Lezione 44 – La copertina

Salve pantegane!
Oggi andiamo con una lezione non proprio convenzionale. Parliamo, infatti, della copertina di un romanzo. In tanti mi chiedete come farla, se serve… ecco, diciamo che in linea di massima NO, una copertina NON SERVE a niente, a meno che non vi auto pubblichiate. Già perché se avrete la fortuna di essere pubblicati da un editore è praticamente impossibile che tengano la vostra. Quindi no, la copertina non è necessaria né indispensabile, anzi, nel momento dell’invio del manoscritto all’editore non dovrete nemmeno includerla.

Detto ciò, come scrittrice so quanto è bello vedere un libro veramente completo, in tutto e per tutto, stampato e quindi anche con una bella copertina. Quindi il vostro desiderio è del tutto legittimo. Ma so anche che farsi fare una copertina non è semplice, spesso anzi potrebbe costare parecchio. La soluzione è ovviamente il fai-da-te.

Cominciamo con lo sfatare un mito: NON SERVE SAPER DISEGNARE PER FARE UNA COPERTINA DECENTE! La mia dote artistica in quell’ambito è pari a quella di un gerbillo, sono letteralmente al livello di saper disegnare solo stickmen. Ma ho sempre e comunque fatto io le copertine dei miei lavori, e questo grazie al senso estetico e ai rudimenti di Photoshop. I secondi non ve li posso insegnare ora. Non solo perché, lo ammetto, in un articolo, senza avervi faccia a faccia, non ne sono in grado, ma anche perché non è il luogo adatto: nel resto dell’Internet potete trovare tutorial ben fatti e spiegati meglio di quanto farei io. Andrò volentieri a parlare, invece, del primo fattore, il senso estetico.

Cosa prendo in considerazione quando faccio una copertina, per me o per altri? La prima cosa a cui penso è l’atmosfera del libro, e da lì parte tutto. Pensando attentamente alla storia, al genere del libro, agli elementi caratteristici, si può davvero ricavare molto. Ad esempio: voglio una copertina chiara o una copertina scura? Chiara salta di più all’occhio ma rischia di essere fredda e asettica, scura è più classica e calda, ma rischia di essere meno originale. O, ancora, che immagine di sfondo mettere? Qual è la cosa più importante del libro (un oggetto, un’ambientazione, una persona)? Che sensazione complessiva deve dare la copertina (misteriosa, allegra, seria…)? Che font posso usare per rendere questa sensazione?
A tutte queste cose dovete saper rispondere voi, se si tratta del vostro lavoro, o dovete essere bravi a ricavarle se state facendo la copertina per altra gente, o leggendo il lavoro o chiedendo all’autore. Io qui posso solo darvi qualche esempio per cercare di farvi capire meglio cosa intendo. Descriverò, quindi, il processo creativo di ogni copertina da me creata, che sia per i miei libri o per commissioni.

Per la mia primissima copertina, anche perché ero alle prime armi, avevo deciso di rimanere sul semplice. Avevo cercato di ispirarmi a un antico volume, quando ancora non si usavano le immagini di sfondo. Essendo un Fantasy volevo che desse l’idea di un tomo antico, senza fronzoli, di quelli con gli angoli decorati e protetti da mascherine triangolari di metallo: insomma, un vecchio volume, magari contenente ballate, saghe epiche… Beh, questo è quello che ne è uscito. Ricordatevi una regola generale: alla semplicità dovete compensare con l’elaboratezza, al chiaro dovete compensare con lo scuro. Significa che se avete uno sfondo molto semplice, con il font potete lasciarvi andare a qualcosa di più elaborato (altrimenti semplice su semplice risulterebbe scialbo); e viceversa, quindi se avete uno sfondo molto complesso il font deve essere semplice. Idem per i colori: chiari su sfondo scuro, scuri su sfondo chiaro. Questa che vedete del mio primo romanzo è una copertina estremamente semplice, davvero tutti possono farla. Ma vi assicuro che può svolgere il suo lavoro egregiamente, infatti stampata su supporto rigido la ADORO (come vedete avevo cambiato il colore da nero a bordeaux, per dare ancora di più l’idea di libro antico).

Coleridge's Rime

Passiamo al mio secondo romanzo, Coleridge’s Rime. Genere completamente diverso (fantascientifico/psicologico/distopico), e qui volevo osare di più con uno sfondo. Ma cosa mettere? L’idea migliore è sempre basarsi su un oggetto, un personaggio o un’ambientazione ricorrenti, e nel mio caso era il deserto nord americano, tipico degli stati come Arizona, New Mexico, Nevada e Texas. In più volevo che desse la sensazione di arido, giallo, caldo, soffocante, ed ecco spiegata la scelta di mettere la foto in stile “schizzo” bicromatico (sì perché altro non è che una semplice foto della Monument Valley, modificata solo successivamente per sembrare un disegno). Come dicevo prima, se lo sfondo è più complesso, se “ruba l’occhio” di chi guarda, se insomma l’immagine fa da protagonista, bisogna che il titolo sia più semplice, e in questo caso è appunto più piccolo, in alto a sinistra, quasi fuori inquadratura. Altra regola generale: se potete, se avete spazio libero, non sovrapponete il testo con il disegno! Crea confusione!
Ecco che prontamente vado a sfatare questa mia affermazione:

Storia

Titolo sovrapposto perché non c’era spazio.
Per il mio terzo libro il genere era ancora una volta diverso (Commedia psicologica). Quindi, anche qui, mi sono chiesta quale fosse l’oggetto ricorrente, e le risposte sono state due: la ragazza protagonista e un acchiappasogni. A quel punto mi è bastato trovare un disegno su Google, modificarne leggermente i colori e inserire il titolo, che volevo fosse in stile country, sempre per questione di attinenza allo stile della storia. Siete liberi di usare ciò che trovate pubblicamente su internet, ma attenzione a non violare nessun copyright, nel caso usiate l’immagine a scopo commerciale (ad esempio, auto pubblicandovi. Nessun problema in caso di uso personale).

OK OK

Per il mio ultimo romanzo ho voluto fare una cosa ancora diversa. Ho inserito un oggetto significativo (la maschera da medico della peste) ma ho cercato di fare in modo che fosse una copertina completamente diversa da quelle di solito usate per il genere horror: ecco perché lo sfondo chiaro, venuto quasi per sbaglio. Stavo, infatti, provando in tutti i modi a farlo nero, ma avvertivo che c’era qualcosa che non andava, poi mettendolo in bianco ecco l’illuminazione! Insomma, osate! Non abbiate paura di fare qualcosa fuori dagli schemi!
Da qui in poi vediamo qualche copertina che ho fatto su commissione.

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Questa è la copertina che ho fatto per il libro di mio padre, come potete notare dal cognome dell’autore. Libro storico, quindi ho cercato un’immagine storica. Ma qui vorrei porre l’accento sui colori: il titolo infatti è dello stesso identico colore della fascia rossa sulla spada. Riprendere i colori di certi particolari darà sfarzo alla vostra copertina!

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Questo è il fantasy di una mia amica. La storia si incentrava molto sul proteggere la natura, da qui l’idea di mettere un albero in copertina. Viola è semplicemente il nostro (sì, di entrambe) colore preferito, e il simbolo in basso a sinistra è voluto dall’autrice stessa (da lei disegnato). Anche questa non era che una foto che poi io ho modificato. Qui attenzione a un’altra cosa: la disposizione del titolo. Se avete un titolo piuttosto lungo, non abbiate paura di fare un “collage”: le parole meno importanti più in piccolo, le altre in grande. Il tutto posizionato in modo da creare un equilibrio piacevole alla vista, ma non per forza lineare.

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Anche questa, copertina su commissione per un amico. L’immagine è di internet, ma molto modificata in quanto per dare sensazione di mistero ho dovuto cancellare e mettere in ombra buona parte del viso della ragazza. Poi, come dicevo anche in precedenza, notate i colori delle scritte che sono ripresi dagli occhi di lei. Ricordatevi sempre che, a meno che non siate Stephen King, il titolo va sempre più grande del nome!

Bene, in realtà ce ne sono altre, ma quello che dovevo dire l’ho detto. Spero vivamente che la lezione sia stata (un pochino) utile. Non esitate a chiedere consigli, se vi servono! E magari possiamo anche lavorare insieme a qualcosa, se siete in difficoltà con il fotoritocco.

Alla prossima lezione!

Lezione 43 – Il lessico

Nella nostra lunga scalata verso la cinquantesima lezione, oggi parliamo di lessico.  Non ve lo nasconderò: è stato uno dei miei grandi problemi nel mio processo di crescita artistica. Essenzialmente io avevo due grandi difetti: mettevo troppe virgole e usavo un lessico poco vario o inadeguato, appunto. Sono, infatti, queste le due caratteristiche principali che dovete tenere presente per ottenere un buon lessico: VARIETÀ e ADEGUATEZZA.

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VARIETÀ: Serve anche e soprattutto per evitare ripetizioni. Errore comune, ad esempio, usare lo stesso verbo per descrivere la stessa azione. Come è facilmente intuibile anche dal punto di vista logico, questo non sarebbe propriamente sbagliato, ma a lungo andare diventa pesante. L’esempio più classico: usare il verbo “dire” alla fine di un discorso diretto.

“Addio” disse Gertrude.

“Non addio, arrivederci” disse Mario.

“Lo spero tanto” disse Gertrude.

Ecco, ovviamente qui la cosa è esagerata (come in tutti gli esempi che faccio io, volutamente eccessivi per far capire il concetto in modo immediato). Ma anche se i verbi “disse” non fossero così vicini l’uno all’altro, se fossero quindi sparsi per l’opera, ma comunque troppo frequenti, sarebbe sbagliato. Magari non danno la sensazione di ripetizione, non essendo del tutto attaccati, ma certamente rendono il lavoro un pochino sciapo. Esistono, infatti, un’infinità di modi di dire la stessa cosa, o magari anche di variare leggermente la sfumatura. Ad esempio, sinonimi molto versatili del verbo dire, con sfumature di azioni diverse: proferire, intervenire, domandare, esclamare, chiedere, rispondere, sottolineare, redarguire, urlare, strillare, sussurrare, tuonare, consigliare, suggerire… sono potenzialmente MIGLIAIA e voi potreste anche non usare mai lo stesso verbo per descrivere un’azione.

“Addio” sussurrò Gertrude.

“Non Addio, Arrivederci” la corresse Mario.

“Lo spero tanto” sospirò Gertrude.

Vedete come già il tutto sembra molto meno infantile, più ricercato, in definitiva più ARTISTICO. Questo ovviamente si applica a ogni tipo di azione ripetitiva, che rischia quindi di essere non propriamente trattata  durante il vostro lavoro. VARIATE!

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ADEGUATEZZA: Questo è un punto molto ampio. Non si tratta solo di parlare in modo appropriato nel libro, ma anche di far parlare in modo appropriato i personaggi. E appropriato non vuole dire perfetto, ma adatto al contesto. Ad esempio, in Harry Potter, i discorsi diretti di Hagrid presentano per la gran parte errori di grammatica. E questo è un lessico appropriato, visto che Hagrid è un personaggio non colto. O, ancora, Ron finisce sempre col dire “Miseriaccia!” e anche questo è un lessico appropriato, perché fa capire subito chi sta parlando. Leggendo “Miseriaccia!” anche senza che il narratore citi il personaggio, voi sapete già che è stato Ron, e questo evita allo scrittore di dover inserire SEMPRE la citazione prima o dopo la frase diretta (vedere mio esempio precedente). Quindi, ecco, cercate di ENTRARE NEL PERSONAGGIO. Parlate come parlerebbe lui. E fidatevi, è la cosa forse più complicata da fare, quella che ancora oggi a volte mi mette in difficoltà: è molto facile lasciarsi andare all’estro, e in generale al proprio modo di parlare. Ma se siete scrittori dovete saltare da un personaggio all’altro, e più siete bravi a differenziare i linguaggi, più il lettore si sentirà immerso nella lettura. Modi per farlo sono, appunto, inserire piccoli errori, o al contrario paroloni altisonanti che non direste mai se state facendo parlare un personaggio molto colto. Inserire parole ripetute spesso dal personaggio, come già detto, aiuta molto. O anche modi di dire tipicamente colloquiali, che non vi sarebbero permessi in fase di narrazione, come sbagliare un congiuntivo. Insomma, non abbiate paura di differenziare e, in un certo senso, anche di sbagliare apposta, se è di beneficio al carattere del personaggio! Ma ancora questo punto non è finito. Già perché dovete essere appropriati SEMPRE. Non solo nei discorsi diretti, ma anche in tutto il resto della narrazione, che deve essere adatta al contesto, cioè al target e al genere del libro.  Per target si intende il pubblico a cui è rivolto, e il genere, beh, è il genere, horror, rosa…  Ecco, per fare un esempio, se dovete descrivere una scena di una sparatoria in un poliziesco per ragazzi dovrete limitarvi a espressioni come “Sparò” o “Venne ferito”. Se invece la stessa scena la fate in un Noir per adulti potete lasciarvi andare a cose come “Gli esplose il cranio”. Tutto ciò dovete ovviamente giudicarlo voi. Dovete mettervi nei panni del lettore, proprio come fate per i personaggi nei discorsi diretti. Vi mettete nella sua situazione e vi chiedete “Sono un ragazzino di 13 anni, cosa voglio e cosa posso leggere?”, “Sono una donna di 53 anni, cosa voglio leggere?”. A seconda di quanto siete bravi a capire il vostro target, avrete un lessico sempre più appropriato, e potrete evitare gaffe come termini e argomenti troppo spinti per un pubblico troppo giovane (Esempio a caso: AMORE 14… COFF… COFF…).

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Spero, come al solito, di essere stata chiara e utile! Non fatevi remore a chiedere eventuali chiarimenti.Alla prossima lezione e buona vita!

Lezione 42 – KISS

Keep It Simple, Stupid: KISS.
E’ una regola d’oro da non scordare mai: la regola del bacio, che in inglese è appunto Kiss. L’acronimo, letteralmente, si traduce con “Rimani sul semplice, stupido!” e in realtà è usato nel linguaggio di programmazione informatica. Ma nulla ci vieta di prenderlo a prestito, perché in fondo scrivere righe di codice e scrivere fiction non è così diverso: in entrambi i casi bisogna essere schematici, semplici… voi poi dovrete aggiungere una buona dose di poeticità, di mano artistica, ma questo è il meno. L’importante è, appunto, che siate SEMPLICI. Semplici fino a sentirvi stupidi.
Vado a spiegare meglio.

Molto spesso semplicità e banalità vengono confuse, ma non sono la stessa cosa. Ad esempio, la trilogia di “50 sfumature” è BANALE, ancorché scritta in modo semplice. “1984”, invece, di Orwell, è SEMPLICE ma mai banale. Voi, ovviamente, dovete puntare a questo secondo esempio: pensate la trama più complessa e originale che vi viene in mente, inserite flashback, flash forward, intrecciate tutto in modo da ingarbugliarvi il cervello da soli… ma, quando verrà il momento di scrivere, di spiegare per filo e per segno cosa sta succedendo, siate SEMPLICI, come se doveste spiegarlo a un bambino di 4 anni. Non abbiate paura di essere scialbi, raramente uno stile semplice lo è, se opportunamente corredato di una trama vincente. Dovete semplicemente provare a spiegare tutto come se la persona meno intelligente del mondo dovesse capire, fate della chiarezza la vostra dea.
Questo vi aiuterà per varie ragioni:

  • Primo e più importante, vi aiuta a non dare niente per scontato. Scrivendo, infatti, l’autore ha già ben chiara la trama nella sua testa. Non ha bisogno di spiegarla a sé stesso, perché l’ha inventata, la conosce già. Questo può facilmente portarlo a dare informazioni fondamentali per scontate. Facciamo un esempio banale: l’autore ha una foto mentale del proprio protagonista, quindi sa come è fatto. Ma se si perde a descrivere con paroloni altisonanti il paesaggio, la bellezza della donna amata, i sentimenti degli amanti, e poi si dimentica di dire che il tizio, semplicemente ha gli occhi verdi, allora i lettori non sapranno MAI che questo ha gli occhi verdi. Se fosse un dettaglio importante verrebbe perso nel tentativo di filosofeggiare su altre questioni di minore importanza. Non abbiate paura di descrivere le cose come stanno, senza troppi giri di parole. Descrivete come se chi legge fosse un bambino di 4 anni. Sarete chiari, riassuntivi, direte solo l’essenziale.
  • Vi permette di non annoiare. Sì perché, come mi è capitato di dire più volte, la cosa peggiore che un libro possa fare, a mio avviso, è l’annoiare. Ed è facilissimo cadere in questo errore: basta soffermarsi troppo tempo su particolari inutili, o peggio usare un linguaggio troppo ricercato nel tentativo di mostrarsi intelligenti. Ricordate: VOI NON SIETE UN PROFESSORE, QUELLO CHE SCRIVETE NON E’ UN SAGGIO! Non avete alcun bisogno di dimostrarvi intelligenti, di sopraelevarvi rispetto al lettore. Farlo sentire stupido non è vostro compito. Voi dovete intrattenerlo, farlo divertire, farlo immergere nella vostra storia, quindi non usate termini troppo ricercati, desueti, frasi lunghissime per far vedere che sapere usare le subordinate… NO! Siate semplici, come se quella storia doveste raccontarla a voce alta.
  • Vi permette di raggiungere un pubblico più ampio e, soprattutto, di non offendere il lettore, che inevitabilmente si sente sminuito di fronte ad un autore che sfoggia il proprio lessico con aria pomposa.

 

Ora, provo a farvi un esempio molto veloce di cosa dovreste fare. Iniziamo con un testo troppo complicato:

Flavo, com’era d’aspettarsi dalla stirpe caucasica, il di lei crine, ispido, indomito. Cercai un bagliore rovente nelle iridi e non lo rinvenni, annegai nel turchese.

Che, ok, forse si capisce che sto parlando della faccia di una donna… ma un libro tutto così stancherebbe molto di più delle mie due righe, ve lo assicuro!
Ora, una cosa banale, scialba, descritta in maniera troppo disinteressata.

Era una donna. Aveva i capelli biondi. Gli occhi azzurri.

Quello che voi dovete fare è una via di mezzo. Parlate in maniera chiara, lineare, come fareste di persona. Aggiungete pure qualche virtuosismo, ma sempre e comunque rimanendo nella lingua corrente, sui termini che tutti possono comprendere.

Era una ragazza dall’aria selvaggia, caucasica. I capelli le ricadevano sulle spalle in morbidi boccoli biondi e dagli occhi turchesi, senza una traccia di sfumature più calde, mi lanciava sguardi di ghiaccio.

Questo vi impone di non usare termini strani, ormai non più in auge, o espressioni come “ella” o “vi era” (tutte cose che gli esordienti usano spesso, appunto nell’inutile tentativo di suonare più maturi).
Insomma, non abbiate paura di suonare semplici, di sembrare “persone che parlano normalmente”. Siete scrittori! Ed essere scrittori non significa sfoggiare l’uso di termini incomprensibili, bensì saper intrattenere silenziosamente, come se la vostra presenza non fosse nemmeno percettibile, come se l’autore non esistesse e la storia parlasse da sola. Voi dovete sussurrare agli orecchi dei lettori, insinuarvi nei loro pensieri furtivamente, e lì seminare la storia, farla germogliare, da sola, perché è lei che conta, non la vostra orgia d’estro. I lettori vogliono storie alla loro portata, che possano capire e apprezzare. Non vogliono un araldo di corte che annuncia la trama con il petto gonfio e la fanfara.
Keep it simple, Stupid!

Lezione 41 – Impaginare

Salve a tutti! Oggi scrivo una lezione che mi è stata (parzialmente) richiesta. In generale, si parla di come impostare graficamente un libro, e cercherò di spiegare al meglio senza tralasciare nulla.

First thing first, mi sono accorta solo ora che avevo già fatto un articolo su alcune regole redazionali (come scrivere certe parole, l’uso del grassetto e del corsivo) per cui vi invito a leggerlo se non l’avete fatto: Lezione 5 – Regole redazionali.
Fatto questo, iniziamo col parlare più nello specifico di come presentare un file ordinato, bello, piacevole alla vista. Ricordatevi che spesso quello che dico è qualcosa di basato sulla mia esperienza e sul mio gusto, non esiste una scienza esatta! Ma certamente se volete avere un’idea di come lavorare, potete prendere spunto da questo articolo, modificando poi a vostro piacimento. La regola generale è solo una: siate ORDINATI.

Per parlare di come impagino un libro devo partire anche dal come lo scrivo. Trovo molto più comodo, infatti, fare file separati per ogni capitolo, anche piuttosto grezzi, senza rifiniture. Poi vado a impaginare solo quando ho tutto il libro finito.
Il font è a vostra discrezione. Ma qui iniziamo con le regole: non usare MAI font elaborati per il corpo. Potete usare il classico Times New Roman, Calibri, Geramond, quello che volete, purché sia scritto in stampatello minuscolo e il più standard possibile. Niente corsivi arzigogolati stile Vivaldi o troppo importanti stile Impact. Rimanete sul classico. Potrete, in ogni caso, sbizzarrirvi con i font per i titoli dei capitoli (ma se e solo se state impaginando per voi o per far leggere a privati. Se intendete inviare a case editrici, meglio fare una versione soft, in cui anche i titoli sono scritti in uno stile semplice e classico).
Ecco come si presenta una pagina ordinata:

Cattura

Titolo in un font di vostra scelta, corpo semplice (Calibri in questo caso). I numeri di pagina è sempre meglio metterli, per comodità. Il corpo è preferibile giustificato piuttosto che allineato a sinistra, se volete farlo sembrare il più professionale possibile.
Per i dialoghi esistono diverse scuole, ma io sono per quella in cui si deve andare a capo ogni volta che cambia colui che parla. Quindi, essenzialmente, prima di aprire altre virgolette andate sempre a capo!
Il grassetto non si usa MAI, il corsivo invece è di uso piuttosto comune e vario: io lo uso per i flashback, per le citazioni, i pensieri diretti, quando devo dare enfasi a una parola… in generale, si può usare ogni qual volta vi serva staccare graficamente qualcosa dal resto del corpo.
Più dibattuto è l’uso del caps lock, in caso si sia in presenza di un dialogo urlato. Io personalmente non ho ancora capito se mi piace o meno, ma si può usare e ne ho fatto uso anch’io, perché effettivamente non sempre un punto esclamativo rende un urlaccio. Quindi è a vostra discrezione, ma comunque ricordatevi che rientra nell’ambito di quelle cose da usare il meno possibile, come le parentesi.
Quando cambiate paragrafo andate a capo due volte in modo da lasciare uno spazio bianco. Se invece dovete citare poesie, testi di canzoni, o qualsiasi cosa sia da riportare così come il personaggio la vede scritta, potete fare come me: centrare la parte di testo incriminata e dividerla dal corpo con due spazi, sopra e sotto.

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Personalmente non amo gli interlinea troppo evidenti, ma se vi piacciono inseriteli pure, a occhio direi non oltre il punto e mezzo.
I margini sono pure quelli a vostra discrezione, ricordatevi solo di abbondare un po’ nel margine destinato al dorso del libro (sinistro per le pagine dispari e destro per le pari), in caso lo vogliate stampare e rilegare in qualche modo, altrimenti il supporto che userete andrà a sovrapporsi alle parole.
La grandezza del font è sempre a vostra discrezione, ma cercate di non mettere più di 40/50 righe nella stessa pagina, soprattutto se è un testo destinato a supporti multimediali.
Parlando del file completo, invece, ricordatevi di distanziare bene i capitoli. Finito un capitolo non procedete nella stessa pagina, ma andate a quella successiva. E, inoltre, ricordatevi di lasciare le pagine bianche dietro la copertina, il titolo del libro e un’eventuale dedica, se il file è destinato alla stampa! Alla fine il file dovrebbe presentarsi così:

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Se avete una copertina, potete inserirla nella prima pagina, ma non fatelo assolutamente se state inviando a editori, nel qual caso la dovrete sostituire con i vostri dati e contatti.
Infine, cercate di fare un bel lavoro per il titolo e magari anche per la pagina di fine. La semplicità vince sempre, non c’è bisogno di fare cose troppo elaborate, ma ricordatevi che anche l’occhio vuole la sua parte!

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Come tipo di file prediligo sempre il pdf, perché non può essere modificato e oltre a essere più sicuro mi da un senso di definitivo. Se avete da inserire appendici, ringraziamenti o indici fatelo solo dopo la parola fine, e come impostazione mantenete quella del libro.

Spero sinceramente di non aver dimenticato nulla ma ne dubito. Nel caso, chiedete pure qui sotto. E perdonatemi per le foto autoreferenziali, ma come ho detto sto parlando di mie preferenze, e poi molto semplicemente erano le uniche foto che avevo a portata di mano 😀

 

Lezione 40 – Trovare gli errori

Salve a tutti amici! Finalmente torno a scrivere un pochetto.
Come ricordate dal post precedente, tante novità… e non ho ancora trovato il modo di conciliare tutto senza impazzire. Ma piano piano, tra alti e bassi, sto provando a fare tutto!

Oggi faccio una lezioncina breve breve ma, spero, utile utile. Parliamo di come trovare gli errori.
Come forse alcuni di voi ricordano, in altre lezioni ho detto che il numero di stesura perfetto, secondo me, è tre.

  • Prima Stesura: scrivere, semplicemente. Dall’inizio alla fine, cronologicamente, senza lasciare buchi. Completare la storia, quello che, con le dovute correzioni, sarà l’aspetto finale del vostro romanzo.
  • Seconda Stesura (modifica): rileggere tutto e aggiungere o togliere eventi. Insomma è il momento delle correzioni pesanti, quelle che possono toccare anche la trama.
  • Terza Stesura (revisione): rilettura completa e correzione solo degli errori di battitura, o comunque tecnici.

Ecco, quando parlo del notare gli errori, parlo in particolare dell’ultima stesura.
Di primo acchito forse la terza stesura potrebbe sembrare la più semplice… niente di più sbagliato!
E’ probabilmente lo step più tecnico, noioso; non si crea nulla, risulta ripetitivo e poco stimolante a livello creativo. E’ come correggere i temi di una classe scolastica: si fa perché si deve, ma spesso controvoglia.
Ed è proprio la poca voglia, unita alla “troppa conoscenza” dell’opera, che spesso fa saltare gli errori. Non li vedete proprio: li leggete e li saltate a piedi pari.

Questo accade perché il cervello stesso è programmato per trovare logica in tutto, a correggere automaticamente gli errori. Aggiungiamoci la suddetta poca voglia, il lavoro noioso e ripetitvo, e il fatto che conoscete l’opera talmente bene (è normale, ne siete autori) che alcuni pezzi sicuramente li saprete a memoria. Insomma: tanti errori passano e non si notano.

Personalmente ho notato che, invece, basta pochissimo a cambiare del tutto la prospettiva.
Un primo metodo è farsi aiutare: gli altri vedono ciò che l’autore non vede, per forza di cose. Non è annoiato, se avete scritto bene, non conosce le frasi a memoria, quindi si accorge di più degli errori, non tende a correggerli in automatico.
Se questo primo metodo non è applicabile, ce n’è uno fai da te: cambiare il modo di leggere.
Molto semplicemente, provate a cambiare impaginazione, carattere, grandezza delle scritte, o anche provate a leggere le cose stampate e non da pc. Vi posso garantire che si vedono molto di più gli errori. Questo perché il cervello, mentre leggete, certo, conosce già le frasi, ma una minima modificazione della grafica gli impone di rimanere più concentrato su ciò che legge per seguire il discorso: non andrà a capo nello stesso punto in cui è abituato, il font ha un’altra forma… insomma, è esattamente come se fosse un nuovo libro.

E’ un metodo che ho testato personalmente e funziona davvero molto bene. Vedo gli errori dieci volte meglio. Tanto che ho preso l’abitudine di cambiare font e impaginazione a ogni nuova opera, per distaccarmi dalla precedente.
Un piccolo accorgimento, ma se vorrete provare non rimarrete delusi!

Lezione 39 – Il sesso del Protagonista

Salve a tutti amici! Finalmente eccoci con una nuova mini-lezione, che a dire il vero avrà più le fattezze di un Riflettendo. Una lista di pro e contro a proposito del sesso da dare al proprio protagonista.
Dunque, non lo nego: io invento il protagonista e “come viene, viene”, nel senso che non penso a priori se farlo uomo o donna. Ma ho notato che mi piace molto variare, e quindi prendere alle volte le fattezze di un uomo e alle volte quelle di una donna. Non per tutti è così.
Ma quindi, se siete in difficoltà, come scegliete il sesso del protagonista?
Parliamoci chiaro: se si è alle prime armi è vivamente consigliato il mantenere il proprio sesso per il personaggio principale. A capo di questa mia teoria non ci sono ragioni sessiste e meno che mai “limitative dell’immaginazione”. Però è dato di fatto innegabile che entrare in un personaggio del proprio stesso sesso è molto più semplice. Si eliminano un sacco di dubbi a proposito della verosimiglianza dei pensieri da dare al proprio personaggio, delle azioni, dei movimenti. Può sembrare un ragionamento anti-parità, ma checché ne dicano le moderne teorie, uomo e donna SONO diversi, e va bene così. Diversi sono i pensieri, ma non solo, diverso è lo stesso modo di pensare. Prendo un esempio estremo: 50 sfumature di grigio. Tutti sappiamo di cosa parla, e ho sentito spesso dire che “non sembra scritto da una donna”, probabilmente a causa dei termini forti e delle descrizioni molto particolareggiate delle scene piccanti. Beh, non potrei essere più in disaccordo: si vede lontano un miglio che è scritto da una donna. Innanzitutto solo il fatto che alla cara E. L. James ci siano voluti tre libri per descrivere fatti avvenuti in pochi mesi è indicativo; ma oltre a questo, provate ad aprire uno dei libri a caso: o beccate una delle famigerate scene hard, e fin qui tutto nella norma, oppure vi ritrovate immersi nei patemi mentali della protagonista. Che sono lunghi, lunghi, lunghi, e soprattutto emotivi, emotivi, emotivi e variabili, variabili, variabili. Ma addirittura le stesse scene hot: sono sicura che un uomo non le descriverebbe con tanta ricercatezza di particolari, semplicemente perché hanno una visione del sesso diversa. Punto.
Ora prendiamo un esempio opposto (e a me più affine, se posso aggiungere): Stephen King. E’ un uomo, tutti i suoi libri che ho letto avevano protagonisti uomini. E infatti, sebbene il genere di ciò che scrive non sia certamente erotico, si nota comunque che è un atteggiamento diverso. Più “naturale”, distaccato, molto meno emotivo.
Ora non sono qui per lanciare stereotipi. Però innegabilmente la differenza c’è, e si vede. Certo, contano il carattere e il genere  letterario dello scrittore. Certo, possono esserci donne meno riflessive e uomini più emotivi. Certo. Ma si sta parlando di grandi numeri, e posso garantirvi che anche senza sapere il sesso di uno scrittore, leggendo un libro sarei capace di indovinarlo al 90%.
Tutto ciò per dire che, sì, ci si può benissimo immedesimare in un personaggio di sesso opposto, così come si può (e si DEVE, se si vuole ritenersi scrittori decenti) prendere il punto di vista di un personaggio caratterialmente opposto a noi. Ma (e qui arriva il punto della lezione) è un lavoro in più. Il rischio di sbagliare c’è, ed è più elevato di quanto immaginiate. E, come ormai dovreste sapere, c’è una regola: non scrivere mai se non si sa.
Volete fare un personaggio di sesso opposto al vostro? Benissimo, non potrei essere più felice per voi. Ma informatevi. Fatevi domande. Non potete sperare di creare un buon personaggio femminile se siete uomini semplicemente cambiando articoli e pronomi personali, e viceversa. Se non ve la sentite, semplicemente evitate, almeno per ora, e dedicatevi ad un personaggio del vostro sesso, così almeno potrete concentrarvi su altri aspetti della storia. E, soprattutto, eviterete la pessima figura di uno scrittore che non ha per niente centrato l’obiettivo.
Un esempio di quest’ultimo tipo, per chiudere la lezione? Il caro Moccia nonché Federico in Amore 14, dove ha voluto prendere il punto di vista di una ragazzina tredicenne (tra l’altro, notare la differenza di età, un altro fattore da tenere in considerazione). Risultato? Sembrava un flusso di coscienza di un quindicenne, maschio, orrendamente ibridato con una prostituta ventenne.
No. Semplicemente, no.
Quindi, in conclusione: non sottovalutate la scelta di genere. E se siete in difficoltà, create un protagonista il più possibile simile a voi. Avrete tutto il tempo di migliorarvi e di esercitarvi!

Lezione 38 – Prima o terza persona?

Salve a tutti! Finalmente la nuova lezione! Da quanto tempo!
Bene. In vista dei recenti avvenimenti (leggasi, il mio nuovo libro), posso finalmente e fieramente asserire di aver sperimentato con discreto successo la prima persona in un romanzo.
Come sapete, i romanzi sono scritti o in terza (“Lucia si svegliò”) o in prima persona (“Mi svegliai”). La differenza è sostanziale, perché cambia vistosamente il punto di vista (e per approfondire questo aspetto, consiglio di leggere la Lezione 37). Oserei dire che sono quasi due modi di scrivere antitetici. E, non lo nego, preferire un metodo all’altro, sia scrivendo che leggendo, dipende molto dai gusti e dalle esperienze personali.
Personalmente, ho sempre preferito, e credo continuerò a preferire la terza persona, e per un motivo molto semplice: dà più libertà. Sebbene si possa comunque rimanere su un personaggio unico (di nuovo, rimando alla Lezione 37), è comunque molto più semplice descrivere cose alla quale il personaggio non ha partecipato, cose future, flashback di altri personaggi, cambiare punto di vista, magari per un capitolo solo. Ecco, tutto questo in una prima persona è impossibile, quindi è molto meno versatile. Senza contare che il lettore è catapultato in una mente molto più profondamente rispetto ad una terza persona, deve arrivare addirittura a mescolarsi con essa. Di conseguenza, un personaggio non ben delineato è molto più disastroso (non che con la terza non lo sia, eh! Ma diciamo che è più facile sbagliare).
Quindi, con la prima persona: niente salti di punti di vista, mai, nemmeno per un breve periodo. Le sensazioni degli altri personaggi vanno per forza di cose descritte dal punto di vista del protagonista, e quindi SUPPOSTE, DEDOTTE, non sapute. Ed è un atteggiamento molto diverso, come diverso è dire “era amareggiato” rispetto a “sembrava amareggiato”. Non si descrivono cose alle quali il protagonista non ha partecipato, al massimo, proprio come le sensazioni degli altri personaggi, si deducono e si suppongono. Non si può mai, nemmeno volendolo, uscire da quella mente, nel bene e nel male: i punti negativi del protagonista, ed eventualmente le sue opinioni estremiste, le sue giustificazioni, vanno condivise col lettore interamente. Il narratore non può, in altre parole, discostarsi dalle azioni del protagonista, come faceva un certo Manzoni, che per niente approvava Don Abbondio. Deve essere d’accordo: perché il narratore è il protagonista. Vi lascio immaginare cosa questo comporti. E anzi, alcuni autori usano a proprio vantaggio quest’arma a doppio taglio: pensate a Svevo con La coscienza di Zeno: un protagonista che arriva addirittura ad essere odiato, ed è talmente esagerato da essere impossibile da giustificare. O addirittura, si può fare il contrario (che è quello che ho fatto io, e il motivo principale per cui ho scelto la prima persona per questo terzo romanzo): obbligarsi a un personaggio per rimanere totalmente estranei ad un altro, e descriverlo dall’esterno. Vincolarsi ad un altro per non entrare mai nel vero protagonista. Un esempio più felice di me può essere Novecento, il monologo teatrale di Baricco in cui un personaggio narratore racconta di Novecento, appunto; o, ancora, Il nome della rosa di Eco, in cui il discepolo segue e descrive il maestro.
Insomma, è un modo di vedere il romanzo profondamente diverso. E la mia idea di romanzo è molto più legata alla terza persona, quella che narra, nel senso più puro del termine. Ma, dopo aver testato la prima, posso dire di averci fatto pace: è stato difficile ma affrontabile. Stile completamente diverso, lunghezza, genere del romanzo completamente diverse dai precedenti… insomma è stata una felice rivoluzione. Ma avverto, per chiunque abbia il mio stesso modo di pensare: non è semplice. Per nulla.
In linea di massima, posso dire col senno di poi che la prima persona è molto più complessa della terza. Proprio per i motivi sopracitati: non dà libertà, lo scrittore si sente quasi costretto in una camicia di forza. Sì, anche se il protagonista condividesse in tutto e per tutto le sue opinioni: perché comunque bisogna rimanere su di lui, e spesso a noi raccontatori di storie piace divagare, proprio per il gusto stesso del raccontare storie.
Quindi, responso: prima persona impegnativa, ma non fate come me, non ignoratela, può dare molte soddisfazioni! E anzi, la consiglio pienamente a chi ha problemi tecnici nel mantenere un punto di vista (e, di nuovo, mi tocca rimandare alla lezione 37… chiedo perdono!).

Lezione 37 – Il punto di vista

Salve a tutti lettori!
Lo so. Sono mancata tanto. Non sto nemmeno a giustificarmi, sono una persona pessima.
Spero di farmi perdonare con la nuova lezione!
Allora, oggi parliamo del punto di vista. Si tratta dell’angolatura con la quale la storia viene narrata, gli occhi con i quali si sceglie di raccontare. La stessa scena (prendiamone una famosissima, come Forrest Gump che corre) può essere descritta in diversi modi a seconda di chi la guarda. Posso raccontarla dal punto di vista di Forrest:

Iniziai a correre, perché me lo diceva Jenny e volevo scappare.
“Corri, Forrest!” continuava ad urlare.
Andavo come il vento

Oppure da Jenny stessa:

“Corri, Forrest!” gridai. Non volevo che lo prendessero.
Lui iniziò a correre e io continuai a incitarlo. Andava come il vento.

Oppure dai bulli che lo inseguono:

“Corri, Forrest!” urlò la sua insulsa amichetta biondina.
L’imbecille si mise a correre, e noi dietro con la bicicletta.

Oppure da un narratore esterno:

“Corri, Forrest!” gridò Jenny, e lui eseguì.
I bulli gli erano dietro, erano sicuri di raggiungerlo con le bici.
Ma lui andava come il vento.

Insomma ci sono mille modi per descrivere la stessa scena, e ogni volta ovviamente si avranno sensazioni e motivazioni diverse a seconda di chi si sceglie di impersonare.
In realtà esistono più modi per classificare la tipologia di punto di vista, e io non intendo impormi sul quale sceglierete (tanto più che l’ho già fatto, nella Lezione 25). Qui voglio solo soffermarmi sul tipico errore del repentino cambio di punto di vista.

Dunque, con molta calma andiamo a spiegare.
L’ultimo esempio, quello di narratore esterno, è quello comunemente detto “narratore onnisciente”. Il narratore onnisciente sa tutto: sa cosa stanno provando Forrest, Jenny, i bulli, sa quanta distanza c’è tra Forrest e i bulli, sa che tempo fa, cosa sta succedendo intanto a casa di Forrest, cosa pensa sua madre, cosa sta pensando un abitante di Tokyo che in quel momento sta perdendo un treno. Ho reso l’idea?
Il narratore onnisciente è, per forza di cose, esterno, ovvero è sempre in terza persona. Deve esserlo. Il più delle volte questo narratore non si svela, non sappiamo chi è. Si atteggia come una sorta di dio. Ma questo non preclude che possa anche essere un personaggio molto informato, semplicemente, che parla ad avvenimenti già avvenuti.

Ecco, per un narratore onnisciente serve la terza persona, ma non tutte le terze persone danno vita a narratori onniscienti. Mi spiego: è opinione comune che per entrare in un personaggio e nel suo dato punto di vista sia d’obbligo prenderne anche “le veci”, narrare in prima persona entrando in lui. Sbagliato: si può scegliere di entrare in un solo personaggio anche in terza persona, e vi dirò, è pure il mio stile preferito. Mi ricollego all’esempio di Forrest:

Forrest iniziò a correre.
“Corri, Forrest!” sentì che gli urlava Jenny, da dietro. Non si volse a guardare, né lei né i bulli che lo inseguivano.
Aveva sempre avuto paura di non farcela, e invece… invece andava come il vento!

Questa è inequivocabilmente una terza persona. Ma il narratore non è onnisciente: non sa e non descrive cosa sentono Jenny e i bulli. Lui è solo su Forrest, e lo rimarrà per il resto del racconto, non ne uscirà mai.

L’errore: ebbene sì, c’è un errore da non fare mai.
Bisogna scegliere il punto di vista all’inizio del racconto e non discostarsene mai.
Molti, infatti, come già detto confondono il narratore onnisciente con il narratore interno in terza persona. La differenza è che il narratore onnisciente è SEMPRE fuori dai personaggi. Descrive ciò che capita in modo oggettivo: quando parla delle sensazioni di un personaggio lo fa come se le stesse leggendo, non vivendo. Esempio:

Narratore onnisciente: “Forrest aveva paura”
Narratore interno: “Oh cielo, Forrest era così spaventato!”

L’onnisciente narra, l’interno sente. Claro?
Bene. Ora, tenendo presente che tutta questa spiegazione è un’enorme semplificazione di concetti discussi dalla notte dei tempi, tenete a mente questo: è SBAGLIATO scegliere il narratore interno e poi saltare di palo in frasca con le sensazioni di altri personaggi. Esempio:

Oh cielo, Forrest era così spaventato!
Correva a perdifiato mentre Jenny pensava che i bulli erano proprio degli idioti.

Qui si è confuso il narratore onnisciente con il narratore interno. L’usare la terza persona non giustifica il cambiare repentinamente e ripetutamente punto di vista! Se se ne sceglie uno bisogna tenerlo. Non si possono sentire le sensazioni di Forrest e allo stesso tempo quelle di Jenny. Si possono descrivere, appunto, dall’esterno, ma non ci si può calare nelle braghe di entrambi. Chiaro il concetto? Quindi: quando scegliete una terza persona, siate ben sicuri che vogliate DAVVERO usare il narratore onnisciente. Vi accorgerete, invece, che spesso vi piacerà di più entrare nel personaggio, e allora non sarà più un narratore onnisciente.
Perchè ho detto che cambiare punto di vista in questo modo è sbagliato? Semplice: perché il lettore in questo modo si sente strattonato da una parte all’altra, inserito a forza in personaggi per pochi secondi e poi ritirato di nuovo fuori.
Non nego che la terza persona è molto versatile: è bella proprio perché potete cambiare punto di vista. Il problema è che non dovete farlo nel giro di poche righe. Nulla di vieta di avere paragrafi o capitoli localizzati in cui prendete il punto di vista di Jenny anziché di Forrest, ma DIVIDETE (appunto tramite paragrafi e capitoli) queste parti con punto di vista differente. All’interno di una stessa scena (sempre se non avete il narratore onnisciente, che tra l’altro è sempre più raro oggigiorno) tenete sempre e solo un punto di vista. E ciò spesso è più facile a dirsi che a farsi, perché per sbagliare bastano poche parole. Esempio:

Gertrude notò che era una bella giornata di Sole. Amava il sole.
Intanto, Ludovico avvertì dolore all’orecchio.

Qui il punto di vista è di Gertrude, giusto? Ma allora lei come fa a sapere che Ludovico AVVERTE dolore? Al massimo può accorgersi che Ludovico ha dolore da qualche parte per l’espressione che fa, giusto? Ecco, questo è un tipico esempio di cambio repentino di punto di vista. Spesso colui che scrive non se ne accorge, perché lui ha già tutto in testa. ma bisogna imparare a mettersi nei soli panni di colui il quale si sta impersonando, Gertrude appunto, e capire cosa lei saprebbe, cosa non saprebbe, e cosa intuirebbe. Chiaro?

Alla fine è saltata fuori una lezione lunghissima e nella quale non sono del tutto sicura di essermi spiegata a dovere. Non temete quindi a commentare e chiedere, se necessario!
Vi saluto! Prometto che non passerà più molto tempo per i nuovi articoli. Anzi! Ho in programma almeno due Pillole di Grammatica, e altre Lezioni per completare il discorso relativo ai punti di vista. Indicativamente saranno a proposito di: persona da scegliere durante il racconto (prima o terza), tempo (passato o presente), il Dialogato come esercizio di scrittura.
Inoltre mi piacerebbe finalmente inaugurare la sessione recensioni. Quindi state in campana, perché Arte esiste ed è più viva che mai!

Lezione 36 – Ripetizioni

Salve marmaglia!
Oggi la placida e super-mega-iper indaffarata Arte vi intrattiene con una lezione. L’intenzione originale era procedere con le Pillole, ma ahimé, richiedeva troppo impegno e il tempo in questo periodo scarseggia davvero. Ho mille idee per la testa e zero risorse per metterle in pratica, tanto più che se il mio professore di Economia mi vedesse ora, mentre vi scrivo invece di preparare il suo esame, mi toglierebbe il saluto e mi farebbe crocifiggere con ignominia.

Comunque, oggi parliamo delle ripetizioni. Ebbene sì.
Vi ricorderete sicuramente la regola base: sono da EVITARE. Su questo non ci piove. Il problema sta nel capire quando si è in presenza di una ripetizione e come risolvere.
Ebbene, oggi voglio sfatare un mito: non si ha ripetizione quando semplicemente si scrive due volte la stessa parola in uno spazio troppo breve, sebbene la definizione base sia questa. Rientrano nelle ripetizioni anche le rime e le allitterazioni. Ma andiamo a spiegarle una per volta, magari con qualche esempio.

  • Ripetizione Standard: quando, come abbiamo detto, si scrive più volte una parola in uno spazio ristretto. Ad esempio: Il cane si era infilato nella sua cuccia. Non sarebbe uscito da quella cuccia per molto tempo. Ecco, qui c’è ovviamente la ripetizione della parola cuccia. Ha un sapore molto sgradevole, e più lo si legge, peggio è. In questo caso risolvere è relativamente semplice: o si trova un sinonimo (Il cane si era infilato nella sua cuccia. Non sarebbe uscito da quella tana per molto tempo), oppure si cambia direttamente la frase e si aggira l’ostacolo (Il cane si era infilato nella sua cuccia, non ne sarebbe uscito per molto tempo).
  • Ripetizione Rimata: si può fare una ripetizione anche senza usare la stessa parola, ma mettendone troppe che finiscono con la stessa desinenza, e troppo vicine. Esempio: Ero decisamente sconvolta dal suo comportamento demente. Vedete qui come si ripete la desinenza -mente? Non siamo in presenza di due parole uguali, non di due parole dallo stesso significato, e neppure di due parole della stessa tipologia, perché una è un avverbio e l’altra un aggettivo. Però risulta comunque sgradevole. Anche qui, per risolvere si ricorre ai due metodi succitati (Ero assai sconvolta dal suo comportamento demente/Ero decisamente sconvolta dal suo comportamento scemo etc…).
  • Ripetizione Allitterata: un’allitterazione si ha quando si ripete troppo spesso una singola lettera nella stessa frase. Ad esempio: Osvaldo ostentava onore od ostinazione? Ovviamente questo è un esempio forzatissimo, volutamente esagerato per farvi capire la figura retorica, ma vi garantisco che in misura ridotta può capitare anche questo. Anche con sole due parole magari, quando finiscono e iniziano con la stessa lettera. Era ammiccante. Non è così grave da doverlo togliere, come invece era d’obbligo per un Ripetizione Standard, ma comunque può far risultare tutto il testo più scorrevole anche correggere queste piccolezze.

Ecco, quindi avete capito che a me piace considerare ripetizione tutto ciò che impedisce una lettura scorrevole del testo, dando al lettore un senso di pesantezza, di già visto.
Come ho detto, le tre tipologie sono in ordine discendente di gravità. Ricordatevi che le prime vanno evitate come la peste. In realtà non c’è uno “spazio minimo” entro il quale non dovete ripetere la stessa parola, potrebbero essere anche cinque righe. Semplicemente leggete con attenzione, ancora meglio se ad alta voce, e vi garantisco che saprete subito se una parola va o meno sostituita.

Lezione 35 – Paragrafi e Capoversi

Salve a tutti amici! Oggi procediamo con una nuova lezione, e parleremo come da titolo di paragrafi e capoversi. Entrambi servono per suddividere un testo in argomenti, rendendo il testo più scorrevole, più chiaro e ordinato.

I capoversi sono i cosiddetti “punto e a capo”. Equivalgono ad un cambio di inquadratura in un film. Ad esempio, immaginiamoci un evento: siamo in una stanza con tre persone, una dei quali è il protagonista, che descrive le altre due. Per cui parte parlando della prima, mettiamo una donna bionda, e quando ha finito cambia capoverso per iniziare un nuovo discorso, quello relativo al secondo personaggio, mettiamo un bambino:

Lei era una donna sulla cinquantina, con lunghi capelli color dell’oro, e aveva tutta l’aria di essere lì, in quella sala d’aspetto, non per sua volontà. Si annoiava, guardava fuori dalla finestra giocherellando con una penna stilografica con le dita.
Il bambino, al contrario, era iperattivo. Passeggiava, controllava ogni angolo, curiosava e contemplava i soprammobili. Se gli avessero tirato una palla si sarebbe messo a giocare lì dov’era.

Ecco, come avete visto, dopo la descrizione della donna sono andata a capo per iniziare quella del bambino. Per cui il capoverso si usa per cambiare discorso all’interno di una stessa situazione.

Il paragrafo, invece, equivale ad un “punto e a capo” un po’ più forte, pesante. Infatti lo si ottiene, solitamente, andando a capo almeno due volte, e lasciando cioè tra l’ultima riga e la nuova no spazio bianco. Questo equivale ad un cambio di scena, e non solo di inquadratura. Per cui, nel nostro esempio, accadrebbe così:

[…] Il bambino, al contrario, era iperattivo.  Passeggiava, controllava ogni angolo, curiosava e contemplava i soprammobili. Se gli avessero tirato una palla si sarebbe messo a giocare lì dov’era.

Una volta che la visita medica fu conclusa, Protagonist uscì e si ritrovò nuovamente nella sala d’attesa, ma il bambino non c’era più. Era rimasta solo la donna, che ora parlava svogliatamente al telefono.

Ecco, qui c’è stato un salto temporale, un cambio di scena. Cioè il nostro Protagonist ha già fatto la sua visita medica e torna sul set della prima scena in un momento diverso, e in una situazione diversa. Questo richiedeva un cambio di paragrafo, per far capire al lettore che in mezzo c’è stato qualcosa, che si è totalmente variato discorso. Il paragrafo va inserito anche in caso di cambio del punto di vista, di utilizzo di un flashback… gli usi sono davvero molteplici.

Se il cambio di capoverso è d’obbligo, non tutti gli scrittori utilizzano il cambio di paragrafo, o almeno meno assiduamente di altri. Alcuni, addirittura, invece di cambiare paragrafo cambiano direttamente capitolo, ottenendo così capitoli considerevolmente più brevi. Io, personalmente, lo trovo un buon metodo per cambiare scena senza dover inserire inutili intermezzi di collegamento. Poi vedrete voi stessi come vi trovate più comodi.