tutti! Oggi scrivo una lezione che mi è stata (parzialmente) richiesta. In generale, si parla di come impostare graficamente un libro, e cercherò di spiegare al meglio senza tralasciare nulla.

First thing first, mi sono accorta solo ora che avevo già fatto un articolo su alcune regole redazionali (come scrivere certe parole, l’uso del grassetto e del corsivo) per cui vi invito a leggerlo se non l’avete fatto: Lezione 5 – Regole redazionali.
Fatto questo, iniziamo col parlare più nello specifico di come presentare un file ordinato, bello, piacevole alla vista. Ricordatevi che spesso quello che dico è qualcosa di basato sulla mia esperienza e sul mio gusto, non esiste una scienza esatta! Ma certamente se volete avere un’idea di come lavorare, potete prendere spunto da questo articolo, modificando poi a vostro piacimento. La regola generale è solo una: siate ORDINATI.

Per parlare di come impagino un libro devo partire anche dal come lo scrivo. Trovo molto più comodo, infatti, fare file separati per ogni capitolo, anche piuttosto grezzi, senza rifiniture. Poi vado a impaginare solo quando ho tutto il libro finito.
Il font è a vostra discrezione. Ma qui iniziamo con le regole: non usare MAI font elaborati per il corpo. Potete usare il classico Times New Roman, Calibri, Geramond, quello che volete, purché sia scritto in stampatello minuscolo e il più standard possibile. Niente corsivi arzigogolati stile Vivaldi o troppo importanti stile Impact. Rimanete sul classico. Potrete, in ogni caso, sbizzarrirvi con i font per i titoli dei capitoli (ma se e solo se state impaginando per voi o per far leggere a privati. Se intendete inviare a case editrici, meglio fare una versione soft, in cui anche i titoli sono scritti in uno stile semplice e classico).
Ecco come si presenta una pagina ordinata:

Cattura

Titolo in un font di vostra scelta, corpo semplice (Calibri in questo caso). I numeri di pagina è sempre meglio metterli, per comodità. Il corpo è preferibile giustificato piuttosto che allineato a sinistra, se volete farlo sembrare il più professionale possibile.
Per i dialoghi esistono diverse scuole, ma io sono per quella in cui si deve andare a capo ogni volta che cambia colui che parla. Quindi, essenzialmente, prima di aprire altre virgolette andate sempre a capo!
Il grassetto non si usa MAI, il corsivo invece è di uso piuttosto comune e vario: io lo uso per i flashback, per le citazioni, i pensieri diretti, quando devo dare enfasi a una parola… in generale, si può usare ogni qual volta vi serva staccare graficamente qualcosa dal resto del corpo.
Più dibattuto è l’uso del caps lock, in caso si sia in presenza di un dialogo urlato. Io personalmente non ho ancora capito se mi piace o meno, ma si può usare e ne ho fatto uso anch’io, perché effettivamente non sempre un punto esclamativo rende un urlaccio. Quindi è a vostra discrezione, ma comunque ricordatevi che rientra nell’ambito di quelle cose da usare il meno possibile, come le parentesi.
Quando cambiate paragrafo andate a capo due volte in modo da lasciare uno spazio bianco. Se invece dovete citare poesie, testi di canzoni, o qualsiasi cosa sia da riportare così come il personaggio la vede scritta, potete fare come me: centrare la parte di testo incriminata e dividerla dal corpo con due spazi, sopra e sotto.

Cattura2

Personalmente non amo gli interlinea troppo evidenti, ma se vi piacciono inseriteli pure, a occhio direi non oltre il punto e mezzo.
I margini sono pure quelli a vostra discrezione, ricordatevi solo di abbondare un po’ nel margine destinato al dorso del libro (sinistro per le pagine dispari e destro per le pari), in caso lo vogliate stampare e rilegare in qualche modo, altrimenti il supporto che userete andrà a sovrapporsi alle parole.
La grandezza del font è sempre a vostra discrezione, ma cercate di non mettere più di 40/50 righe nella stessa pagina, soprattutto se è un testo destinato a supporti multimediali.
Parlando del file completo, invece, ricordatevi di distanziare bene i capitoli. Finito un capitolo non procedete nella stessa pagina, ma andate a quella successiva. E, inoltre, ricordatevi di lasciare le pagine bianche dietro la copertina, il titolo del libro e un’eventuale dedica, se il file è destinato alla stampa! Alla fine il file dovrebbe presentarsi così:

Cattura4

Se avete una copertina, potete inserirla nella prima pagina, ma non fatelo assolutamente se state inviando a editori, nel qual caso la dovrete sostituire con i vostri dati e contatti.
Infine, cercate di fare un bel lavoro per il titolo e magari anche per la pagina di fine. La semplicità vince sempre, non c’è bisogno di fare cose troppo elaborate, ma ricordatevi che anche l’occhio vuole la sua parte!

Cattura3

Come tipo di file prediligo sempre il pdf, perché non può essere modificato e oltre a essere più sicuro mi da un senso di definitivo. Se avete da inserire appendici, ringraziamenti o indici fatelo solo dopo la parola fine, e come impostazione mantenete quella del libro.

Spero sinceramente di non aver dimenticato nulla ma ne dubito. Nel caso, chiedete pure qui sotto. E perdonatemi per le foto autoreferenziali, ma come ho detto sto parlando di mie preferenze, e poi molto semplicemente erano le uniche foto che avevo a portata di mano 😀

 

Non Paradiso

Ragazzi, sono contentissima di annunciare di aver ufficialmente terminato la stesura di “Non Paradiso”, il mio quarto romanzo! (QUARTO! Ma chi ci credeva?)

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OK OK

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Sono davvero senza parole. Che dire… procedo con una breve descrizione?
Beh, ero ferma da più di un anno. Stavo soffrendo veramente la mancanza di un progetto a cui dedicarmi e, dentro di me, mi dicevo che forse il periodo di gloria delle belle idee era semplicemente giunto al termine. Poi, una notte, dal nulla, mi è venuta l’idea non tanto per la storia, ma per la struttura di un nuovo libro. Qualcosa che si presentava come una sfida, e tra le più complesse che mi sia mai letterariamente trovata ad affrontare: un libro diviso in due, con due trame distinte (cosa che in realtà non mi era del tutto nuova, dopo Coleridge’s Rime), con capitoli rigorosamente alternati, una struttura speculare, simmetrica, ordinata e, soprattutto, un modo di trattare il tempo per me del tutto nuovo, con una delle trame che procede normalmente in ordine cronologico, ma l’altra va all’indietro.
Non lo nascondo, ho creduto fosse impossibile farcela. Ma con tanto ragionamento e tante (ma TANTE) controllatine indietro a quello che avevo già scritto, alla fine ci sono riuscita.
La storia è horror-psicologica, ambientata nell’Inferno. Era una vecchia storia breve che avevo creduto di archiviare, e che invece si prestava benissimo a diventare un’opera più corposa. Anche l’horror per me era una novità, ma devo dire che mi è piaciuto scrivere questo genere più di quanto sia legalmente lecito. Detta molto in breve: ho sempre amato la violenza. O meglio, ho sempre odiato edulcorare scene che non hanno motivo di essere edulcorate (una violenza sessuale è quello che è, punto!). Ma negli altri libri ho sempre sentito il bisogno di auto-censurarmi per paura delle esigenze di target. Ho osato un po’ di più solo in Coleridge’s Rime, e già lo ritenevo esagerato. Ma con l’horror, essenzialmente, sono giustificata a non sentirmi in colpa con il lettore, e se devo dirlo è una bella sensazione. Non mi sono mai dovuta fermare per chiedermi “ok, questo può essere troppo?”. Vi garantisco che in qualità di autrice è qualcosa che agognavo da tempo.

Beh, che dire… ringrazio tutti quelli che mi hanno aiutato in questo progetto, quelli che inconsapevolmente mi hanno dato delle idee e, anticipatamente, quelli che vorranno leggere e darmi un’opinione spassionata!
Ma, soprattutto, ringrazio me stessa per esserci riuscita in un periodo difficile. Ce l’ho fatta, nonostante tutto, e non potrei esserne più fiera.

Recensione – Grey

greyTitolo: Grey

Autrice: E. L. James

Genere: Erotico (pare)

Pagine: Non so quante ma sicuramente più di una, quindi troppe.

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Ok, già è tanto che mi sono impegnata a mettere il layout serio per le recensioni serie. Ma questa recensione è un po’ speciale: non la faccio perché voglio, ma perché DEVO, me lo impone la verità, il bene comune. Sono una super eroina, amatemi.

Trama.

Almeno in questo punto PROVO a non mettere opinioni personali. Molto semplicemente: questo libro è la rivisitazione di 50 Sfumature di Grigio, però dal punto di vista del tenebrosoh Christian. Seriamente, non so che altro aggiungere.

La mia opinione.

Ok, ora non mi trattengo più. Iniziamo dal principio: l’idea base del libro. E’ questa ad essere sbagliata, e quando un libro pecca nelle fondamenta, immaginatevi cosa ci può saltare fuori.
Il Problema, con la P maiuscola: questa non è una storia nuova. E’ la stessa della trilogia 50 sfumature. La STESSA. Solo che è dal punto di vista di lui e… d’accordo, sono la prima a dire che cambiando il punto di vista cambia tutto, ma non abbastanza per scriverci UN ALTRO LIBRO CORPOSO, venduto alla bellezza di euro 19. DICIANNOVE. Tutti euro che vanno in saccoccia, e che sono uguali a quelli richiesti per un libro con una storia originale. E’ come se io vendessi una bella maglia. Poi la giro e la rivendo allo stesso prezzo, solo con le cuciture di fuori, e la faccio passare come alta moda. E LA GENTE PAGA! OMMIODDIO!
Ma non è finita qui. Già perché la prima cosa che salta agli occhi è la dedica:

Questo libro è dedicato a tutti quei lettori che lo volevano… lo volevano… lo volevano…

E io non stento a credere che i lettori lo volessero, lo volessero, lo volessero; ma che questa sia addirittura la ragione della stesura e della pubblicazione di questo abominio… uhm. Sono più dell’idea che l’autrice e tutti quelli che lucrano da questo format volessero, volessero, volessero soldi. Come tutti, non fraintendetemi… non è il guadagnare da un'”opera” che contesto, ma guadagnare più volte dalla stessa cosa venduta con una copertina diversa, tanto più che, secondo la mia modesta opinione, già i seguenti due libri della trilogia 50 Sfumature erano superflui. La considero niente meno che una truffa, E. L. James e il suo seguito devono alla comunità 3 libri di troppo. Ma c’è anche da dire che se esiste gente disposta a cascarci, un pochino se lo merita.

Ma passiamo oltre. Io non critico un libro dalla copertina, quindi addentriamoci nel fenomeno editoriale dell’anno (anche se ammetto subito di non averlo letto tutto. Scusate ma ho un’igiene mentale da preservare).
Che dire… è scritto male. Ma male, male, male, per usare la triplice ripetizione della dedica. Ai tempi ho letto a tratti la trilogia 50 Sfumature, e sebbene non mi sia piaciuta, sinceramente non mi pare avesse uno stile così abominevole, ma forse sono io che ho i ricordi annebbiati dalle natiche di Jamie Dornan (che poi, parlerei male anche del film, ma facciamo che non è questo il luogo, altrimenti non finisco più). Comunque, sono rimasta stupita ancora più in negativo, negativo, negativo, se possibile, dallo stile di questo quarto romanzo. E’ essenziale, in senso cattivo. Infantile.

Ho tre macchinine. Sfrecciano sul pavimento. Velocissime. Una è rossa. Una è verde. Una è gialla. La verde mi piace. È la mia preferita. Piacciono anche alla mamma, le macchinine. Mi piace quando la mamma gioca con me con le macchinine. La sua preferita è la rossa.

Queste sono le primissime frasi che si incontrano. E credetemi, non è infantile perché gli occhi attraverso cui si vede la scena sono quelli di Christian Grigio da bambino, ma proprio perché è l’autrice che scrive così, per tutta la durata della storia. Le descrizioni della “seducente” Ana sono uguali: è bruna. Amo le brune. Occhi chiari. Amo gli occhi chiari. E così via, così discorrendo.
Ma fin qui lo potrei ancora accettare, in fondo è leggibile (sono troppo buona). E, comunque, non mi piace troppo criticare lo stile di un libro tradotto. Ma un problema vero c’è, e su questo non transigo: l’autrice non ha capito cos’è la prima persona.

“Ma come fa?” Forse riesce davvero a leggere dentro di me.
“‘Controllo’ è il mio secondo nome, tesoro.” Le lancio un’occhiataccia, sperando di intimidirla.
«Oh, io esercito il controllo su tutto, Miss Steele.» “E mi piacerebbe molto esercitarlo su di te, qui e adesso.” Quel rossore così attraente le attraversa il viso un’altra volta […]

Vabbè, non fatemi commentare la stupidità del “forse davvero legge dentro di me!”. Non ci credo che l’abbia scritto davvero. Avevo scritto qualcosa di simile anch’io, nel mio primo “romanzo”. A tredici anni.
Comunque, ecco il problema: ci sono pensieri diretti che non servono assolutamente a NIENTE. E non qui, ma sempre, in tutto il libro, a ogni piè sospinto. I pensieri diretti servono quando, appunto, vuoi riportare direttamente il pensiero di un personaggio, un pensiero che altrimenti non sentiresti. Ma se sei in prima persona sei GIA’ dentro al personaggio! Che senso ha mettere un flusso di pensieri non tra virgolette apici, e poi una singola frase sì… non capisco, mi è proprio estraneo.
Christian Almighty, quello che non si sa che cosa faccia ma è ricco sfondato (“Please!” direbbe Barney Stinson, peccato che questo non sia un libro comico), quello che è Amministratore Delegato ma non ha un Consiglio di Amministrazione, quello che pensa indirettamente e direttamente al tempo stesso, perché lui può! Infatti, non succede nulla se spostiamo o togliamo gli apici ai suoi pensieri:

Ma come fa? Forse davvero riesce a leggere dentro di me.

Oppure:

“Ma come fa? Forse davvero riesce a leggere dentro di me”.

O, ancora:

Ma come fa? “Forse davvero riesce a leggere dentro di me”.

In qualsiasi modo le mettiate il senso non cambia. Cacchio, E. L. Cometichiami… ENTRAMBE LE FRASI SONO PENSIERI DIRETTI! E non potrebbe essere altrimenti visto che hai scelto la prima persona, quindi sei dentro Christian. SEI Christian. Perché mai la prima parte di frase è diretta (“Ma come fa?”) e la seconda no (Forse davvero etc etc…)? Non sono entrambi pensieri di Chrsitian, derivanti dallo stesso flusso? Oppure solo il diretto è di Christian e la seconda parte della frase è la risposta dalla sua seconda personalità? Ok, sapevamo che Christian era un tantino instabile mentalmente, ma…
Va bene. Cambiamo di nuovo argomento o esplodo.

Mi dicevano, un tempo, che 50 Sfumature non sembrava scritto da una donna, perché molto volgare. Io ho sempre risposto che, invece, si vedeva lontano un miglio che era scritto da una donna, perché le millemila pagine di cui è composta la trilogia sono per il 90% seghe mentali della protagonista. Non mi piacevano, ma oddio, diciamo che erano… plausibili?
Ecco, però ora, cara E. L. James, non hai più una donna come protagonista. ADATTATI!
Non posso trovare le stesse pare mentali di una ventiduenne un po’ ritardata in un uomo (presumo) trentenne che, per sua stessa ammissione, è un depravato sessuale. Tutti i primi capitoli sono pensieri (a volte diretti e a volte… no?) di lui che nota un particolare sexy di Ana, e poi ritratta, si dice di stare calmo. Poi nota la bocca. “Calmati, Grey! Non puoi! Forse lei non ti vuole!”. Poi nota il seno. “Calmati, Grey! Non puoi! Forse lei non ti vuole”. Poi nota la pelle. “Calmati, Grey! Non puoi…”
EBBASTA! (tra l’altro, simpatico, si chiama mentalmente per cognome! Ah. Ah. Ah.)
Te lo dico con il cuore in mano, E. L. James. Credo che nessun uomo, per quanto si possa sentire in colpa per i suoi gusti sessuali, passerebbe ore e ore a porsi dubbi, a sviscerare ogni singola parola di Ana, a notarne ogni particolare, pensare che è arrapante, e poi ritrattare (anzi, a mio avviso nessun umano sano di mente lo farebbe, ma rimaniamo sulla critica di genere). Cara, questi sono pensieri FEMMINILI. Un uomo nota semplicemente una bella donna, pensa che sarebbe bello farsela e fine. E ripeto, qui chiunque mi potrebbe addurre mille giustificazioni (“Eh, ma è in ansia perché è il suo veroh ammoreh!”, “Eh, ma mica tutti sono così!”, “Eh,ma lo sai tu come pensa un uomo?”). Ragazze, rispondo molto semplicemente: chi ha scritto questo libro? Una donna. Chi legge questo libro, per la gran parte? Donne. Di uomini non ne vedo, in nessuna delle fasi di stesura, correzione, distribuzione, ricezione, tant’è che anche nei ringraziamenti il gene XY scarseggia parecchio. Quindi direi che la risposta si dà da sola, ho almeno il 90% di possibilità di avere ragione io.
Ah, scusate, dimenticavo! Non posso criticare tutto a questa duttile e adattabile autrice. Per non rischiare di cadere negli stereotipi di genere, si è premurata di aggiungere testosteronici “cazzo!” ogni due o tre righe. Per rimanere nel personaggio, per non farlo sembrare troppo mestruato o incinto. Eh, insomma, diamo a Cesare quel che è di Cesare!
Cara, non è così che si crea una mente maschile. Credimi.

In conclusione… non comprate questo libro, per piacere. Se siete curiosi (come lo ero io) trovate una qualsiasi via alternativa per averlo, ma vi prego, vi scongiuro: NON SGANCIATE UN SOLDO. E’ l’amor proprio umano che ve lo chiede.

Voto: 2/10

Lezione 40 – Trovare gli errori

Salve a tutti amici! Finalmente torno a scrivere un pochetto.
Come ricordate dal post precedente, tante novità… e non ho ancora trovato il modo di conciliare tutto senza impazzire. Ma piano piano, tra alti e bassi, sto provando a fare tutto!

Oggi faccio una lezioncina breve breve ma, spero, utile utile. Parliamo di come trovare gli errori.
Come forse alcuni di voi ricordano, in altre lezioni ho detto che il numero di stesura perfetto, secondo me, è tre.

  • Prima Stesura: scrivere, semplicemente. Dall’inizio alla fine, cronologicamente, senza lasciare buchi. Completare la storia, quello che, con le dovute correzioni, sarà l’aspetto finale del vostro romanzo.
  • Seconda Stesura (modifica): rileggere tutto e aggiungere o togliere eventi. Insomma è il momento delle correzioni pesanti, quelle che possono toccare anche la trama.
  • Terza Stesura (revisione): rilettura completa e correzione solo degli errori di battitura, o comunque tecnici.

Ecco, quando parlo del notare gli errori, parlo in particolare dell’ultima stesura.
Di primo acchito forse la terza stesura potrebbe sembrare la più semplice… niente di più sbagliato!
E’ probabilmente lo step più tecnico, noioso; non si crea nulla, risulta ripetitivo e poco stimolante a livello creativo. E’ come correggere i temi di una classe scolastica: si fa perché si deve, ma spesso controvoglia.
Ed è proprio la poca voglia, unita alla “troppa conoscenza” dell’opera, che spesso fa saltare gli errori. Non li vedete proprio: li leggete e li saltate a piedi pari.

Questo accade perché il cervello stesso è programmato per trovare logica in tutto, a correggere automaticamente gli errori. Aggiungiamoci la suddetta poca voglia, il lavoro noioso e ripetitvo, e il fatto che conoscete l’opera talmente bene (è normale, ne siete autori) che alcuni pezzi sicuramente li saprete a memoria. Insomma: tanti errori passano e non si notano.

Personalmente ho notato che, invece, basta pochissimo a cambiare del tutto la prospettiva.
Un primo metodo è farsi aiutare: gli altri vedono ciò che l’autore non vede, per forza di cose. Non è annoiato, se avete scritto bene, non conosce le frasi a memoria, quindi si accorge di più degli errori, non tende a correggerli in automatico.
Se questo primo metodo non è applicabile, ce n’è uno fai da te: cambiare il modo di leggere.
Molto semplicemente, provate a cambiare impaginazione, carattere, grandezza delle scritte, o anche provate a leggere le cose stampate e non da pc. Vi posso garantire che si vedono molto di più gli errori. Questo perché il cervello, mentre leggete, certo, conosce già le frasi, ma una minima modificazione della grafica gli impone di rimanere più concentrato su ciò che legge per seguire il discorso: non andrà a capo nello stesso punto in cui è abituato, il font ha un’altra forma… insomma, è esattamente come se fosse un nuovo libro.

E’ un metodo che ho testato personalmente e funziona davvero molto bene. Vedo gli errori dieci volte meglio. Tanto che ho preso l’abitudine di cambiare font e impaginazione a ogni nuova opera, per distaccarmi dalla precedente.
Un piccolo accorgimento, ma se vorrete provare non rimarrete delusi!

Riflettendo – Dati Istat che mi deprimono

Rispetto al 2012, la quota di lettori di libri [definiti come le persone con 6 anni o più che hanno letto almeno un libro per motivi non strettamente scolastici o professionali, nda] è scesa dal 46% al 43%. […] Il numero di libri letti è comunque modesto: tra i lettori il 46,6% ha letto al massimo 3 libri in 12 mesi.

Ora, vi prego, ditemi se tutto ciò non è preoccupante.
Per chi non fosse bravo in aritmetica, traduco in termini umanistici: i lettori (ammesso e non concesso che tali possano definirsi quelli che leggono almeno un libro all’anno) in italia sono meno della metà della popolazione, e anche tra i lettori meno della metà legge più di tre libri, sempre all’anno ovviamente.
Le questioni, ora, sono due: o sono io la pazza che legge almeno una decina di libri all’anno (e so per certo che in questo caso, ci sarebbe gente molto più pazza di me), oppure l’Italia, tra tutti gli altri difetti, è un popolo di rincoglioniti. Diciamo che avevo pochi dubbi anche prima su questa seconda ipotesi, ma vedere questi dati mi ha dato il colpo di grazia. Praticamente, volendo proprio parlar chiaro, solo meno di un quarto della popolazione legge da 1 a 3 libri. Un quarto! Due quarti non legge proprio e il restante quarto legge Topolino, una volta all’anno. Bene. Perfetto.
Mi vorrei chiedere perché ma in realtà non ne sono in grado. Colpa della mentalità ancora arretrata? Sì, forse, e lo dimostra che in media le regioni del Meridione sono messe peggio. Colpa della scuola? Largamente, detto da una che è quasi arrivata ad odiare la lettura di certi libri, grazie a certi prof. Colpa dei prezzi? Di sicuro, ma non è una scusa ormai, c’è internet.
Ma la triste verità è che non mi importa di chi è colpevole. Al momento sono capace solo di inorridire, e di sentirmi parte di un’elite. E non dovrebbe essere così! Trovo mortalmente triste che, soprattutto gli adulti, abbandonino quel minimo di cultura. Per cosa? Per il lavoro? Per la crisi? Non credo. Io credo che quelli che non leggono siano personaggi che non sono mai stati EDUCATI a leggere. E lo trovo disastroso.
Sono nel bel mezzo di quella tipica sensazione di impotenza, che sopraggiunge quando vorrei cambiare il mondo e so che non posso. Tutto ciò che sono in grado di fare è cercare di spingere i miei conoscenti e lamentarmi qui, su questo blog… perché sì. Perché tutti dovrebbero sapere quanto il nostro paese è incapace di istruirsi!