Lezione 44 – La copertina

Salve pantegane!
Oggi andiamo con una lezione non proprio convenzionale. Parliamo, infatti, della copertina di un romanzo. In tanti mi chiedete come farla, se serve… ecco, diciamo che in linea di massima NO, una copertina NON SERVE a niente, a meno che non vi auto pubblichiate. Già perché se avrete la fortuna di essere pubblicati da un editore è praticamente impossibile che tengano la vostra. Quindi no, la copertina non è necessaria né indispensabile, anzi, nel momento dell’invio del manoscritto all’editore non dovrete nemmeno includerla.

Detto ciò, come scrittrice so quanto è bello vedere un libro veramente completo, in tutto e per tutto, stampato e quindi anche con una bella copertina. Quindi il vostro desiderio è del tutto legittimo. Ma so anche che farsi fare una copertina non è semplice, spesso anzi potrebbe costare parecchio. La soluzione è ovviamente il fai-da-te.

Cominciamo con lo sfatare un mito: NON SERVE SAPER DISEGNARE PER FARE UNA COPERTINA DECENTE! La mia dote artistica in quell’ambito è pari a quella di un gerbillo, sono letteralmente al livello di saper disegnare solo stickmen. Ma ho sempre e comunque fatto io le copertine dei miei lavori, e questo grazie al senso estetico e ai rudimenti di Photoshop. I secondi non ve li posso insegnare ora. Non solo perché, lo ammetto, in un articolo, senza avervi faccia a faccia, non ne sono in grado, ma anche perché non è il luogo adatto: nel resto dell’Internet potete trovare tutorial ben fatti e spiegati meglio di quanto farei io. Andrò volentieri a parlare, invece, del primo fattore, il senso estetico.

Cosa prendo in considerazione quando faccio una copertina, per me o per altri? La prima cosa a cui penso è l’atmosfera del libro, e da lì parte tutto. Pensando attentamente alla storia, al genere del libro, agli elementi caratteristici, si può davvero ricavare molto. Ad esempio: voglio una copertina chiara o una copertina scura? Chiara salta di più all’occhio ma rischia di essere fredda e asettica, scura è più classica e calda, ma rischia di essere meno originale. O, ancora, che immagine di sfondo mettere? Qual è la cosa più importante del libro (un oggetto, un’ambientazione, una persona)? Che sensazione complessiva deve dare la copertina (misteriosa, allegra, seria…)? Che font posso usare per rendere questa sensazione?
A tutte queste cose dovete saper rispondere voi, se si tratta del vostro lavoro, o dovete essere bravi a ricavarle se state facendo la copertina per altra gente, o leggendo il lavoro o chiedendo all’autore. Io qui posso solo darvi qualche esempio per cercare di farvi capire meglio cosa intendo. Descriverò, quindi, il processo creativo di ogni copertina da me creata, che sia per i miei libri o per commissioni.

Per la mia primissima copertina, anche perché ero alle prime armi, avevo deciso di rimanere sul semplice. Avevo cercato di ispirarmi a un antico volume, quando ancora non si usavano le immagini di sfondo. Essendo un Fantasy volevo che desse l’idea di un tomo antico, senza fronzoli, di quelli con gli angoli decorati e protetti da mascherine triangolari di metallo: insomma, un vecchio volume, magari contenente ballate, saghe epiche… Beh, questo è quello che ne è uscito. Ricordatevi una regola generale: alla semplicità dovete compensare con l’elaboratezza, al chiaro dovete compensare con lo scuro. Significa che se avete uno sfondo molto semplice, con il font potete lasciarvi andare a qualcosa di più elaborato (altrimenti semplice su semplice risulterebbe scialbo); e viceversa, quindi se avete uno sfondo molto complesso il font deve essere semplice. Idem per i colori: chiari su sfondo scuro, scuri su sfondo chiaro. Questa che vedete del mio primo romanzo è una copertina estremamente semplice, davvero tutti possono farla. Ma vi assicuro che può svolgere il suo lavoro egregiamente, infatti stampata su supporto rigido la ADORO (come vedete avevo cambiato il colore da nero a bordeaux, per dare ancora di più l’idea di libro antico).

Coleridge's Rime

Passiamo al mio secondo romanzo, Coleridge’s Rime. Genere completamente diverso (fantascientifico/psicologico/distopico), e qui volevo osare di più con uno sfondo. Ma cosa mettere? L’idea migliore è sempre basarsi su un oggetto, un personaggio o un’ambientazione ricorrenti, e nel mio caso era il deserto nord americano, tipico degli stati come Arizona, New Mexico, Nevada e Texas. In più volevo che desse la sensazione di arido, giallo, caldo, soffocante, ed ecco spiegata la scelta di mettere la foto in stile “schizzo” bicromatico (sì perché altro non è che una semplice foto della Monument Valley, modificata solo successivamente per sembrare un disegno). Come dicevo prima, se lo sfondo è più complesso, se “ruba l’occhio” di chi guarda, se insomma l’immagine fa da protagonista, bisogna che il titolo sia più semplice, e in questo caso è appunto più piccolo, in alto a sinistra, quasi fuori inquadratura. Altra regola generale: se potete, se avete spazio libero, non sovrapponete il testo con il disegno! Crea confusione!
Ecco che prontamente vado a sfatare questa mia affermazione:

Storia

Titolo sovrapposto perché non c’era spazio.
Per il mio terzo libro il genere era ancora una volta diverso (Commedia psicologica). Quindi, anche qui, mi sono chiesta quale fosse l’oggetto ricorrente, e le risposte sono state due: la ragazza protagonista e un acchiappasogni. A quel punto mi è bastato trovare un disegno su Google, modificarne leggermente i colori e inserire il titolo, che volevo fosse in stile country, sempre per questione di attinenza allo stile della storia. Siete liberi di usare ciò che trovate pubblicamente su internet, ma attenzione a non violare nessun copyright, nel caso usiate l’immagine a scopo commerciale (ad esempio, auto pubblicandovi. Nessun problema in caso di uso personale).

OK OK

Per il mio ultimo romanzo ho voluto fare una cosa ancora diversa. Ho inserito un oggetto significativo (la maschera da medico della peste) ma ho cercato di fare in modo che fosse una copertina completamente diversa da quelle di solito usate per il genere horror: ecco perché lo sfondo chiaro, venuto quasi per sbaglio. Stavo, infatti, provando in tutti i modi a farlo nero, ma avvertivo che c’era qualcosa che non andava, poi mettendolo in bianco ecco l’illuminazione! Insomma, osate! Non abbiate paura di fare qualcosa fuori dagli schemi!
Da qui in poi vediamo qualche copertina che ho fatto su commissione.

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Questa è la copertina che ho fatto per il libro di mio padre, come potete notare dal cognome dell’autore. Libro storico, quindi ho cercato un’immagine storica. Ma qui vorrei porre l’accento sui colori: il titolo infatti è dello stesso identico colore della fascia rossa sulla spada. Riprendere i colori di certi particolari darà sfarzo alla vostra copertina!

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Questo è il fantasy di una mia amica. La storia si incentrava molto sul proteggere la natura, da qui l’idea di mettere un albero in copertina. Viola è semplicemente il nostro (sì, di entrambe) colore preferito, e il simbolo in basso a sinistra è voluto dall’autrice stessa (da lei disegnato). Anche questa non era che una foto che poi io ho modificato. Qui attenzione a un’altra cosa: la disposizione del titolo. Se avete un titolo piuttosto lungo, non abbiate paura di fare un “collage”: le parole meno importanti più in piccolo, le altre in grande. Il tutto posizionato in modo da creare un equilibrio piacevole alla vista, ma non per forza lineare.

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Anche questa, copertina su commissione per un amico. L’immagine è di internet, ma molto modificata in quanto per dare sensazione di mistero ho dovuto cancellare e mettere in ombra buona parte del viso della ragazza. Poi, come dicevo anche in precedenza, notate i colori delle scritte che sono ripresi dagli occhi di lei. Ricordatevi sempre che, a meno che non siate Stephen King, il titolo va sempre più grande del nome!

Bene, in realtà ce ne sono altre, ma quello che dovevo dire l’ho detto. Spero vivamente che la lezione sia stata (un pochino) utile. Non esitate a chiedere consigli, se vi servono! E magari possiamo anche lavorare insieme a qualcosa, se siete in difficoltà con il fotoritocco.

Alla prossima lezione!

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Lezione 42 – KISS

Keep It Simple, Stupid: KISS.
E’ una regola d’oro da non scordare mai: la regola del bacio, che in inglese è appunto Kiss. L’acronimo, letteralmente, si traduce con “Rimani sul semplice, stupido!” e in realtà è usato nel linguaggio di programmazione informatica. Ma nulla ci vieta di prenderlo a prestito, perché in fondo scrivere righe di codice e scrivere fiction non è così diverso: in entrambi i casi bisogna essere schematici, semplici… voi poi dovrete aggiungere una buona dose di poeticità, di mano artistica, ma questo è il meno. L’importante è, appunto, che siate SEMPLICI. Semplici fino a sentirvi stupidi.
Vado a spiegare meglio.

Molto spesso semplicità e banalità vengono confuse, ma non sono la stessa cosa. Ad esempio, la trilogia di “50 sfumature” è BANALE, ancorché scritta in modo semplice. “1984”, invece, di Orwell, è SEMPLICE ma mai banale. Voi, ovviamente, dovete puntare a questo secondo esempio: pensate la trama più complessa e originale che vi viene in mente, inserite flashback, flash forward, intrecciate tutto in modo da ingarbugliarvi il cervello da soli… ma, quando verrà il momento di scrivere, di spiegare per filo e per segno cosa sta succedendo, siate SEMPLICI, come se doveste spiegarlo a un bambino di 4 anni. Non abbiate paura di essere scialbi, raramente uno stile semplice lo è, se opportunamente corredato di una trama vincente. Dovete semplicemente provare a spiegare tutto come se la persona meno intelligente del mondo dovesse capire, fate della chiarezza la vostra dea.
Questo vi aiuterà per varie ragioni:

  • Primo e più importante, vi aiuta a non dare niente per scontato. Scrivendo, infatti, l’autore ha già ben chiara la trama nella sua testa. Non ha bisogno di spiegarla a sé stesso, perché l’ha inventata, la conosce già. Questo può facilmente portarlo a dare informazioni fondamentali per scontate. Facciamo un esempio banale: l’autore ha una foto mentale del proprio protagonista, quindi sa come è fatto. Ma se si perde a descrivere con paroloni altisonanti il paesaggio, la bellezza della donna amata, i sentimenti degli amanti, e poi si dimentica di dire che il tizio, semplicemente ha gli occhi verdi, allora i lettori non sapranno MAI che questo ha gli occhi verdi. Se fosse un dettaglio importante verrebbe perso nel tentativo di filosofeggiare su altre questioni di minore importanza. Non abbiate paura di descrivere le cose come stanno, senza troppi giri di parole. Descrivete come se chi legge fosse un bambino di 4 anni. Sarete chiari, riassuntivi, direte solo l’essenziale.
  • Vi permette di non annoiare. Sì perché, come mi è capitato di dire più volte, la cosa peggiore che un libro possa fare, a mio avviso, è l’annoiare. Ed è facilissimo cadere in questo errore: basta soffermarsi troppo tempo su particolari inutili, o peggio usare un linguaggio troppo ricercato nel tentativo di mostrarsi intelligenti. Ricordate: VOI NON SIETE UN PROFESSORE, QUELLO CHE SCRIVETE NON E’ UN SAGGIO! Non avete alcun bisogno di dimostrarvi intelligenti, di sopraelevarvi rispetto al lettore. Farlo sentire stupido non è vostro compito. Voi dovete intrattenerlo, farlo divertire, farlo immergere nella vostra storia, quindi non usate termini troppo ricercati, desueti, frasi lunghissime per far vedere che sapere usare le subordinate… NO! Siate semplici, come se quella storia doveste raccontarla a voce alta.
  • Vi permette di raggiungere un pubblico più ampio e, soprattutto, di non offendere il lettore, che inevitabilmente si sente sminuito di fronte ad un autore che sfoggia il proprio lessico con aria pomposa.

 

Ora, provo a farvi un esempio molto veloce di cosa dovreste fare. Iniziamo con un testo troppo complicato:

Flavo, com’era d’aspettarsi dalla stirpe caucasica, il di lei crine, ispido, indomito. Cercai un bagliore rovente nelle iridi e non lo rinvenni, annegai nel turchese.

Che, ok, forse si capisce che sto parlando della faccia di una donna… ma un libro tutto così stancherebbe molto di più delle mie due righe, ve lo assicuro!
Ora, una cosa banale, scialba, descritta in maniera troppo disinteressata.

Era una donna. Aveva i capelli biondi. Gli occhi azzurri.

Quello che voi dovete fare è una via di mezzo. Parlate in maniera chiara, lineare, come fareste di persona. Aggiungete pure qualche virtuosismo, ma sempre e comunque rimanendo nella lingua corrente, sui termini che tutti possono comprendere.

Era una ragazza dall’aria selvaggia, caucasica. I capelli le ricadevano sulle spalle in morbidi boccoli biondi e dagli occhi turchesi, senza una traccia di sfumature più calde, mi lanciava sguardi di ghiaccio.

Questo vi impone di non usare termini strani, ormai non più in auge, o espressioni come “ella” o “vi era” (tutte cose che gli esordienti usano spesso, appunto nell’inutile tentativo di suonare più maturi).
Insomma, non abbiate paura di suonare semplici, di sembrare “persone che parlano normalmente”. Siete scrittori! Ed essere scrittori non significa sfoggiare l’uso di termini incomprensibili, bensì saper intrattenere silenziosamente, come se la vostra presenza non fosse nemmeno percettibile, come se l’autore non esistesse e la storia parlasse da sola. Voi dovete sussurrare agli orecchi dei lettori, insinuarvi nei loro pensieri furtivamente, e lì seminare la storia, farla germogliare, da sola, perché è lei che conta, non la vostra orgia d’estro. I lettori vogliono storie alla loro portata, che possano capire e apprezzare. Non vogliono un araldo di corte che annuncia la trama con il petto gonfio e la fanfara.
Keep it simple, Stupid!