Shutter Island: un Silent Hill non ufficiale

Ok, no, devo parlarne. So che anche questo è un articolo “fuori tema”, ma non posso non farlo, me lo impone la mia sanità mentale. Quindi senza ulteriori convenevoli andiamo nel vivo della questione.

Ho visto Shutter Island piuttosto di recente, e come molti sanno Silent Hill 2 è tra i miei videogiochi preferiti (se non il videogioco preferito). Da un po’ di tempo c’è questa idea che non se ne vuole andare dalla mia testa: Shutter Island è UGUALE a Silent Hill.
No, non fraintendetemi: la storia è diversa e ufficialmente nulla c’entrano l’uno con l’altro. Ma ciononostante le similitudini sono talmente tante che trovo impossibile non paragonarli.
Quindi nulla, presa dalla smania di informazioni, ovviamente ho fatto qualche ricerca. Come mi aspettavo, nulla si riscontra nell’Internet Nazionale. Ma facendo qualche ricerca in inglese, ecco i primi risultati: no, per fortuna, non sono l’unica malata ad aver individuato questa similitudine! Anzi vedo che molti, pur non parlandone approfonditamente, ritengono Shutter Island un “figlio adottivo” della Silent Hill Saga, nonché, forse, il film che meglio rappresenta lo spirito di Silent Hill, ben superiore ai due film ufficiali. Non posso che concordare.
Quindi ora mi impegnerò a fare un confronto tra le opere, che spero i fan dell’una o dell’altra gradiranno. Mi sembra superfluo dirlo, ma lo faccio per pararmi il lato B: questo articolo è pieno zeppo, stracolmo, veramente GRONDANTE di spoiler parecchio gravi, sia del videogioco che del film. Leggete a vostro rischio e pericolo.

Iniziamo con qualche dato anagrafico. Chi ha preso ispirazione da chi? Dopo aver confrontato gli anni di uscita del libro di Shutter Island (2003), del film (2010) e dei vari capitoli di Silent Hill che ritengo, anche solo minimamente, citati (1999, 2001, 2009) posso dire con quasi assoluta certezza che è Shutter Island ad aver preso ispirazione da Silent Hill, in due tempi diversi. Prima il libro del 2003 che si è ispirato a Silent Hill 2 del 2001 (come storia e tematiche), poi il film del 2010 che si è ispirato a tutti i Silent Hill precedenti (Silent Hill 1  del 1999, il 2 del 2001 e Shattered Memories del 2009), inglobando anche qualche rimando “grafico” e visivo alla saga di Silent Hill.
Iniziamo, subito, infatti, con un’inquadratura che non lascia proprio scampo alle interpretazioni. Il film e Silent Hill 2, infatti, iniziano con la stessa, identica, inquadratura:

E’ qui, nei primi dieci secondi di film, che ho iniziato a pensare all’assonanza con Silent Hill 2. Qui notiamo il nostro caro Leonardo di Caprio che si specchia dopo essersi sciacquato il viso, stessa identica scena di apertura di James Sunderland nel videogioco. Notate proprio l’inquadratura, che in entrambi i casi che ci mostra lo specchio dalla destra del protagonista. Notate l’espressione, che infatti rimanda alle stesse identiche emozioni (poca sanità mentale, stanchezza, tristezza, dolore fisico e psichico). Vi prego anche di notare il chiaroscuro, molto accentuato in entrambe le figure, che in entrambe le opere indica la stessa cosa: la doppia valenza del protagonista, che ha qualcosa da nascondere, un lato oscuro. Prima di procedere, inoltre, vorrei farvi notare che anche la fisicità dei due uomini è pressoché la stessa: maschio, bianco, caucasico, capelli biondicci, quasi stessa pettinatura. E questa potrebbe essere una coincidenza, ma chi lo sa… mi piace credere di no.

Prima di passare alla trama, che rimanda, come già detto, quasi tutta a Silent Hill 2, vorrei soffermarmi su qualcosa di molto più fumoso da spiegare: la sensazione generale del film, l’atmosfera. Questa è presa da molti capitoli diversi di Silent Hill, in qualche caso abbiamo anche ambientazioni identiche. Facciamo una rapida carrellata.

Componente importantissima di Shutter Island è il faro, pressoché identico a quello di Silent Hill 1, ripreso anche nello stesso identico modo. Ma non solo:

In Silent Hill 2 bisogna seguire la luce di un faro prima di scoprire la verità, e lo stesso accade in Shutter Island, che vede il faro come prova finale. Per non parlare, ovviamente, dell’immancabile nebbia fitta.

C’è anche una forte similitudine in quanto alle ambientazioni e ai personaggi secondari: l’ambiente clinico, le infermiere, i medici, spesso visti come “nemici”, qualcuno di cui non fidarsi.

Ancora, troviamo un’abbondante presenza del fuoco e della cenere, tipiche di Silent Hill 1 e 2.

Le grate, la ruggine, tipiche della saga.

In particolare, tutte le scene nel famoso Blocco C di Shutter Island rimandano tantissimo alle prigioni e al labirinto di Silent Hill 2.

Abbiamo anche una forte similitudine con la figura del lago, visto sia come ricordo positivo che come ambientazione macabra… ma su questo punto, vi anticipo subito che mi soffermerò di nuovo in seguito, quando parlerò del significato dell’acqua.

Infine, l’elemento “ghiaccio” di molti flashback di Shutter Island, che non ha potuto non ricordarmi Shattered Memories. Vi vorrei far notare che la bambina ghiacciata è praticamente identica.
Insomma, in generale, l’atmosfera è davvero la stessa. I rimandi visivi credo siano lampanti e quasi spudorati, sembra davvero di essere in una trasposizione cinematografica non ufficiale dei videogiochi. A questo punto credo, semplicemente, che non solo lo scrittore di Shutter Island si sia ispirato a Silent Hill 2 per la trama, ma che anche sceneggiatori e direttori alla fotografia del film, forse sapendo di questa fonte di ispirazione, abbiano cercato foto (o forse anche giocato) alcuni capitoli della saga per rendere anche graficamente la somiglianza. Perché, davvero, se è una coincidenza, allora non sono più sicura di niente nella vita, nemmeno del mio nome.

Ma ora entriamo nel vivo della trama (e degli spoiler. Uomo avvisato…).
Tralasciando tutta la parte visiva, infatti, possiamo notare che la trama è praticamente la stessa. O meglio, è diversa, ma si basa sugli stessi presupposti, tanto che se dovessi fare un riassunto andrebbe bene sia per la trama di Shutter Island sia per quella di Silent Hill 2:

Uomo mentalmente disturbato cerca la verità a proposito della moglie morta, finendo per ricordarsi di esserne lui l’assassino.

D’accordo, l’ho semplificata molto, ma il concetto è questo, per entrambe le opere. E non è un’accusa, attenzione! Infatti ormai Shutter Island è uno dei miei libri/film preferiti. Così come lo è Avatar (anche se è simile a Pocahontas). Non ho mai ritenuto, infatti, che le similitudini di trama possano essere un punto negativo, perché alla fine tutto è già stato detto e scritto, è praticamente impossibile creare una trama DEL TUTTO originale. Questo è il senso della citazione di Goethe che ho messo sotto il titolo del blog: non importa cosa dici, ma COME lo dici. E sia Silent Hill 2 che Shutter Island dicono la stessa cosa EGREGIAMENTE, entrambi aggiungendo peculiarità alla storia, che in buona sostanza rendono i due lavori, diversamente, ma ugualmente capolavori.
Quindi andiamo con una carrellata delle similitudini nella trama.

In entrambe le storie il protagonista ha perso la moglie e tenta di fare chiarezza sulla sua morte. Il protagonista pensa che la moglie sia morta per una causa (per Mary era una malattia, per Dolores un incendio doloso da lei stessa causato) mentre in realtà l’assassino è proprio lui: Mary, infatti, viene soffocata da James e Teddy spara a Dolores. Né James né Teddy, infatti, ricordano il loro crimine e tendono a giustificarsi dando la colpa ad altri fattori. James ci riesce facendo coincidere la morte di Mary con l’inizio della sua malattia (che equivale a dire “Non sono stato io, lei per me è morta quando è stata male la prima volta”), Teddy invece incolpa l’incendio causato da Dolores stessa (“Non sono stato io, lei per me è morta la prima volta che ha tentato di suicidarsi”).
I due protagonisti quindi condividono il disturbo mentale, il rifiuto della colpa, la memoria fallace e il crimine, che è il medesimo, anche se per motivi differenti (James uccide Mary perché non sopportava più la vita risucchiata dalle cure mediche di lei, Teddy uccide Dolores perché lei aveva a sua volta ucciso i loro tre bambini). Entrambi soffrono di allucinazioni e vedono il mondo circostante come loro lo vogliono vedere, ed entrambi capiranno la verità solo alla fine delle proprie opere di appartenenza.
Gli indizi sulla dubbia sanità mentale del protagonista sono sparsi in entrambe le opere, anche se in modo diverso. Ad esempio, James tende a essere distaccato, a non provare emozioni, a volte a fare discorsi insensati, mentre Teddy è fin troppo complottista, paranoico, tende a inventare trame troppo ingarbugliate per spiegare cose semplici. In entrambe le opere è molto simile anche il modo in cui gli indizi ci vengono presentati, e cioè dall’inizio. Il problema è che alla prima giocata/visione si è troppo concentrati sulla trama per rendersene conto, mentre ad una seconda analisi tutto risulta alla luce del sole (ad esempio, James incontra molti cadaveri di sé stesso, mentre Teddy viene squadrato da tutti in modo molto circospetto, visto che hanno paura di lui in quanto malato mentale).

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Come avevo preannunciato, bisogna fare un rapido excursus sul ruolo dell’acqua nelle due opere. In Silent Hill 2 è presente in innumerevoli punti: spesso piove, ci sono ambientazioni allagate, la stessa città di Silent Hill sorge sulle rive del Toluca Lake e uno dei finali vede il protagonista suicida in acqua. Nel videogioco viene, insomma, vista come un elemento positivo e negativo al tempo stesso: l’acqua è la purezza, il lago è quello che piaceva tanto a Mary, però, come già detto, vede anche una componente suicida in uno dei finali. Bene, lo stesso vale per il film Shutter Island: il protagonista ci mette subito al corrente, infatti, che la sua più grande fobia è l’acqua. L’isola, in quanto tale, ne è circondata, e inoltre si scatena una tempesta molto violenta che non fa che peggiorare la presenza di acqua in tutto il film, rendendo il protagonista sempre più nervoso. Scopriamo, infatti, che l’acqua ha una doppia valenza per lui: bel ricordo di tempi felici insieme a Dolores, in un cottage sulla riva di un lago, ma anche luogo di morte, in quanto la stessa Dolores aveva poi affogato nel lago i tre figli.

Un’altra similitudine è la presenza quasi costante di una bambina da inseguire, come sinonimo di verità e purezza. James infatti più volte si trova costretto a inseguire Laura per proteggerla, e così, allo stesso modo, Teddy ha sogni e visioni di una bambina che lo accusa di non averla salvata quando era il momento. Si scoprirà, poi, essere una dei suoi figli, uccisa da Dolores, mentre ciò non avviene per Laura, che rimane sempre un’estranea.

Bisogna, infine, notare come in entrambe le storie il protagonista identifichi la moglie, almeno per qualche tempo, in un’altra donna, una donna “sbagliata”. James, infatti, da subito nota la somiglianza di Maria con Mary, e così Teddy, per la prima parte del film, tende a sovrapporre il ruolo della moglie Dolores a quello di un’altra donna, Rachel, che poi si scopre essere di sua invenzione… così come Maria, che non esiste se non nella testa di James.
In entrambi casi, poi, bisogna notare come le due interpretazioni della stessa donna abbiano i capelli diversi, mori in un caso e biondi nell’altro: Dolores bionda, Rachel mora. Mary mora, Maria bionda.

Io, boh… direi di aver finito. Forse. Ma forse no.
Sto sicuramente dimenticando qualcosa e me ne dispiaccio, ma comunque credo di aver resto l’idea generale. Spero, insomma, che il mio articolo vi sia piaciuto, anche perché è stato impegnativo a livello di ricerche e a livello di interpretazioni mentali. Spero di avervi messo voglia di rivedere/rigiocare questi titoli. Sappiate solo che io sono innamorata di entrambi e sì, credo, per concludere, che Shutter Island sia il film perfetto mai fatto di Silent Hill 2, sì, anche se è diverso. Come al solito eventuali opinioni sono ben accette (anche se so di aver scritto qualcosa tremendamente di nicchia).
Vi saluto calorosamente, al prossimo articolo!

Riflettendo – Pensa quadrato

Ultimamente, non so nemmeno io perché, mi stanno tornando in mente molti aneddoti a proposito della scuola. Sarà perché ormai ne sono fuori da 5 anni, e questo mi permette di pensare a mente lucida; sarà perché ormai sono alla fine del mio percorso universitario, e mi viene da guardare indietro; sarà perché alcune cose non sono mai, mai riuscita a mandarle giù…
In ogni caso, quale che sia il motivo, ci ripenso. E mi chiedo come diavolo ho fatto a sopportare quell’ambiente. Anche allora lo criticavo (e infatti ero abbastanza antipatica a tutti gli insegnanti, cosa che sicuramente non aiutava), ma diciamo che da una parte pensavo anche che forse, da adulta, avrei cambiato idea. Forse ero io in crisi adolescenziale, forse più avanti le cose avrebbero avuto senso. E ora che sono più avanti e mi guardo indietro, mi dico che NO, niente di tutto quello aveva senso.

A dire il vero non mi sono mai trovata COSI’ male a scuola. Nel senso: ero studiosa, fino all’inizio del liceo ero addirittura secchiona. Dopo le cose si sono un po’ ridimensionate, un po’ perché perdevo sempre di più l’interesse per alcune materie (quali la matematica) e un po’ perché, appunto, tendevano a giudicarmi dal mio essere critica. Mi sono sentita molto sottovalutata, è vero, ma comunque non è che stesse andando tutto a rotoli. Ce n’erano di messi peggio, io ero nella media. Ma allora, perché ancora odio così tanto quel periodo? La risposta che mi sono data è che lo odiavo perché è il periodo in cui hanno cercato di incasellarmi e rendermi qualcosa che non sono.

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Cercavano di farmi vestire più femminile, ma io non ero femminile.
Cercavano di inculcarmi la matematica, ma io non ero portata e mai lo sarò.
Cercavano di sminuire quello che sapevo fare meglio, scrivere, perché ero troppo giovane per scrivere saggi brevi critici intelligenti.
Cercavano di farmi tacere, quando alcune cose ANDAVANO denunciate.
Cercavano, in generale, di farmi pensare come volevano loro.

Ricordo un evento emblematico a questo proposito. Sembrerà stupido, ma non lo era per me allora, è qualcosa che mi ha toccato molto. Ripensarlo adesso mi rende molto triste, perché so che in questo momento sta accadendo a migliaia di ragazzini una cosa simile.
Beh, prima superiore. Una professoressa di biologia ci aveva fatto vedere un video documentario a proposito della tigre dai denti a sciabola, lo Smilodon Fatalis, il cui nome scientifico per ovvie ragioni non scorderò mai più. Dopodiché, come compito a casa, ci aveva detto di costruire una “mappa intellettuale” che riassumesse i punti chiave del documentario.
Erano i primi tempi, ero abituata a impegnarmi per prendere buoni voti, così una volta a casa mi impegnai a fare un compito fatto bene. E qui però nasce il problema: io non ho mai ragionato a schemi, ma a punti. Ma lo faccio per tutto: anche quando studio per l’università o scrivo un libro, stilo tutto per punti, non con riquadri e frecce. Non li ho mai sopportati, non sono nel mio modo di pensare… in generale NON LI CAPISCO, PER ME NON SONO INTUITIVI.
Ma un professore, come ormai sappiamo, per essere tale e svolgere il suo lavoro brillantemente MALE, deve per forza fossilizzarsi sulle sue idee e cercare di incasellare i suoi studenti nel SUO modo di pensare. Risultato: il giorno dopo, quando consegnai il compito, non solo mi diede un votaccio (4… il primo brutto voto della mia vita), ma si arrabbiò DI FRONTE A TUTTI, dicendomi, parole testuali, che dovevo avere qualche problema se non riuscivo a capire che una mappa intellettuale deve essere fatta a schema.
Intristita e arrabbiata, le feci notare che avrebbero dovuto essere i contenuti a contare, non la mia capacità di fare riquadri e cerchietti attorno alle frasi. Lei si arrabbiò ancora di più, io mi arrabbiai ancora di più, e mi misi con una matita a fare riquadri intorno a tutti i miei punti sul compito, per dimostrarle che, con o senza quelli, il compito non cambiava, le cose che avevo scritto erano giuste. Glielo riconsegnai. E quello fu il primo anno che ottenni 8 in condotta.

Non so quanto ho pianto per quell’incidente. Soprattutto, mi sentivo IDIOTA, un sentimento che avrei provato da lì fino alla maturità. Mi davo la colpa, mi dicevo che avrei dovuto mantenere la calma, che effettivamente avrei dovuto capirlo che una MAPPA va fatta a SCHEMA. A un certo punto, nella mia testa, ho finito col dare ragione alla prof, e da allora ho sempre fatto schemi per quella materia. Schemi che non capivo, che non mi venivano bene e che tenevano la mia media sul minimo sindacale.
Insomma, se il tuo maestro pensa quadrato, in Italia (ma forse un po’ ovunque) devi pensare quadrato. Non so nemmeno come criticare tutto ciò perché è così SBAGLIATO che si commenta da solo.

Tutto ciò non per sfogare la mia rabbia repressa per quell’esperienza, ma per comunicare con voi. E sapete come? CON UN DIAVOLO DI ELENCO A PUNTI.

  • PER GLI STUDENTI: se anche voi vi sentite così, non cadete mai nell’errore di arrendervi, di autocommiserarvi. E’ un periodo, passerà, arriverà il momento in cui potrete essere ciò che vorrete. Ve lo giuro.
  • PER I GENITORI: ascoltate i vostri figli. Anche se prendono buoni voti non vuol dire che vada tutto bene. Controllate, non fateli sentire frustrati da soli.
  • PER I PROFESSORI: so che ci sono dei veri talenti tra di voi, non vi voglio incolpare tutti. Ma so anche che la maggior parte di voi pensa quadrato. Smussate quegli angoli, fatelo perché create dei mostri.

Riflettendo – Cooking Mama

Ormai mi conoscete, sono una persona polemica.
Cioè, no. Non polemica per niente, ho le mie buone ragioni, e mi piace argomentarle, anche se questa attività esula un po’ dal campo di questo blog, dai miei soliti articoli. Però ho bisogno di parlarne lo stesso. In questo caso vi racconterò un aneddoto che mi è capitato qualche tempo fa. Un aneddoto forse anche stupido, ma che rivela quanto si possa essere crudeli anche nella vita di tutti i giorni, con frecciatine sessiste e ignoranti.

Tutta la vicenda, però, richiede una precisazione. Tra le altre cose, per chi non lo sapesse sono fan dei videogame, che sono una forma d’arte complessa quanto un film o un libro. Ecco, proprio perché per piacermi è necessaria questa componente artistica, originale, sono portata ad amare soprattutto i GRANDI videogiochi, i titoli cult che nessuno si permetterebbe mai di dire che sono riusciti male. Faccio dei gameplay anche su youtube e, chi mi segue lo sa, il mio preferito è Silent Hill 2 (giusto per fare un esempio di qualcosa che mi piace).
Ecco, tutto ciò il mio interlocutore non lo sapeva. E andiamo a raccontare la vicenda.

In uno degli innumerevoli gruppi whatsapp in cui mi ritrovo, per svariati motivi, c’è gente un po’ di tutta Italia, gente che quindi io non conosco personalmente. Ovviamente di tanto in tanto si fa conversazione per conoscersi meglio, ma la triste realtà è che mal mi inserisco in questo gruppo, perché sono l’unica di due donne (su 20/30 membri) e anche leggermente fuori età visto che molti di questi stanno, di media, sui 18 anni.
Ecco, la vicenda si svolge in uno di quei rari giorni in cui non parlavano di volgarità varie, bensì, appunto, di videogame, cosa che accomuna tutti noi (essendo appunto un gruppo creato per un gioco online). Allora ho avuto l’idea di inserirmi anch’io.
Più precisamente, c’era uno di questi ragazzi che decantava le lodi di Call of Duty, famoso gioco di guerra, mentre qualcuno gli dava contro. E io, in tono ovviamente scherzoso, mi sono inserita dicendo qualcosa come “Però è vero che COD fa un po’ schifo”. Tra l’altro abbondando con le emoticon felici, perché servono sempre a farsi capire, evitando malintesi.
Al che l’individuo, che ovviamente per motivi di privacy non posso sbranare pubblicamente, replica con “Parli tu che al massimo giocherai a Cooking Mama”.

Ora, questo non è un articolo sui videogiochi, ma sul sessismo. Ciò mi impone di spiegare ai non appassionati cosa questo voglia dire: Cooking Mama è infatti un titolo molto semplice da giocare, solitamente su smartphone o altre console portatili; essendo un gioco di cucina è tipicamente accostato alla figura femminile. Insomma, è lo stereotipo del gioco poco serio e da principessina, in una discussione letteraria è come se qualcuno mi avesse detto “Parli tu che leggi solo Novella 2000”.

Ora, sul momento non mi ha per niente dato fastidio. Non so bene perché: parlavano mille altre persone e con gli altri il clima era leggero e scherzoso. Questo mi ha portato a mia volta a replicare normalmente, dicendo che appunto sono una videogiocatrice da molto tempo e che apprezzo i titoli più svariati. Però… però ripensandoci quella frase mi fa arrovellare le budella. Più ci penso, più la rabbia sale, anche se è tardi. Sì perché ora SO che lui probabilmente non la intendeva come una frase scherzosa. E, in ogni caso, è comunque una frase orribile da dire! Interrompere così una persona che non conosci, una ragazza più grande di te, con una frase così meschina? Come se stessero parlando di motori, e io dicessi che la Lamborghini non mi piace (scherzosamente tra l’altro, e sottinteso perché mi piace ALTRO, tipo la Ferrari) e questo mi mortifica dicendomi che sarò in grado, al massimo, di guidare una Panda.
La rabbia è salita a tal punto da farmi scrivere questo articolo, perché ormai rispondere a lui direttamente è troppo fuori luogo.

Perchè, PERCHE’ di grazia mi ha detto qualcosa del genere? Perchè sono UNA DONNA.
Agli altri, anche quelli che erano contro di lui, non ha e non avrebbe mai dato una risposta del genere, non si sarebbe MAI sognato di dare del “giocatore di Cooking Mama” a un ragazzo. Ma a me sì. Non gli ho mai fatto niente, ci saremo parlati due volte in croce. Ma me l’ha detto lo stesso. Stava parlando con una persona normale, che poteva benissimo avere dei gusti molto “ricercati”, e lui non poteva saperlo. Ma nel dubbio ha scelto di pensare che fossi una ragazzina ignorante.
Bene, ora qui elenco tutte le cose che avrei dovuto dirgli e che non gli ho detto:

  • Innanzitutto, un sincero vaffanculo. Sì perché la volgarità rende molto più di mille parole.
  • Poi, dato che sono una persona civile, è il caso comunque di spenderle queste mille parole. Iniziamo con lo sfatare il mito: SI’, le donne POSSONO giocare ai videogiochi ed essere anche BRAVE nel farlo. Come gli uomini hanno ormai diritto di piangere, apprezzare il rosa, apprezzare altri uomini, così le donne hanno il diritto di avere gusti maschili. Quindi sì, io amo le macchine. E le moto. E i videogiochi. So parcheggiare bene, non mi piacciono i film rosa, non mi piace la moda. E nessuno, mai, dovrebbe dare per scontato che l’ideale generalizzato femminile si adatta a tutte, soprattutto a una persona che non si conosce!
  • Riguardo ai videogiochi, ho detto che non mi piace Call of Duty perché semplicemente non incontra i miei gusti. Questi gusti però sono dati dalle differenze personali e caratteriali che mi differenziano dagli altri esseri umani E NON DAL MIO ESSERE DONNA. Mi piacciono i videogiochi che, come dicevo, abbiano una componente artistica, una trama complicata, sviluppino i personaggi, contengano puzzle, enigmi, esplorazione (vedi Tomb Raider, Silent Hill, Primal, Heavy Rain, Beyond, The Last of Us, Fallout, Skyrim…). Non mi piacciono i giochi di sola azione, che non fanno pensare, e quindi ci rientrano quasi tutti i giochi di guerra come Call of Duty, ma anche altre cose tipicamente maschili come i giochi sportivi. Ma ripeto, non perché ho la coppia di cromosomi XX, ma perché VOGLIO TRAMA, e questo è un pensiero del tutto senza sesso. Certo, però, richiede un cervello, che il famoso tizio rappresentante del videogioco COD ha dimostrato di non avere.
  • Se proprio vogliamo metterla sul piano “guerra”, non è nemmeno vero che non mi piace lo stile di gioco impostato sul combattimento. Non è che sono una donna e come tale sono impressionabile, quindi non mi piacciono le mitragliatrici. Non mi piace COD perché oltre al combattimento non offre proprio NIENT’ALTRO, e mi annoia dopo i primi cinque minuti proprio perché è invariabile. Ma, ripeto, mi annoia, non è che non mi piace perché la guerra non è una cosa per fighette. Tra l’altro, per tanti anni ho giocato a soft-air (sport di guerra simulata) e addirittura uno dei miei possibili percorsi di vita era entrare in accademia militare. Per cui vorrei far sapere in via ufficiosa a questo tizio che, tra i due, quella che ne sa di più di guerra sono comunque io, visto che sono l’unica che ci ha (anche se solo per gioco) messo il culo in prima persona e non attraverso un joystick. Colpito e affondato.
  • Anche come offesa è proprio riuscita male. Sì perché è un tantino un controsenso: non vedo quale gran differenza ci sia tra il tagliare ripetutamente cipolle e lo sparare a ogni cosa che si muove. Sono comunque due giochi meccanici, che non richiedono sforzo mentale e sì, in conclusione, COD e Cooking Mama sono molto più simili tra loro di quanto questo tizio creda.
  • Infine, non me la sento nemmeno di condividere la brutta fama di Cooking Mama, e in generale di tutte le donne che non sono come me e sono più femminili. Perchè, perchè mai dovrebbe essere un’offesa? Non siamo tutte uguali, e sicuramente c’è chi usa Cooking Mama come passatempo… non sarò certo io a usarlo come insulto! Non c’è niente di male in una donna che rispecchia un canone più all’antica. E sono sicura che questo tizio non si rende conto che la sua affermazione offende la sua futura (se l’avrà) ragazza, le sue parenti, sua nonna, sua madre… la quale quest’ultima probabilmente si è prodigata in cucina per dargli da vivere, per dire.

Insomma, quando sarà chiaro che noi donne andiamo bene, semplicemente, nel modo in cui VOGLIAMO essere? E che, magari, prima di sparare a salve stupidi stereotipi sessisti è meglio informarsi, anche per evitare di fare figure di merda? Sì perché, dopo che ho elencato la mia lista giochi, il tizio non si è più fatto risentire. Vai così.

Leggi un mio libro!

Salve a tutti!
Come forse qualcuno ha notato dal LEGGERO cambiamento di grafica del blog, sto iniziando a mettere in circolazione i miei libri!
Se ho trovato un editore, mi chiedete? PFFF macché, di quello nemmeno l’ombra! No, a dire il vero sto cercando di fare da sola, autopubblicandomi. Non mi aspetto grandi numeri, sia chiaro, ma anche solo tre persone raggiunte sono tre persone in più rispetto a zero. E dato che io seguo la filosofia che ogni singolo lettore è importante, beh, a me anche solo tre fanno molto piacere!

Quindi, ecco il piano.
Sto pubblicando su Amazon (clicca qui per la mia Pagina Autore). Ho scelto questa piattaforma perché è probabilmente quella più conosciuta e diffusa, e che offre tra l’altro un servizio carino con Kindle: si scarica l’app gratis e si possono leggere i libri in ebook su qualsiasi dispositivo (cellulare, tablet, lettore ebook specifico…). E’ abbastanza versatile!
Per ora ho pubblicato “Storia di un Viaggio in America”, ma probabilmente arriveranno prossimamente anche “Coleridge’s Rime” e “Non Paradiso”.
I prezzi sono… bassi. Sul serio. PEDDAVVERO. Per 90 giorni c’è addirittura un’offerta per cui il libro è distribuito gratis. Quando sarà finita, invece, ho fissato il prezzo a 3 euro circa. Molti ormai hanno letto qualcosa di mio e sanno che non ho mai avuto problemi a passare gratis i miei lavori, quindi credetemi quando vi dico che non lo faccio per soldi. Tuttavia Amazon un prezzo minimo lo vuole, e comunque sono dell’idea che tre euro non siano così terribili da gravare sulle spalle dei consumatori. E offritemelo sto cappuccino, suvvia! 😀

MA NON E’ FINITA QUI.
Già perché contemporaneamente ad Amazon sto sperimentando un altro sito che trovo davvero ottimo per scrittori esordienti! Potrebbe anche interessare a qualcuno di voi. Si chiama Wattpad e permette di pubblicare il proprio libro a capitoli e farlo leggere. Stavolta è completamente GRATUITO.
Lo sto provando perché, come dicevo sopra, non mi importa dei soldi ma della distribuzione, e se dovessi vedere che questo Wattpad va meglio, potrei anche trasferire tutto lì. Per ora, però, ci sto pubblicando il mio primo romanzo, “Gli Eredi di Howel” (clicca qui per leggere il Primo Volume). Probabilmente vi dovete iscrivere ma ribadisco che è completamente GRATUITO, sia il servizio che il libro! Quindi se volete darci un occhio mi fa solo piacere!

Grazie dell’attenzione! Spero che qualcuno sia interessato. Non sapete cosa significhi ricevere commenti su quello che si fa (negativi o positivi non importa più di tanto). Entrare nel cuore e nell’interesse della gente è ciò che voglio di più al mondo, quindi APRITEVI A ME (e senza fare storie).

Rats are pets too!

Salve!
Per una volta vorrei parlare di un argomento che mi sta molto a cuore ma che non riguarda i miei soliti ambiti artistici. Come alcuni di voi sanno, infatti, una delle altre mie grandi passioni è quella per gli animali!
Di recente poi ho scoperto un nuovo, fantastico animale da compagnia: il ratto. Ho avuto un po’ di tutto nella mia vita, e vivendo in montagna ho familiarità anche con animali selvatici, da stalla e da cortile, anche se non direttamente da me posseduti. Quindi diciamo che mi piace considerarmi abbastanza esperta. E su tutti, vi posso giurare, il ratto entra nella mia top 3 per gli animali da compagnia. Fidatevi di me, sono un dono del cielo!
Purtroppo so bene che stiamo parlando di un animale (soprattutto in Italia) ancora considerato pestilenziale, portatore di malattie, sporco e aggressivo; una cattivissima reputazione che, credo, può essere solo un retaggio antico e consolidato da credenze sbagliate. Perché vi assicuro che bastano 5 minuti in compagnia di un ratto da compagnia per capire quanto tutto ciò che crediamo di sapere di lui sia in realtà una falsità atomica.
Dopo essermi (per caso) imbattuta in internet su siti che lodano questo roditore e dopo essermi innamorata platonicamente, ho adottato due rattini davvero fenomenali (Simon e Garfunkel. Dite ciao!). E ora vorrei diffondere quanto più possibile la mia esperienza positivissima con questi animali, facendo uso di un ashtag molto comune da noi rattofili: #ratsarepetstoo. Anche i ratti sono animali da compagnia!

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I ratti sono tra gli animali più intelligenti del pianeta, e certamente i più intelligenti tra i roditori. Non c’è proprio paragone con criceti o porcellini d’india, animali di solito considerati più comuni da tenere al proprio fianco: i ratti sono più simili a cani  gatti, sotto molti aspetti. Ad esempio, come i gatti imparano ad usare la lettiera (e io pensavo ci volesse un po’, pff… Simon e Garfie l’hanno annusata il giorno in cui l’ho inserita e già dal giorno dopo non c’era più una cacchetta in giro. Anzi, mi guardavano come dire “beh, che ti aspettavi? Siamo puliti, noi!”). Sempre a proposito della pulizia, come un gatto passano gran parte della propria vita a pulirsi il pelo, e infatti loro sono sempre profumati di peluche!  Quindi sfatiamo il primo mito: i ratti, per natura NON SONO SPORCHI. E di conseguenza non conducono malattie. Sono animali come tutti gli altri, e quindi non è giusto paragonare un ratto da compagnia a un ratto di fogna: hanno vite e provenienze molto diverse, così come sono diversi un cane randagio e un cane di casa!
Come dieta sono abbastanza facili da tenere perché sono onnivori, come noi, e mangiano praticamente di tutto! Quindi dopo una spesa iniziale per la gabbia, diventano anche piuttosto economici. A proposito della gabbia, possono, anzi, DEVONO essere fatti uscire almeno una volta al giorno, e questo pensavo fosse più difficile ma mi sbagliavo di grosso! Non scappano assolutamente, non ne hanno interesse se vivono bene, l’unico limite è controllarli perché non si vadano a cacciare nei guai (e nel qual caso basta chiamarli e tornano di corsa!).
Tornando all’intelligenza, i ratti imparano il proprio nome molto facilmente, e possono essere addestrati a vari giochini tipici dei cani (come il riporto, consiglio di vedere qualche video su youtube dei cosiddetti “rat tricks”, ce ne sono a bizzeffe!).
In quanto al carattere, è rarissimo che mordano: i miei mi leccano se ho le mani che profumano di cibo appetitoso, ma se sentono che è la mia ciccia non stringono assolutamente. Sono animali coloniali, che vanno presi in coppia o più esemplari, e che proprio per questa loro prerogativa si affezionano infinitamente all’uomo! Pensate che Garfie mi si addormenta nella tasca della felpa mentre lo coccolo. Non vedono l’ora di interagire, ti accolgono la sera come farebbe un cane, danno i bacini e stanno volentieri sulle spalle degli umani.
Infine, la coda… ragazzi non so perché in tanti la odiate! A me non solo non dà fastidio, ma piace da impazzire! E’ solo una coda, fatevene una ragione! La usano per tenersi in equilibrio e anche per aggrapparsi, essendo parzialmente prensile e molto forte! E poi al tatto è morbidissima, sembra velluto! Non c’è niente di più piacevole che lisciare la codina di un topone!

Insomma, rats are pets too, e che pets!
Non mi stancherò mai di dirlo ora che finalmente li ho anch’io e ho potuto toccare con mano la vita in compagnia di questi fantastici roditori. Non discriminateli! Non dite “eeww” quando ve ne si parla. Non sapete cosa vi perdete!

 

Non Paradiso

Ragazzi, sono contentissima di annunciare di aver ufficialmente terminato la stesura di “Non Paradiso”, il mio quarto romanzo! (QUARTO! Ma chi ci credeva?)

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OK OK

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Sono davvero senza parole. Che dire… procedo con una breve descrizione?
Beh, ero ferma da più di un anno. Stavo soffrendo veramente la mancanza di un progetto a cui dedicarmi e, dentro di me, mi dicevo che forse il periodo di gloria delle belle idee era semplicemente giunto al termine. Poi, una notte, dal nulla, mi è venuta l’idea non tanto per la storia, ma per la struttura di un nuovo libro. Qualcosa che si presentava come una sfida, e tra le più complesse che mi sia mai letterariamente trovata ad affrontare: un libro diviso in due, con due trame distinte (cosa che in realtà non mi era del tutto nuova, dopo Coleridge’s Rime), con capitoli rigorosamente alternati, una struttura speculare, simmetrica, ordinata e, soprattutto, un modo di trattare il tempo per me del tutto nuovo, con una delle trame che procede normalmente in ordine cronologico, ma l’altra va all’indietro.
Non lo nascondo, ho creduto fosse impossibile farcela. Ma con tanto ragionamento e tante (ma TANTE) controllatine indietro a quello che avevo già scritto, alla fine ci sono riuscita.
La storia è horror-psicologica, ambientata nell’Inferno. Era una vecchia storia breve che avevo creduto di archiviare, e che invece si prestava benissimo a diventare un’opera più corposa. Anche l’horror per me era una novità, ma devo dire che mi è piaciuto scrivere questo genere più di quanto sia legalmente lecito. Detta molto in breve: ho sempre amato la violenza. O meglio, ho sempre odiato edulcorare scene che non hanno motivo di essere edulcorate (una violenza sessuale è quello che è, punto!). Ma negli altri libri ho sempre sentito il bisogno di auto-censurarmi per paura delle esigenze di target. Ho osato un po’ di più solo in Coleridge’s Rime, e già lo ritenevo esagerato. Ma con l’horror, essenzialmente, sono giustificata a non sentirmi in colpa con il lettore, e se devo dirlo è una bella sensazione. Non mi sono mai dovuta fermare per chiedermi “ok, questo può essere troppo?”. Vi garantisco che in qualità di autrice è qualcosa che agognavo da tempo.

Beh, che dire… ringrazio tutti quelli che mi hanno aiutato in questo progetto, quelli che inconsapevolmente mi hanno dato delle idee e, anticipatamente, quelli che vorranno leggere e darmi un’opinione spassionata!
Ma, soprattutto, ringrazio me stessa per esserci riuscita in un periodo difficile. Ce l’ho fatta, nonostante tutto, e non potrei esserne più fiera.

Riflettendo – I tatuaggi

Salve pantegane! Come va?
Prima di iniziare, vorrei fare due brevissimi annunci. Il primo: ho in mente una megamaxigigaultrafantasuper recensione di “How I met your Mother”! Sarà il prossimo articolo con tutta probabilità e andrà, ovviamente, a riempire la categoria recensioni. Numero due: sono lietissima di annunciare che sono (finalmente, aggiungerei) alle prese con il mio quarto libro! Si tratta di un horror, intitolato “Non Paradiso”. Non vi dico altro, sappiate solo che sono già a buon punto e presto quindi uscirà un articoletto di annuncio ufficiale. Sono contentissima e volevo condividere questo bel momento con voi!

Bene, ora passiamo al Riflettendo vero e proprio.
Piccola premessa: sono una ragazza tatuata. Per ora solo uno, in mezzo alla schiena: sono le iniziali della mia famiglia, alla quale sono e sarò sempre molto legata, e dell’edera a rappresentare il legame fedele (oltre che essere la mia pianta preferita).

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Massimo Marco Yvonne Giulia

Il numero di tatuaggi aumenterà, sto giusto ora pensando al secondo.
Comunque, mi capita spessissimo di sentirmi dire le più fatte cose a proposito dei tatuaggi. Ecco cosa va per la maggiore:

  • Ma ormai vanno di moda e ce li hanno tutti!
  • Ma quando sarai vecchia sai che schifo?
  • Ma non si tolgono!
  • Ma cosa vuol dire che hanno un significato? Io le cose me le imprimo nel cuore, non ho bisogno del promemoria.

Oh, quanto vi amo, umanità! Ma dal momento che voi vi permettete di dare aria alla bocca in questo modo, mi permetto anch’io, voglio che sia fatta un po’ di chiarezza a proposito di questo argomento. Vado a rispondere con ordine a tutte le affermazioni sopra riportate.

  1. D’accordo, può darsi che vadano di moda. Ma, punto primo: chi ha mai detto che la moda è una cosa cattiva? Esistono tante mode belle, tipo i jeans a zampa d’elefante negli anni ’70; in fin dei conti si riduce tutto ai gusti personali. Punto due: proprio perché tutto si riduce ai gusti personali, scusa, devo smettere di apprezzare qualcosa perché “va di moda”? Non afferro questo passaggio logico. I tatuaggi mi piacciono e basta, che siano di moda o meno.
  2. Ma quando sarò vecchia a chi mai dovrò mostrare le mie grazie? Al massimo vedrò io i miei tatuaggi, o chi mi è stato al fianco da sempre e quindi, suppongo, li ha accettati. Ma poi, voglio dire, questa cosa che i tatuaggi stanno male sui vecchi è tutta un’idea vostra. Il tatuaggio è un pezzo di vita vissuta, è il “mattone” dell’esistenza di una persona. Se la persona in questione è diventata vecchia, beh, allora? I tatuaggi saranno vecchi con lei. Sinceramente non ci vedo nulla di male né tanto meno di vergognoso nei tatuaggi sulle persone anziane. Al massimo, se volete vederla come una questione estetica, allora la colpa sarebbe vostra, peccate voi di superficialità.
  3. Oh, sì, si tolgono. “Eh, ma fa male!”. Anche fare il tatuaggio ha fatto male, è parte del processo. Tra dieci anni inventeranno la gomma per tatuaggi, quindi perché preoccuparsi di questo? Preoccupazione, tra l’altro, che nutre solo chi i tatuaggi non li approva. Perché noi tatuati stiamo bene così, e anche se non si potessero togliere come in passato, chissenefrega, li abbiamo fatti per tenerli! Se poi qualcuno è stato così sprovveduto da tatuarsi “I love you Lucia” sul braccio e poi Lucia lo ha cornificato, perdonatemi, ma il problema di quel soggetto non è quello di essere tatuato, ma di essere, appunto, sprovveduto.
  4. Tu nel cuore puoi imprimerti quello che ti pare, quindi io sulla mia pelle potrò fare altrettanto, no? E poi scusa, tizio-generico-con-il-cuore-impresso, cosa credi, che a me serva il promemoria per ricordarmi i valori in cui credo? Pensi che usi la mia schiena e il mio braccio a mo’ di post-it? Punto primo: sono una persona a cui i tatuaggi, esteticamente, piacciono, quindi questo è il primo fattore. Secondo fattore: sì, mi piace che i miei tatuaggi abbiano un significato, ma non per ricordarlo a me stessa, né tanto meno esprimerlo agli altri (tant’è che, anzi, spesso mi sento in imbarazzo se sconosciuti mi chiedono il significato!). Voglio che abbiano significato come simbolo, inteso nella maniera più profonda, filosofica, storica del termine. I simboli non li ho certo inventati io. I simboli sono nell’arte, soprattutto quella sacra, da ben prima di Cristo. I simboli esprimono un concetto complesso per mezzo di una semplice immagine. Ecco, a me piacciono i simboli. Mi piace riconoscerli nelle opere d’arte e mi piace averli sul mio corpo, i miei simboli personali. E poi, ancora… ma perché pensate che una cosa profonda per essere tale debba essere priva di riferimenti esterni? Del tipo “se amo veramente una persona lo sento dentro, non ho bisogno di mostrarlo fuori”. Ma cosa diavolo vi passa per la testa? Vi faccio un esempio semplicissimo: la fede nuziale. E’ o non è una manifestazione esteriore di un legame dell’anima? Eppure nessuno critica le fedi. Sono socialmente accettate, vanno bene. Beh, fedi e tatuaggi sono pressoché la stessa cosa (tanto più che alcuni non riescono più a toglierle dal dito dopo molti anni!). Il tatuaggio è la mia fede per un concetto che voglio fare mio. Perché dovresti pensare che mi serva, o che lo usi per fare colpo sugli altri? La fede è mia, e mia soltanto, mi serve per legarmi, per affermare un concetto che entra ufficialmente a far parte della mia vita e non ne uscirà mai più.

In conclusione, ragazzi, pensateci due volte prima di dire queste cose ad un tatuato, perché spesso c’è dietro molto più di quello che sembra. E poi, detta come vuol detta: ma ognuno potrà fare su di sé quel cavolo che vuole? Vive et vivant, vivi e lascia vivere, tizio-generico-che-critica-sempre.

  • Mi piacerebbe ma fa male

Ah, dimenticavo, ci sono quelli che non si oppongono ma non hanno il coraggio di farlo. Posso fare chiarezza anche su questo? Spesso mi si chiede se fa male, quasi tutti con la faccia allucinata come chi si aspetta una tortura da mattatoio. Ragazzi, che devo dire… sì, fa male, non posso mentire. Ma non tanto come pensate, è l’equivalente di un graffio di un gatto, però lento e continuato. Anzi, vorrei aggiungere che la paura degli aghi non può fermarvi, perché in conclusione la macchinetta ha la punta talmente piccola che il vostro cervello, materialmente, non può considerarla ago. A livello di sensazione, più che altro lo definirei fastidioso a lungo andare, ma non propriamente doloroso (tenendo conto comunque che contano anche la soglia del dolore personale e il punto del corpo interessato). Però, sapete, non importa quanto fa male. Uno che è convinto non ci pensa neanche. Perché non è quello l’importante, importa il risultato. Anzi è positivo il fatto che sia doloroso perché ti fa capire se sei veramente convinto di quel che stai facendo. E, inoltre, provare dolore durante ti fa sentire bene alla fine, fiero di te stesso e di quello che ti sei fatto imprimere. Si tratta di una sensazione difficile da spiegare… è come dire che proprio perché ho sofferto sono fedele a quella causa, o quel concetto, o qualsiasi cosa vi siate fatti tatuare.
Ma so che nonostante le rassicurazioni i fifoni ci sono sempre. Non preoccupatevi, per i casi limite esistono anche le creme anestetiche. Ma se volete tutta la sincerità non le consiglio: il tatuaggio va vissuto, il dolore è parte del processo, sarete molto più fieri di voi se non cederete!

Liebster Award

Con sommo, immenso, anzi… ciclopico piacere vi informo che sono stata nominata per il Liebster Award!
Cos’è? Beh, una sorta di “catena”; le virgolette sono d’obbligo: è una parola che nella maggior parte dei subconsci rimanda a qualcosa di frivolo. Ma stavolta a me sembra tutt’altro: un modo per permettere ai piccoli blogger con meno di 200 follower di pubblicizzarsi e conoscersi tra loro. Parafrasando: qualcosa di utile e che a me serve come l’aria. Ho sempre avuto la discutibile tendenza ad essere sociopatica e a “fare da me”, sì, anche su internet, e perciò ritengo di non aver mai avuto tanto bisogno di un’iniziativa del genere!
Mi sbrigo quindi a esprimere la mia riconoscenza ad Aspirante Scrittore per la nomina tanto inaspettata quanto gradita, e lo faccio con apocalittico fervore. GRAZIE! (il maiuscolo rendeva meglio l’apocalittico fervore).

hehh

Ora non mi resta che elencare le regole di partecipazione e rispettarle (ahem… circa):

  1. Postare l’immagine del premio sul proprio blog (fatto)
  2. Ringraziare chi ti ha nomi e linkare il suo blog (fatto pure questo… mi sento così ligia!)
  3. Raccontare 11 cose su di sé
  4. Nominare 11 blog con meno di 200 follower, che ritieni meritevoli del premio.
  5. Rispondere alle domande di chi ti ha nominato e farne altrettante a chi nomini tu.

 

E ora raccontiamo qualcosa di me:

  • Ho lo stesso moroso da 4 anni e mezzo, e credo sia un traguardo ragguardevole vista la nostra giovane età. Lo metto come primo punto perché voglio ringraziarlo pubblicamente per tutto il sostegno! Love you.
  • Ho molte fobie, ma la più importante è quella dei ragni. Definirla a livello avanzato sarebbe riduttivo. Non riesco nemmeno a toccare un’immagine di un ragno.
  • Nonostante il punto precedente, adoro tutti gli animali e no, non riesco a uccidere nemmeno un ragno. Ma neanche una mosca. Ma neanche una zanzara. Sono la tipica persona che passa la vita a catturare mostruosità della natura con i bicchieri e le cartoline.
  • Rimanendo in tema animali, posseggo 4 gatti, un cane e un criceto oscenamente sferico di nome Schopenhauer.
  • Mi piacciono i videogiochi, e secondo molti ignoranti questo celerebbe una qualche falla nei miei cromosomi XX.
  • Ho un tatuaggio e non sarà l’ultimo.
  • I miei gusti musicali sono talmente anormali per i miei coetanei (soundtrack… cos’è, una nuova marca di sigarette?) che evito di accendere il lettore CD in macchina con i conoscenti. Mi limito a compatire tutti con muta superiorità.
  • Non ho mai pianto per un film.
  • Sono irascibile ma non serbo rancore. Potrei litigare a morte con qualcuno e un minuto dopo offrirgli un gelato.
  • Odio, detesto, disprezzo, aborro le discoteche.
  • Invece che con le solite cosine carine da ragazza per bene, come quadri e specchi, ricoprirei le pareti di casa mia con stencil di dragoni celtici, o di Valchirie nella speranza che alla mia morte mi portino nel Valhalla. E non si dica che non sono una persona interessante.
  • Sono così logorroica (solo quando scrivo, in realtà) che mi serve un punto 12 per dire che sono logorroica.

 

Ora, nominare blog… questa parte sarà la più difficile, causa la mia sociopatia di cui sopra. Purtroppo non conosco molti blogger, e tra quelli che conosco molti non si possono certo definire piccoli. Quindi niente, infrango del tutto la regola e nomino solo 3 blog:

 

Rispondo alle domande di  Aspirante Scrittore!

  • A che età hai iniziato a scrivere?
    Quando si inizia a prendere in mano una penna? Sei anni? Ecco.
  • Come ti vedi tra 30 anni?
    Se dico che non mi vedo faccio la figura della fatalista? No, in realtà sono solo una persona che vive alla giornata. Non mi faccio troppi problemi sul futuro, tanto è inutile. Che sarà, sarà!
  • Il libro che ti è rimasto nel cuore?
    Il Miglio Verde. Ma ufficiosamente ci sarebbero altri mille titoli.
  • Il libro peggiore che hai letto?
    Sono indecisa tra “L’assassino qualcosa lascia” e il ben più famigerato “Amore 14”.
  • Parlami del tuo rapporto con gli avverbi che finiscono in -mente.
    Sicuramente sono ostici, ma a volte sono seriamente insostituibili… basta evitare di metterci vicine altre parole che malauguratamente finiscono in -mente.
  • Casa editrice o autore indipendente?
    Eh, casa editrice. Magari! Col binocolo.
  • I tuoi libri: gratis e letti da tanti oppure poche copie a pagamento?
    Gratis e diffusi, non ci penso due volte!
  • Quanto tempo dedichi alla settimana a blog e social network?
    Non so quantificarlo e non so se dipende dalle mie carenze aritmetiche, dalla sregolatezza con cui accedo agli stessi o dalla cagionevole connessione internet di casa mia. Una domanda di riserva?
  • Twitter, Facebook o Instagram: quale ti rappresenta di più?
    Per dovere di cronaca sarei obbligata a dire Facebook perché è praticamente l’unico che uso… ma per dare voce al mio ego, mi piace molto l’idea twitteriana di avere “seguaci” invece che “amici”. I miei piani di conquista del mondo dovrebbero giovarne, no?
  • Ricevi una pessima recensione: come ti comporti?
    Dico sempre che una delle mie qualità è l’essere oggettiva. Quindi credo che accoglierei tutto quello che è accoglibile. Ma sono anche una testa calda e… diciamo che non ho peli sulla lingua quando si tratta di difendere ciò che è mio, se si tratta di accuse ingiuste. Poi adoro argomentare, quindi…
  • Hai mai letto un manuale di scrittura o frequentato corsi?
    Corsi no, ma perché vivo isolata e non ho mai avuto l’occasione. Mi sono sempre trovata bene come autodidatta. Per i manuali, invece… qualsiasi romanzo a modo suo è un manuale, mi piace formarmi su di loro direttamente. Ad esempio, anche un pessimo romanzo lo considero un completo elenco di cose da non fare. Da tutto si impara!

 

E infine, ecco le mie domande per i nominati (sempre se vogliono partecipare!). Rimango in tema libri, tanto tutti i miei nominati condividono questa passione:

  • Libro preferito?
  • Quali caratteristiche deve avere un libro per piacerti?
  • Se dovessi scegliere: meglio trama originale e stile scarno, o trama monotona ma stile accattivante?
  • Libro più brutto mai letto?
  • Dove ti piace leggere?
  • Autore preferito?
  • Primo libro “adulto” letto?
  • Personaggio inventato preferito (non per forza letterario)?
  • Ok, cambiamo genere: film preferito?
  • Meglio il libro o il film?
  • Quando e come hai iniziato a bloggare?

 

E siamo giunti alla fine! Ringrazio nuovamente per la nomination e aggiungo un sentito complimento a chi è giunto fin qui e ha letto tutto l’articolo. Torno a barcamenarmi nella vita… e anticipo che presto arriverà una bella notizia. Così, perché mi piace tenere la gente sulle spine. Stay tuned!

Terzo libro!

Buona notizia! Per me più che per voi. Ma vi voglio rendere partecipi lo stesso perché sono troppo felice!
Di solito Arte è attiva d’estate, vero? Ora poi che posso fieramente dire di aver finito tutti gli esami, non avevo scuse. Sbagliato: ero impegnata nella segreta e improvvisa stesura del mio terzo romanzo, completata un paio di giorni fa: Storia di un viaggio in America.

L’ho ovviamente aggiunto alla pagina Arte Autrice!
E’ tutto nato come un esperimento. Dovete sapere che non sono mai stata amante della prima persona nei romanzi, né leggendola, né scrivendola. Il motivo è, semplicemente, che ha la brutta prerogativa di chiudere troppo il punto di vista. Non che sia un male, ma diciamo che mi sono sempre trovata bene con la terza e non avevo mai preso in considerazione di cambiare. Ora, finalmente, posso aggiungere questo “improvement” al mio curriculum, e non potrei esserne più fiera! Ora che posso parlare con cognizione di causa, probabilmente arriverà anche una lezione.

Davvero, non credevo di arrivare a questo punto, non credevo di essere in grado di scrivere ben tre libri. Per il primo, mi dicevo che era un caso. Per il secondo mi dicevo che era una fortunata coincidenza. Ma per il terzo… inizio a pensare che, forse, ho proprio la passione per la scrittura.
Non ho fiducia nelle mie capacità (e per questo ringrazio pubblicamente, dopo tre anni, i miei professori del Liceo), ma completare un’opera è sempre una botta di autostima!
E’ una sensazione che tutti dovrebbero provare, davvero!

Quindi, niente, era solo per metterne a parte il mondo.
I miei più sentiti ringraziamenti ai miei genitori, al mio moroso, agli amici che hanno pazientemente letto e consigliato durante la stesura, a tutti quelli che hanno letto o leggeranno qualcosa di mio. Al momento, sono la persona più felice del mondo!

 

Buon Natale!

Beh questo breve post dal contenuto ovvio lo inserisco perché voglio bene a tutti i miei polli lettori! Per cui auguri sinceri di BUON NATALE! Grazie a tutti voi e… al prossimo post, se vi andrà!