Shutter Island: un Silent Hill non ufficiale

Ok, no, devo parlarne. So che anche questo è un articolo “fuori tema”, ma non posso non farlo, me lo impone la mia sanità mentale. Quindi senza ulteriori convenevoli andiamo nel vivo della questione.

Ho visto Shutter Island piuttosto di recente, e come molti sanno Silent Hill 2 è tra i miei videogiochi preferiti (se non il videogioco preferito). Da un po’ di tempo c’è questa idea che non se ne vuole andare dalla mia testa: Shutter Island è UGUALE a Silent Hill.
No, non fraintendetemi: la storia è diversa e ufficialmente nulla c’entrano l’uno con l’altro. Ma ciononostante le similitudini sono talmente tante che trovo impossibile non paragonarli.
Quindi nulla, presa dalla smania di informazioni, ovviamente ho fatto qualche ricerca. Come mi aspettavo, nulla si riscontra nell’Internet Nazionale. Ma facendo qualche ricerca in inglese, ecco i primi risultati: no, per fortuna, non sono l’unica malata ad aver individuato questa similitudine! Anzi vedo che molti, pur non parlandone approfonditamente, ritengono Shutter Island un “figlio adottivo” della Silent Hill Saga, nonché, forse, il film che meglio rappresenta lo spirito di Silent Hill, ben superiore ai due film ufficiali. Non posso che concordare.
Quindi ora mi impegnerò a fare un confronto tra le opere, che spero i fan dell’una o dell’altra gradiranno. Mi sembra superfluo dirlo, ma lo faccio per pararmi il lato B: questo articolo è pieno zeppo, stracolmo, veramente GRONDANTE di spoiler parecchio gravi, sia del videogioco che del film. Leggete a vostro rischio e pericolo.

Iniziamo con qualche dato anagrafico. Chi ha preso ispirazione da chi? Dopo aver confrontato gli anni di uscita del libro di Shutter Island (2003), del film (2010) e dei vari capitoli di Silent Hill che ritengo, anche solo minimamente, citati (1999, 2001, 2009) posso dire con quasi assoluta certezza che è Shutter Island ad aver preso ispirazione da Silent Hill, in due tempi diversi. Prima il libro del 2003 che si è ispirato a Silent Hill 2 del 2001 (come storia e tematiche), poi il film del 2010 che si è ispirato a tutti i Silent Hill precedenti (Silent Hill 1  del 1999, il 2 del 2001 e Shattered Memories del 2009), inglobando anche qualche rimando “grafico” e visivo alla saga di Silent Hill.
Iniziamo, subito, infatti, con un’inquadratura che non lascia proprio scampo alle interpretazioni. Il film e Silent Hill 2, infatti, iniziano con la stessa, identica, inquadratura:

E’ qui, nei primi dieci secondi di film, che ho iniziato a pensare all’assonanza con Silent Hill 2. Qui notiamo il nostro caro Leonardo di Caprio che si specchia dopo essersi sciacquato il viso, stessa identica scena di apertura di James Sunderland nel videogioco. Notate proprio l’inquadratura, che in entrambi i casi che ci mostra lo specchio dalla destra del protagonista. Notate l’espressione, che infatti rimanda alle stesse identiche emozioni (poca sanità mentale, stanchezza, tristezza, dolore fisico e psichico). Vi prego anche di notare il chiaroscuro, molto accentuato in entrambe le figure, che in entrambe le opere indica la stessa cosa: la doppia valenza del protagonista, che ha qualcosa da nascondere, un lato oscuro. Prima di procedere, inoltre, vorrei farvi notare che anche la fisicità dei due uomini è pressoché la stessa: maschio, bianco, caucasico, capelli biondicci, quasi stessa pettinatura. E questa potrebbe essere una coincidenza, ma chi lo sa… mi piace credere di no.

Prima di passare alla trama, che rimanda, come già detto, quasi tutta a Silent Hill 2, vorrei soffermarmi su qualcosa di molto più fumoso da spiegare: la sensazione generale del film, l’atmosfera. Questa è presa da molti capitoli diversi di Silent Hill, in qualche caso abbiamo anche ambientazioni identiche. Facciamo una rapida carrellata.

Componente importantissima di Shutter Island è il faro, pressoché identico a quello di Silent Hill 1, ripreso anche nello stesso identico modo. Ma non solo:

In Silent Hill 2 bisogna seguire la luce di un faro prima di scoprire la verità, e lo stesso accade in Shutter Island, che vede il faro come prova finale. Per non parlare, ovviamente, dell’immancabile nebbia fitta.

C’è anche una forte similitudine in quanto alle ambientazioni e ai personaggi secondari: l’ambiente clinico, le infermiere, i medici, spesso visti come “nemici”, qualcuno di cui non fidarsi.

Ancora, troviamo un’abbondante presenza del fuoco e della cenere, tipiche di Silent Hill 1 e 2.

Le grate, la ruggine, tipiche della saga.

In particolare, tutte le scene nel famoso Blocco C di Shutter Island rimandano tantissimo alle prigioni e al labirinto di Silent Hill 2.

Abbiamo anche una forte similitudine con la figura del lago, visto sia come ricordo positivo che come ambientazione macabra… ma su questo punto, vi anticipo subito che mi soffermerò di nuovo in seguito, quando parlerò del significato dell’acqua.

Infine, l’elemento “ghiaccio” di molti flashback di Shutter Island, che non ha potuto non ricordarmi Shattered Memories. Vi vorrei far notare che la bambina ghiacciata è praticamente identica.
Insomma, in generale, l’atmosfera è davvero la stessa. I rimandi visivi credo siano lampanti e quasi spudorati, sembra davvero di essere in una trasposizione cinematografica non ufficiale dei videogiochi. A questo punto credo, semplicemente, che non solo lo scrittore di Shutter Island si sia ispirato a Silent Hill 2 per la trama, ma che anche sceneggiatori e direttori alla fotografia del film, forse sapendo di questa fonte di ispirazione, abbiano cercato foto (o forse anche giocato) alcuni capitoli della saga per rendere anche graficamente la somiglianza. Perché, davvero, se è una coincidenza, allora non sono più sicura di niente nella vita, nemmeno del mio nome.

Ma ora entriamo nel vivo della trama (e degli spoiler. Uomo avvisato…).
Tralasciando tutta la parte visiva, infatti, possiamo notare che la trama è praticamente la stessa. O meglio, è diversa, ma si basa sugli stessi presupposti, tanto che se dovessi fare un riassunto andrebbe bene sia per la trama di Shutter Island sia per quella di Silent Hill 2:

Uomo mentalmente disturbato cerca la verità a proposito della moglie morta, finendo per ricordarsi di esserne lui l’assassino.

D’accordo, l’ho semplificata molto, ma il concetto è questo, per entrambe le opere. E non è un’accusa, attenzione! Infatti ormai Shutter Island è uno dei miei libri/film preferiti. Così come lo è Avatar (anche se è simile a Pocahontas). Non ho mai ritenuto, infatti, che le similitudini di trama possano essere un punto negativo, perché alla fine tutto è già stato detto e scritto, è praticamente impossibile creare una trama DEL TUTTO originale. Questo è il senso della citazione di Goethe che ho messo sotto il titolo del blog: non importa cosa dici, ma COME lo dici. E sia Silent Hill 2 che Shutter Island dicono la stessa cosa EGREGIAMENTE, entrambi aggiungendo peculiarità alla storia, che in buona sostanza rendono i due lavori, diversamente, ma ugualmente capolavori.
Quindi andiamo con una carrellata delle similitudini nella trama.

In entrambe le storie il protagonista ha perso la moglie e tenta di fare chiarezza sulla sua morte. Il protagonista pensa che la moglie sia morta per una causa (per Mary era una malattia, per Dolores un incendio doloso da lei stessa causato) mentre in realtà l’assassino è proprio lui: Mary, infatti, viene soffocata da James e Teddy spara a Dolores. Né James né Teddy, infatti, ricordano il loro crimine e tendono a giustificarsi dando la colpa ad altri fattori. James ci riesce facendo coincidere la morte di Mary con l’inizio della sua malattia (che equivale a dire “Non sono stato io, lei per me è morta quando è stata male la prima volta”), Teddy invece incolpa l’incendio causato da Dolores stessa (“Non sono stato io, lei per me è morta la prima volta che ha tentato di suicidarsi”).
I due protagonisti quindi condividono il disturbo mentale, il rifiuto della colpa, la memoria fallace e il crimine, che è il medesimo, anche se per motivi differenti (James uccide Mary perché non sopportava più la vita risucchiata dalle cure mediche di lei, Teddy uccide Dolores perché lei aveva a sua volta ucciso i loro tre bambini). Entrambi soffrono di allucinazioni e vedono il mondo circostante come loro lo vogliono vedere, ed entrambi capiranno la verità solo alla fine delle proprie opere di appartenenza.
Gli indizi sulla dubbia sanità mentale del protagonista sono sparsi in entrambe le opere, anche se in modo diverso. Ad esempio, James tende a essere distaccato, a non provare emozioni, a volte a fare discorsi insensati, mentre Teddy è fin troppo complottista, paranoico, tende a inventare trame troppo ingarbugliate per spiegare cose semplici. In entrambe le opere è molto simile anche il modo in cui gli indizi ci vengono presentati, e cioè dall’inizio. Il problema è che alla prima giocata/visione si è troppo concentrati sulla trama per rendersene conto, mentre ad una seconda analisi tutto risulta alla luce del sole (ad esempio, James incontra molti cadaveri di sé stesso, mentre Teddy viene squadrato da tutti in modo molto circospetto, visto che hanno paura di lui in quanto malato mentale).

cf6e884c94c4700e3f9080de1cf3e233

Come avevo preannunciato, bisogna fare un rapido excursus sul ruolo dell’acqua nelle due opere. In Silent Hill 2 è presente in innumerevoli punti: spesso piove, ci sono ambientazioni allagate, la stessa città di Silent Hill sorge sulle rive del Toluca Lake e uno dei finali vede il protagonista suicida in acqua. Nel videogioco viene, insomma, vista come un elemento positivo e negativo al tempo stesso: l’acqua è la purezza, il lago è quello che piaceva tanto a Mary, però, come già detto, vede anche una componente suicida in uno dei finali. Bene, lo stesso vale per il film Shutter Island: il protagonista ci mette subito al corrente, infatti, che la sua più grande fobia è l’acqua. L’isola, in quanto tale, ne è circondata, e inoltre si scatena una tempesta molto violenta che non fa che peggiorare la presenza di acqua in tutto il film, rendendo il protagonista sempre più nervoso. Scopriamo, infatti, che l’acqua ha una doppia valenza per lui: bel ricordo di tempi felici insieme a Dolores, in un cottage sulla riva di un lago, ma anche luogo di morte, in quanto la stessa Dolores aveva poi affogato nel lago i tre figli.

Un’altra similitudine è la presenza quasi costante di una bambina da inseguire, come sinonimo di verità e purezza. James infatti più volte si trova costretto a inseguire Laura per proteggerla, e così, allo stesso modo, Teddy ha sogni e visioni di una bambina che lo accusa di non averla salvata quando era il momento. Si scoprirà, poi, essere una dei suoi figli, uccisa da Dolores, mentre ciò non avviene per Laura, che rimane sempre un’estranea.

Bisogna, infine, notare come in entrambe le storie il protagonista identifichi la moglie, almeno per qualche tempo, in un’altra donna, una donna “sbagliata”. James, infatti, da subito nota la somiglianza di Maria con Mary, e così Teddy, per la prima parte del film, tende a sovrapporre il ruolo della moglie Dolores a quello di un’altra donna, Rachel, che poi si scopre essere di sua invenzione… così come Maria, che non esiste se non nella testa di James.
In entrambi casi, poi, bisogna notare come le due interpretazioni della stessa donna abbiano i capelli diversi, mori in un caso e biondi nell’altro: Dolores bionda, Rachel mora. Mary mora, Maria bionda.

Io, boh… direi di aver finito. Forse. Ma forse no.
Sto sicuramente dimenticando qualcosa e me ne dispiaccio, ma comunque credo di aver resto l’idea generale. Spero, insomma, che il mio articolo vi sia piaciuto, anche perché è stato impegnativo a livello di ricerche e a livello di interpretazioni mentali. Spero di avervi messo voglia di rivedere/rigiocare questi titoli. Sappiate solo che io sono innamorata di entrambi e sì, credo, per concludere, che Shutter Island sia il film perfetto mai fatto di Silent Hill 2, sì, anche se è diverso. Come al solito eventuali opinioni sono ben accette (anche se so di aver scritto qualcosa tremendamente di nicchia).
Vi saluto calorosamente, al prossimo articolo!

Lezione 44 – La copertina

Salve pantegane!
Oggi andiamo con una lezione non proprio convenzionale. Parliamo, infatti, della copertina di un romanzo. In tanti mi chiedete come farla, se serve… ecco, diciamo che in linea di massima NO, una copertina NON SERVE a niente, a meno che non vi auto pubblichiate. Già perché se avrete la fortuna di essere pubblicati da un editore è praticamente impossibile che tengano la vostra. Quindi no, la copertina non è necessaria né indispensabile, anzi, nel momento dell’invio del manoscritto all’editore non dovrete nemmeno includerla.

Detto ciò, come scrittrice so quanto è bello vedere un libro veramente completo, in tutto e per tutto, stampato e quindi anche con una bella copertina. Quindi il vostro desiderio è del tutto legittimo. Ma so anche che farsi fare una copertina non è semplice, spesso anzi potrebbe costare parecchio. La soluzione è ovviamente il fai-da-te.

Cominciamo con lo sfatare un mito: NON SERVE SAPER DISEGNARE PER FARE UNA COPERTINA DECENTE! La mia dote artistica in quell’ambito è pari a quella di un gerbillo, sono letteralmente al livello di saper disegnare solo stickmen. Ma ho sempre e comunque fatto io le copertine dei miei lavori, e questo grazie al senso estetico e ai rudimenti di Photoshop. I secondi non ve li posso insegnare ora. Non solo perché, lo ammetto, in un articolo, senza avervi faccia a faccia, non ne sono in grado, ma anche perché non è il luogo adatto: nel resto dell’Internet potete trovare tutorial ben fatti e spiegati meglio di quanto farei io. Andrò volentieri a parlare, invece, del primo fattore, il senso estetico.

Cosa prendo in considerazione quando faccio una copertina, per me o per altri? La prima cosa a cui penso è l’atmosfera del libro, e da lì parte tutto. Pensando attentamente alla storia, al genere del libro, agli elementi caratteristici, si può davvero ricavare molto. Ad esempio: voglio una copertina chiara o una copertina scura? Chiara salta di più all’occhio ma rischia di essere fredda e asettica, scura è più classica e calda, ma rischia di essere meno originale. O, ancora, che immagine di sfondo mettere? Qual è la cosa più importante del libro (un oggetto, un’ambientazione, una persona)? Che sensazione complessiva deve dare la copertina (misteriosa, allegra, seria…)? Che font posso usare per rendere questa sensazione?
A tutte queste cose dovete saper rispondere voi, se si tratta del vostro lavoro, o dovete essere bravi a ricavarle se state facendo la copertina per altra gente, o leggendo il lavoro o chiedendo all’autore. Io qui posso solo darvi qualche esempio per cercare di farvi capire meglio cosa intendo. Descriverò, quindi, il processo creativo di ogni copertina da me creata, che sia per i miei libri o per commissioni.

Per la mia primissima copertina, anche perché ero alle prime armi, avevo deciso di rimanere sul semplice. Avevo cercato di ispirarmi a un antico volume, quando ancora non si usavano le immagini di sfondo. Essendo un Fantasy volevo che desse l’idea di un tomo antico, senza fronzoli, di quelli con gli angoli decorati e protetti da mascherine triangolari di metallo: insomma, un vecchio volume, magari contenente ballate, saghe epiche… Beh, questo è quello che ne è uscito. Ricordatevi una regola generale: alla semplicità dovete compensare con l’elaboratezza, al chiaro dovete compensare con lo scuro. Significa che se avete uno sfondo molto semplice, con il font potete lasciarvi andare a qualcosa di più elaborato (altrimenti semplice su semplice risulterebbe scialbo); e viceversa, quindi se avete uno sfondo molto complesso il font deve essere semplice. Idem per i colori: chiari su sfondo scuro, scuri su sfondo chiaro. Questa che vedete del mio primo romanzo è una copertina estremamente semplice, davvero tutti possono farla. Ma vi assicuro che può svolgere il suo lavoro egregiamente, infatti stampata su supporto rigido la ADORO (come vedete avevo cambiato il colore da nero a bordeaux, per dare ancora di più l’idea di libro antico).

Coleridge's Rime

Passiamo al mio secondo romanzo, Coleridge’s Rime. Genere completamente diverso (fantascientifico/psicologico/distopico), e qui volevo osare di più con uno sfondo. Ma cosa mettere? L’idea migliore è sempre basarsi su un oggetto, un personaggio o un’ambientazione ricorrenti, e nel mio caso era il deserto nord americano, tipico degli stati come Arizona, New Mexico, Nevada e Texas. In più volevo che desse la sensazione di arido, giallo, caldo, soffocante, ed ecco spiegata la scelta di mettere la foto in stile “schizzo” bicromatico (sì perché altro non è che una semplice foto della Monument Valley, modificata solo successivamente per sembrare un disegno). Come dicevo prima, se lo sfondo è più complesso, se “ruba l’occhio” di chi guarda, se insomma l’immagine fa da protagonista, bisogna che il titolo sia più semplice, e in questo caso è appunto più piccolo, in alto a sinistra, quasi fuori inquadratura. Altra regola generale: se potete, se avete spazio libero, non sovrapponete il testo con il disegno! Crea confusione!
Ecco che prontamente vado a sfatare questa mia affermazione:

Storia

Titolo sovrapposto perché non c’era spazio.
Per il mio terzo libro il genere era ancora una volta diverso (Commedia psicologica). Quindi, anche qui, mi sono chiesta quale fosse l’oggetto ricorrente, e le risposte sono state due: la ragazza protagonista e un acchiappasogni. A quel punto mi è bastato trovare un disegno su Google, modificarne leggermente i colori e inserire il titolo, che volevo fosse in stile country, sempre per questione di attinenza allo stile della storia. Siete liberi di usare ciò che trovate pubblicamente su internet, ma attenzione a non violare nessun copyright, nel caso usiate l’immagine a scopo commerciale (ad esempio, auto pubblicandovi. Nessun problema in caso di uso personale).

OK OK

Per il mio ultimo romanzo ho voluto fare una cosa ancora diversa. Ho inserito un oggetto significativo (la maschera da medico della peste) ma ho cercato di fare in modo che fosse una copertina completamente diversa da quelle di solito usate per il genere horror: ecco perché lo sfondo chiaro, venuto quasi per sbaglio. Stavo, infatti, provando in tutti i modi a farlo nero, ma avvertivo che c’era qualcosa che non andava, poi mettendolo in bianco ecco l’illuminazione! Insomma, osate! Non abbiate paura di fare qualcosa fuori dagli schemi!
Da qui in poi vediamo qualche copertina che ho fatto su commissione.

10577068_728975137164280_1099037601546891405_n

Questa è la copertina che ho fatto per il libro di mio padre, come potete notare dal cognome dell’autore. Libro storico, quindi ho cercato un’immagine storica. Ma qui vorrei porre l’accento sui colori: il titolo infatti è dello stesso identico colore della fascia rossa sulla spada. Riprendere i colori di certi particolari darà sfarzo alla vostra copertina!

10494705_713142375414223_7391256214539478675_n

Questo è il fantasy di una mia amica. La storia si incentrava molto sul proteggere la natura, da qui l’idea di mettere un albero in copertina. Viola è semplicemente il nostro (sì, di entrambe) colore preferito, e il simbolo in basso a sinistra è voluto dall’autrice stessa (da lei disegnato). Anche questa non era che una foto che poi io ho modificato. Qui attenzione a un’altra cosa: la disposizione del titolo. Se avete un titolo piuttosto lungo, non abbiate paura di fare un “collage”: le parole meno importanti più in piccolo, le altre in grande. Il tutto posizionato in modo da creare un equilibrio piacevole alla vista, ma non per forza lineare.

10500534_713142232080904_5863872838548728992_n

Anche questa, copertina su commissione per un amico. L’immagine è di internet, ma molto modificata in quanto per dare sensazione di mistero ho dovuto cancellare e mettere in ombra buona parte del viso della ragazza. Poi, come dicevo anche in precedenza, notate i colori delle scritte che sono ripresi dagli occhi di lei. Ricordatevi sempre che, a meno che non siate Stephen King, il titolo va sempre più grande del nome!

Bene, in realtà ce ne sono altre, ma quello che dovevo dire l’ho detto. Spero vivamente che la lezione sia stata (un pochino) utile. Non esitate a chiedere consigli, se vi servono! E magari possiamo anche lavorare insieme a qualcosa, se siete in difficoltà con il fotoritocco.

Alla prossima lezione!

Autocritica 12 – Incontro tra vecchi amici

Per sapere cos’è l’autocritica o per andare all’indice dei capitoli, clicca QUI.

Capitolo 12 – Incontro tra vecchi amici [ [SM=g10386] chi incontreremo?? BIANCO????]

Il tempo trascorse velocemente: ormai era già passata l’estate ed anche l’autunno, che era stata la stagione più calda [ [SM=g10255]  [SM=g10284]  Perché l’autunno dovrebbe essere più caldo e poi l’inverno torna freddo? Ma che ordine è?]. Ora si cominciavano ad avvistare i primi veri fiocchi di neve, niente a che vedere con quelli della notte di ferragosto [No, mi spiace, non sto più capendo nulla]. Ogni tanto sentivo ancora gli ululati di quei lupi, che percorrevano il loro territorio col trascorrere dell’anno. Nel branco dovevano esserci dei nuovi nati, perché si udiva qualche abbaio da cucciolo ogni tanto.
Tutto procedeva per il meglio e la storia tra Greg e Ophelia procedeva a gonfie vele. [AmMmOrEeeH mi mancava] Io mi ero messa a studiare la lingua dei centauri cominciando dall’alfabeto, che era composto da 30 lettere suddivise in tre gruppi: lettere ordinarie o principali, lettere secondarie e fonemi. Le lettere principali equivalgono alle nostre vocali, quelle secondarie alle consonanti e i fonemi sono i suoni come gh e ch, che si abbreviano con una lettera unica. [Ok, sorvolando sul fatto che questa è la prima e l’unica volta che parlo di questa fantomatica lingua, e sorvolando ancora sul fatto che non ho mai nemmeno riportato mezza frase in lingua originale, direi che possiamo concludere che sì, la mia ossessione per le lingue nasceva FENTASI nasceva qui. ‘Sta cosa l’ho mantenuta nel mio primo libro serio, Gli Eredi di Howel. Andate a leggerlo. Dai, su] Questa lingua è molto usata, ma ormai quasi tutti i centauri e le altre creature sanno parlare la lingua delle fate e degli stregoni [E questi stregoni che ogni tanto diventano maghi… che sono poi solo i maschi di fate. Ma non hanno poteri magici. E le stesse fate che, oltre ad avere una voglia sul collo come le vacche marchiate, sono in tutto e per tutto umane. La fantasia strabordava proprio dal mio cervello, vero?].
Cominciai anche ad esplorare gli spazi circostanti a Centaurorum Vicus, ma non trovai molto [Davvero? Mi aspettavo che descrivessi di nuovo alberi molto grossi e neri]. Ormai avevo esplorato molto e mi mancava solo la parte Ovest, dove mi avventurai con l’arrivo della bella stagione (se così può essere chiamata a Knarenn). [Specifichiamolo, perché non l’avevamo capito dal fatto che l’autunno e l’estate si fregano il clima a vicenda]
Un giorno, mentre camminavo tra gli alberi [MOLTO GROSSI], avvertii un rumore molto sospetto. Era un po’ che mi sentivo seguita e osservata [Strane sensazioni mistiche che arrivano senza che la protagonista abbia alcuna vera e propria capacità per percepirle, semplicemente perché servono a salvarle le chiappone], ma ogni volta che cercavo di scorgere qualcuno, mi rendevo conto di essere (apparentemente) sola [E l’apparentemente tra parentesi era FONDAMENTALE].
Ero arrivata ad un ampio spazio senza alberi, coperto da terriccio nero, ramoscelli secchi e qualche foglia morta da parecchio tempo. [Altro modo per dire: RADURA. Sì, proprio quelle che appaiono all’occorrenza! Fateci caso: se nei FENTASI si deve combattere in mezzo a un bosco, giustamente per fare spazio appaiono sempre le RADUREH] Proprio qui incontrai una vecchia “amica”. [OPS! Mi sa che non è BIANCO. A meno che non si sia servito della chirurgia per cambiare sesso e diventare BIANCA (senza Bernie)]
Stavo riposando quando sentii un urlo agghiacciante e stridulo. Lo avevo già sentito mesi prima e me lo ricordavo molto bene: c’era sicuramente un’arpia nelle vicinanze. Ero proprio al centro dello spazio circolare senza alberi [RADURA, dì le cose come stanno, Arte! Sii onesta con te stessa!] e continuavo a guardarmi intorno: gli urli non provenivano sempre dallo stesso luogo e mi sentivo circondata. [COME FARA’ A SALVARSI LA NOSTRA ErRrOaA?] Le arpie dovevano essere parecchie decine e si stavano decisamente stringendo attorno a me. [muorimuorimuorimuorimuorimuorimuorimuorimuori] Non molto tempo dopo mi accorsi di aver ragione: le arpie erano più di una cinquantina e ne ero accerchiata. [EVVAI! Dai che questa è la volta buona!  [SM=g8194] ] Mi guardavano con gli occhi felini e urlavano senza sosta. Erano molto simili a Celeno, ma le loro ali erano più piccole e meno eleganti [Perché se non sei una Regina Arpia le tua ali si sviluppano meno, Darwinismo di base proprio]. Io sudavo freddo e tremavo, ma ero sicura di non sembrare troppo impaurita; è una mia abitudine [oddio, sento aria di vanto imminente!]: quando sono in situazioni di pericolo cerco di non sembrare debole e di apparire coraggiosa al cospetto degli altri, anche se è totalmente il contrario. :badass: [Ma che EROA! Sei BrAvIxXxImA!] In quel momento stava accadendo proprio questo. Ad un certo punto un’arpia di fronte a me si fece avanti e mi venne vicinissima. [Non descriverla, mi raccomando. E soprattutto NON scappare, in fondo anche tu ti vuoi morta] All’improvviso mi afferrò il collo e disse:
“Tu devvi esserre quella fatta di cui parla Celenno…” [Ahahahah, e torna il modo di parlare dislessico. Non ci riesco, devo cominciare a ridere già adesso [SM=g9385][SM=g9385]]
“… lei dicce che ti sai trasformarre in luppol!” [LUPPOLO! Come la birra del signor Poretti!]
Io non dissi niente. Era fortissima e mi era impossibile opporre resistenza. [Se fossi scappata prima!] :genius:
“Dicce anche che sei moltto abbile nel combatterre! Mi spiacce contraddirre la mia reginna, ma non sembri perr nientte fortte!” [Ditemi, ora, come cavolo si dovrebbero leggere le ultime tre parole. Forza! DITEMELO]
Lei continuava a guardarmi girandomi la testa da una parte all’altra. Questa arpia aveva le ali più rossicce [Ecco, descrivila adesso che sei in punto di morte! Mi sembra plausibile! Il momento più adatto a rompere la (già di per sé scarsa) suspense], come i capelli e gli occhi. I canini, poi, erano molto sviluppati, come quelli di un vampiro. [EDOARDO CULLENO! C’è il tuo zampino nella fecondazione di quest’essere?]
“Chi ti ha datto il permesso di attraversarre il terrritorrio delle arpie?” [Il buon senso comune le ha detto di farlo. Deve morire per il benessere pubblico]
“Mi dispiace, non lo sapevo” risposi con tono indispettito. [E ancora con questo sarcasmo spicciolo? Ma quanti punti ti toglierà?]
“Comme? Non sapevvi che qui le arpie fanno i lorro niddi? Nessunno dei tuoi amicci centaurri ti ha avvertitto della parte ovvest?” [Mi sa tanto di “ala ovest proibita” della Bella e la Bestia]
Io non dissi niente.
“Beh, peggio per te! Noi non lasciammo nessunno uscirre vivvo dal nostro territorrio” [DIO SIA LODATO!]
A questo punto mi diede un colpo d’ala e mi fece cadere a terra. Io mi trasformai subito in lupo per poterla mordere; Io però continuavo a saltare a vuoto, perché lei riusciva sempre a schivarmi. [E torna il mio spirito di ragazza pon pon: Dammi una A, dammi una R, dammi una P, dammi una I, dammi una A: ARPIA!!!] Le altre arpie la incoraggiavano a colpirmi e urlavano il suo nome: Alicia (che naturalmente pronunciavano a modo loro, e risultava Aliccia). [SII, viva la boxe non convenzionale! Wrestling interrazziale!!]
Lei continuava a colpirmi e a graffiarmi, e ormai ero senza forze. [MUORE!!!! E’ la volta buona, lo sento!]
Alicia mi afferro e cominciò a volare, poi mi fece sbattere contro un albero e caddi. [Dai, muori!] Ero stesa a terra e Alicia continuava ad avvicinarsi; proprio in quel momento vidi un ramo molto robusto e piuttosto appuntito [No….]. Mi trasformai velocemente e lo afferrai [No……..]. Alicia stava volando sopra di me e stava per afferrarmi nuovamente, ma io puntai contro di lei il ramo [NO……..], che si conficco nel suo petto. L’arpia cadde e continuò ad urlare per un po’ di tempo e disse:
“Dannatta!” Poi smise di contorcersi e di lamentarsi giacendo immobile sul terreno: Alicia era morta.[NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO! Non è possibile!]
In quel momento mi accorsi che tutte la altre si erano ammutolite e non si sentiva più nessun suono, solo qualche folata di vento tra gli alberi di tanto in tanto. [Intervenite! Che aspettate! Dai! VENDICATEVI TUTTE INSIEME!] All’improvviso sentii una voce conosciuta:
“Oh, c’è una seccatricce”
Notai che si faceva largo tra le altre un’arpia con grandi ali bianche. Con un balzo anche lei mi afferrò al collo e mi bloccò contro un albero.
“ Ci rincontriammo fatta” [Celeno, eccoti! Hai visto che ha fatto quella mentecatta!?! Dai, uccidila tu!]
“Mi serviva proprio una visita di una vecchia amica” :badass:[TACI TU! Sempre che tu sia Kety perchè sai, qui nemmeno si capisce chi parla tra poco]
Celeno strinse ancor di più la presa intorno alla mia gola.
“Non farre l’impertinentte! Devvi saperre che Aliccia era la mia soldattessa migliorre! Lei avrebbe dovutto prenderre il mio posto il giorno della mia mortte” [Mi spiace Celeno, ma anche in un momento DRAMMATICO come questo non riesco a non ridere per come ho pensato di farti parlare] [SM=g9385]
“Quel giorno potrebbe essere oggi” [SEEE, vabbé, tiriamocela meno, EROA] :badass:
Dopo che ebbe udito queste parole mi fece cadere a terra e strinse ancora la mano.
“Non è ancorra giunta la mia orra, e non giunggerrà se non sarò io a vollerlo! Invecce la tua sì. Non avrei mai dovutto lasciarti vivvere diecci messi fa” [Concordo, non avresti dovuto. Rimedia dai. Dai. Adesso però. DAI]
A quel punto prese il ramo dal corpo senza vita di Alicia che si trovava lì vicino e me avvicinò alla gola.
“So di quel ragazzo a cui tienni tanto! Niccolas giusto? Non preoccuparti, vi rincontrerette presto, forse nel regno dei morti, perché farrò unna vissitinna anche a lui” [Celeno, è ora che te lo dica: IO TI AMO!]
Ma appena ebbe smesso di parlare lei si girò e cominciò ad urlare, come se fosse spaventata [Eh? [SM=g10255] [SM=g10255] Che sta succedendo?], quindi volò via insieme a tutte le altre arpie. Io ero rimasta lì stesa e non mi muovevo, perché la ferite mi facevano troppo male. Vidi poi uno strano viso che mi osservava [Vediamo, dai! Vediamo chi devo incolpare stavolta per averti salvata!]: aveva i capelli verdi e ricci lunghi. Anche la pelle era verdina come gli occhi. [Un alien?]
“Fortunata fosti tu ad incontrare me!” disse la creatura con una vocina timida [Ma ce n’è uno che parli normalmente in questo posto? :muoro:  Comunque ho capito: verde che parla scambiando l’ordine delle parole, questo è il maestro Yoda! YODA SARDO!]
“Io curerò e riporterò a Centaurorum Vicus la bella fata dagli occhi azzurri” [Ah, finalmente abbiamo un’informazione sulle caratteristiche fisiche di Kety! E siamo solo al DODICESIMO CAPITOLO!]
Poi non vidi più niente: doveva avermi addormentata in qualche modo.
[Fine. Niente clifjanger. Il libro lo fa apposta, non vuole darmi nemmeno questa soddisfazione [SM=g11003]  Nel prossimo capitolo cercheremo di capire cos’è e da dove è cicciato fuori Yoda Sardo. CHe vi annuncio subito essere femmina… bello far parlare i personaggi senza specificarne neanche il sesso, vero? Non confonde PER NIENTE il lettore]

Immagine del giorno: ragazzi BIANCO mi manca tantissimo.
Questa è l’immagine da cui ho copiato tratto la scena della sua prima apparizione.

2372980236

Lezione 43 – Il lessico

Nella nostra lunga scalata verso la cinquantesima lezione, oggi parliamo di lessico.  Non ve lo nasconderò: è stato uno dei miei grandi problemi nel mio processo di crescita artistica. Essenzialmente io avevo due grandi difetti: mettevo troppe virgole e usavo un lessico poco vario o inadeguato, appunto. Sono, infatti, queste le due caratteristiche principali che dovete tenere presente per ottenere un buon lessico: VARIETÀ e ADEGUATEZZA.

.
VARIETÀ: Serve anche e soprattutto per evitare ripetizioni. Errore comune, ad esempio, usare lo stesso verbo per descrivere la stessa azione. Come è facilmente intuibile anche dal punto di vista logico, questo non sarebbe propriamente sbagliato, ma a lungo andare diventa pesante. L’esempio più classico: usare il verbo “dire” alla fine di un discorso diretto.

“Addio” disse Gertrude.

“Non addio, arrivederci” disse Mario.

“Lo spero tanto” disse Gertrude.

Ecco, ovviamente qui la cosa è esagerata (come in tutti gli esempi che faccio io, volutamente eccessivi per far capire il concetto in modo immediato). Ma anche se i verbi “disse” non fossero così vicini l’uno all’altro, se fossero quindi sparsi per l’opera, ma comunque troppo frequenti, sarebbe sbagliato. Magari non danno la sensazione di ripetizione, non essendo del tutto attaccati, ma certamente rendono il lavoro un pochino sciapo. Esistono, infatti, un’infinità di modi di dire la stessa cosa, o magari anche di variare leggermente la sfumatura. Ad esempio, sinonimi molto versatili del verbo dire, con sfumature di azioni diverse: proferire, intervenire, domandare, esclamare, chiedere, rispondere, sottolineare, redarguire, urlare, strillare, sussurrare, tuonare, consigliare, suggerire… sono potenzialmente MIGLIAIA e voi potreste anche non usare mai lo stesso verbo per descrivere un’azione.

“Addio” sussurrò Gertrude.

“Non Addio, Arrivederci” la corresse Mario.

“Lo spero tanto” sospirò Gertrude.

Vedete come già il tutto sembra molto meno infantile, più ricercato, in definitiva più ARTISTICO. Questo ovviamente si applica a ogni tipo di azione ripetitiva, che rischia quindi di essere non propriamente trattata  durante il vostro lavoro. VARIATE!

.
ADEGUATEZZA: Questo è un punto molto ampio. Non si tratta solo di parlare in modo appropriato nel libro, ma anche di far parlare in modo appropriato i personaggi. E appropriato non vuole dire perfetto, ma adatto al contesto. Ad esempio, in Harry Potter, i discorsi diretti di Hagrid presentano per la gran parte errori di grammatica. E questo è un lessico appropriato, visto che Hagrid è un personaggio non colto. O, ancora, Ron finisce sempre col dire “Miseriaccia!” e anche questo è un lessico appropriato, perché fa capire subito chi sta parlando. Leggendo “Miseriaccia!” anche senza che il narratore citi il personaggio, voi sapete già che è stato Ron, e questo evita allo scrittore di dover inserire SEMPRE la citazione prima o dopo la frase diretta (vedere mio esempio precedente). Quindi, ecco, cercate di ENTRARE NEL PERSONAGGIO. Parlate come parlerebbe lui. E fidatevi, è la cosa forse più complicata da fare, quella che ancora oggi a volte mi mette in difficoltà: è molto facile lasciarsi andare all’estro, e in generale al proprio modo di parlare. Ma se siete scrittori dovete saltare da un personaggio all’altro, e più siete bravi a differenziare i linguaggi, più il lettore si sentirà immerso nella lettura. Modi per farlo sono, appunto, inserire piccoli errori, o al contrario paroloni altisonanti che non direste mai se state facendo parlare un personaggio molto colto. Inserire parole ripetute spesso dal personaggio, come già detto, aiuta molto. O anche modi di dire tipicamente colloquiali, che non vi sarebbero permessi in fase di narrazione, come sbagliare un congiuntivo. Insomma, non abbiate paura di differenziare e, in un certo senso, anche di sbagliare apposta, se è di beneficio al carattere del personaggio! Ma ancora questo punto non è finito. Già perché dovete essere appropriati SEMPRE. Non solo nei discorsi diretti, ma anche in tutto il resto della narrazione, che deve essere adatta al contesto, cioè al target e al genere del libro.  Per target si intende il pubblico a cui è rivolto, e il genere, beh, è il genere, horror, rosa…  Ecco, per fare un esempio, se dovete descrivere una scena di una sparatoria in un poliziesco per ragazzi dovrete limitarvi a espressioni come “Sparò” o “Venne ferito”. Se invece la stessa scena la fate in un Noir per adulti potete lasciarvi andare a cose come “Gli esplose il cranio”. Tutto ciò dovete ovviamente giudicarlo voi. Dovete mettervi nei panni del lettore, proprio come fate per i personaggi nei discorsi diretti. Vi mettete nella sua situazione e vi chiedete “Sono un ragazzino di 13 anni, cosa voglio e cosa posso leggere?”, “Sono una donna di 53 anni, cosa voglio leggere?”. A seconda di quanto siete bravi a capire il vostro target, avrete un lessico sempre più appropriato, e potrete evitare gaffe come termini e argomenti troppo spinti per un pubblico troppo giovane (Esempio a caso: AMORE 14… COFF… COFF…).

.
Spero, come al solito, di essere stata chiara e utile! Non fatevi remore a chiedere eventuali chiarimenti.Alla prossima lezione e buona vita!

Riflettendo – Un giudizio super partes su Trump 

Trump ha vinto. La gente è impazzita. Ma è davvero una catastrofe o siamo noi ad aver ingigantito la cosa? 

Oggi ​parlo da persona ignorante per quel che riguarda la politica statunitense, ma che si permette di dare un giudizio psico-sociologico sulla scelta degli Americani. Cerco di fare l’avvocato del diavolo, perché è quello che so fare meglio. E lo faccio con uno dei miei consueti elenchi a punti:

  1. Ma perché vi stupite tanto che abbia vinto Trump? Tornano da otto anni, OTTO, di un presidente nero. No, non è per razzismo, ma bisogna ammettere che, soprattutto dal LORO punto di vista, fosse un gran cambiamento. Questo, sommato al fatto che certamente Obama non non era poi tutto questo oro luccicante, ha spinto la maggioranza della popolazione a scegliere qualcuno che è molto più simile al vecchio e classico standard di presidente: un maschio bianco e repubblicano. Hillary, anche sorvolando sul fatto che non era comunque la migliore delle candidate, aveva il grave difetto di essere, appunto, donna e soprattutto di portare un cognome non proprio sereno. Io non giudico se è un bene o un male, ma mi stupisco che voi vi stupiate. Vi chiedete perché abbia vinto, ma sinceramente io mi sarei chiesta il perché se fosse successo il contrario!
  2. Per chi parla di morte della democrazia, consiglio una ripassata al termine sul vocabolario. Democrazia non vuol dire che vince quello che (voi) ritenete migliore, ma quello che viene votato. Non è che se non piace il vincitore allora automaticamente è una dittatura. Paradossalmente questo è proprio il maggior esempio di Democrazia: il popolo ha la facoltà di scegliere, e sì, anche di scegliere male.
  3. È possibile che il fenomeno Trump sia stato un tantino mistificato? Soprattutto da noi, che siamo completamente al di fuori delle reali vicende, e che forse l’abbiamo preso come una brutta copia del Cavaliere, che è tanto facile da odiare. Possibile quindi che noi vediamo le cose dal nostro, esterno, inutile punto di vista? Possibile che ci sia qualcosa di positivo in Trump che non passa facilmente il confine? No perché sembra che lo odino tutti, eppure qualcuno l’ha votato. Possibile quindi che i suoi elettori siano TUTTI cretini e noi invece che ci disperiamo siamo TUTTI intelligenti? Secondo me è più probabile che gli Americani ne sappiano di più, e che forse qualcosa di intelligente dal loro punto di vista Trump possa averlo detto. Ma vabbè, questo è solo per instillarvi il dubbio. Questo, infatti, non vuole essere un commento pro Trump, che sicuramente è ben lontano dall’essere uno stinco di santo; anzi, potrà essere anche il peggior presidente della storia, ma questo lo dirà il tempo. La cosa bella dell’America è che tutti, TUTTI, possono avere una possibilità, e quindi dobbiamo anche essere preparati a dare suddetta possibilità a chi non ci va a genio. 
  4. Infine, ma di che ci preoccupiamo a fare, scusate? L’America ne ha avuti e ne avrà finché campa di cattivi presidenti. Il bello è proprio che “morto” uno dopo quattro anni se ne fa un altro, e resta sempre e comunque il sistema più stabile al mondo: perché Trump ha in mano i poteri cosmici mentre è presidente e potrebbe pure fare esplodere la Cina, ma gli Americani, a differenza nostra, non si farebbero alcuna remora a protestare con la forza per destituirlo. No, non rischiano nemmeno lontanamente di diventare una specie di dittatura, quindi non paragoniamolo a Hitler o Mussolini. Quel rischio è tutto Europeo, quindi vi consiglio di guardare più al locale che preoccuparvi per Trump. 

Riflettendo – Pensa quadrato

Ultimamente, non so nemmeno io perché, mi stanno tornando in mente molti aneddoti a proposito della scuola. Sarà perché ormai ne sono fuori da 5 anni, e questo mi permette di pensare a mente lucida; sarà perché ormai sono alla fine del mio percorso universitario, e mi viene da guardare indietro; sarà perché alcune cose non sono mai, mai riuscita a mandarle giù…
In ogni caso, quale che sia il motivo, ci ripenso. E mi chiedo come diavolo ho fatto a sopportare quell’ambiente. Anche allora lo criticavo (e infatti ero abbastanza antipatica a tutti gli insegnanti, cosa che sicuramente non aiutava), ma diciamo che da una parte pensavo anche che forse, da adulta, avrei cambiato idea. Forse ero io in crisi adolescenziale, forse più avanti le cose avrebbero avuto senso. E ora che sono più avanti e mi guardo indietro, mi dico che NO, niente di tutto quello aveva senso.

A dire il vero non mi sono mai trovata COSI’ male a scuola. Nel senso: ero studiosa, fino all’inizio del liceo ero addirittura secchiona. Dopo le cose si sono un po’ ridimensionate, un po’ perché perdevo sempre di più l’interesse per alcune materie (quali la matematica) e un po’ perché, appunto, tendevano a giudicarmi dal mio essere critica. Mi sono sentita molto sottovalutata, è vero, ma comunque non è che stesse andando tutto a rotoli. Ce n’erano di messi peggio, io ero nella media. Ma allora, perché ancora odio così tanto quel periodo? La risposta che mi sono data è che lo odiavo perché è il periodo in cui hanno cercato di incasellarmi e rendermi qualcosa che non sono.

uehf6ea

Cercavano di farmi vestire più femminile, ma io non ero femminile.
Cercavano di inculcarmi la matematica, ma io non ero portata e mai lo sarò.
Cercavano di sminuire quello che sapevo fare meglio, scrivere, perché ero troppo giovane per scrivere saggi brevi critici intelligenti.
Cercavano di farmi tacere, quando alcune cose ANDAVANO denunciate.
Cercavano, in generale, di farmi pensare come volevano loro.

Ricordo un evento emblematico a questo proposito. Sembrerà stupido, ma non lo era per me allora, è qualcosa che mi ha toccato molto. Ripensarlo adesso mi rende molto triste, perché so che in questo momento sta accadendo a migliaia di ragazzini una cosa simile.
Beh, prima superiore. Una professoressa di biologia ci aveva fatto vedere un video documentario a proposito della tigre dai denti a sciabola, lo Smilodon Fatalis, il cui nome scientifico per ovvie ragioni non scorderò mai più. Dopodiché, come compito a casa, ci aveva detto di costruire una “mappa intellettuale” che riassumesse i punti chiave del documentario.
Erano i primi tempi, ero abituata a impegnarmi per prendere buoni voti, così una volta a casa mi impegnai a fare un compito fatto bene. E qui però nasce il problema: io non ho mai ragionato a schemi, ma a punti. Ma lo faccio per tutto: anche quando studio per l’università o scrivo un libro, stilo tutto per punti, non con riquadri e frecce. Non li ho mai sopportati, non sono nel mio modo di pensare… in generale NON LI CAPISCO, PER ME NON SONO INTUITIVI.
Ma un professore, come ormai sappiamo, per essere tale e svolgere il suo lavoro brillantemente MALE, deve per forza fossilizzarsi sulle sue idee e cercare di incasellare i suoi studenti nel SUO modo di pensare. Risultato: il giorno dopo, quando consegnai il compito, non solo mi diede un votaccio (4… il primo brutto voto della mia vita), ma si arrabbiò DI FRONTE A TUTTI, dicendomi, parole testuali, che dovevo avere qualche problema se non riuscivo a capire che una mappa intellettuale deve essere fatta a schema.
Intristita e arrabbiata, le feci notare che avrebbero dovuto essere i contenuti a contare, non la mia capacità di fare riquadri e cerchietti attorno alle frasi. Lei si arrabbiò ancora di più, io mi arrabbiai ancora di più, e mi misi con una matita a fare riquadri intorno a tutti i miei punti sul compito, per dimostrarle che, con o senza quelli, il compito non cambiava, le cose che avevo scritto erano giuste. Glielo riconsegnai. E quello fu il primo anno che ottenni 8 in condotta.

Non so quanto ho pianto per quell’incidente. Soprattutto, mi sentivo IDIOTA, un sentimento che avrei provato da lì fino alla maturità. Mi davo la colpa, mi dicevo che avrei dovuto mantenere la calma, che effettivamente avrei dovuto capirlo che una MAPPA va fatta a SCHEMA. A un certo punto, nella mia testa, ho finito col dare ragione alla prof, e da allora ho sempre fatto schemi per quella materia. Schemi che non capivo, che non mi venivano bene e che tenevano la mia media sul minimo sindacale.
Insomma, se il tuo maestro pensa quadrato, in Italia (ma forse un po’ ovunque) devi pensare quadrato. Non so nemmeno come criticare tutto ciò perché è così SBAGLIATO che si commenta da solo.

Tutto ciò non per sfogare la mia rabbia repressa per quell’esperienza, ma per comunicare con voi. E sapete come? CON UN DIAVOLO DI ELENCO A PUNTI.

  • PER GLI STUDENTI: se anche voi vi sentite così, non cadete mai nell’errore di arrendervi, di autocommiserarvi. E’ un periodo, passerà, arriverà il momento in cui potrete essere ciò che vorrete. Ve lo giuro.
  • PER I GENITORI: ascoltate i vostri figli. Anche se prendono buoni voti non vuol dire che vada tutto bene. Controllate, non fateli sentire frustrati da soli.
  • PER I PROFESSORI: so che ci sono dei veri talenti tra di voi, non vi voglio incolpare tutti. Ma so anche che la maggior parte di voi pensa quadrato. Smussate quegli angoli, fatelo perché create dei mostri.

Lezione 42 – KISS

Keep It Simple, Stupid: KISS.
E’ una regola d’oro da non scordare mai: la regola del bacio, che in inglese è appunto Kiss. L’acronimo, letteralmente, si traduce con “Rimani sul semplice, stupido!” e in realtà è usato nel linguaggio di programmazione informatica. Ma nulla ci vieta di prenderlo a prestito, perché in fondo scrivere righe di codice e scrivere fiction non è così diverso: in entrambi i casi bisogna essere schematici, semplici… voi poi dovrete aggiungere una buona dose di poeticità, di mano artistica, ma questo è il meno. L’importante è, appunto, che siate SEMPLICI. Semplici fino a sentirvi stupidi.
Vado a spiegare meglio.

Molto spesso semplicità e banalità vengono confuse, ma non sono la stessa cosa. Ad esempio, la trilogia di “50 sfumature” è BANALE, ancorché scritta in modo semplice. “1984”, invece, di Orwell, è SEMPLICE ma mai banale. Voi, ovviamente, dovete puntare a questo secondo esempio: pensate la trama più complessa e originale che vi viene in mente, inserite flashback, flash forward, intrecciate tutto in modo da ingarbugliarvi il cervello da soli… ma, quando verrà il momento di scrivere, di spiegare per filo e per segno cosa sta succedendo, siate SEMPLICI, come se doveste spiegarlo a un bambino di 4 anni. Non abbiate paura di essere scialbi, raramente uno stile semplice lo è, se opportunamente corredato di una trama vincente. Dovete semplicemente provare a spiegare tutto come se la persona meno intelligente del mondo dovesse capire, fate della chiarezza la vostra dea.
Questo vi aiuterà per varie ragioni:

  • Primo e più importante, vi aiuta a non dare niente per scontato. Scrivendo, infatti, l’autore ha già ben chiara la trama nella sua testa. Non ha bisogno di spiegarla a sé stesso, perché l’ha inventata, la conosce già. Questo può facilmente portarlo a dare informazioni fondamentali per scontate. Facciamo un esempio banale: l’autore ha una foto mentale del proprio protagonista, quindi sa come è fatto. Ma se si perde a descrivere con paroloni altisonanti il paesaggio, la bellezza della donna amata, i sentimenti degli amanti, e poi si dimentica di dire che il tizio, semplicemente ha gli occhi verdi, allora i lettori non sapranno MAI che questo ha gli occhi verdi. Se fosse un dettaglio importante verrebbe perso nel tentativo di filosofeggiare su altre questioni di minore importanza. Non abbiate paura di descrivere le cose come stanno, senza troppi giri di parole. Descrivete come se chi legge fosse un bambino di 4 anni. Sarete chiari, riassuntivi, direte solo l’essenziale.
  • Vi permette di non annoiare. Sì perché, come mi è capitato di dire più volte, la cosa peggiore che un libro possa fare, a mio avviso, è l’annoiare. Ed è facilissimo cadere in questo errore: basta soffermarsi troppo tempo su particolari inutili, o peggio usare un linguaggio troppo ricercato nel tentativo di mostrarsi intelligenti. Ricordate: VOI NON SIETE UN PROFESSORE, QUELLO CHE SCRIVETE NON E’ UN SAGGIO! Non avete alcun bisogno di dimostrarvi intelligenti, di sopraelevarvi rispetto al lettore. Farlo sentire stupido non è vostro compito. Voi dovete intrattenerlo, farlo divertire, farlo immergere nella vostra storia, quindi non usate termini troppo ricercati, desueti, frasi lunghissime per far vedere che sapere usare le subordinate… NO! Siate semplici, come se quella storia doveste raccontarla a voce alta.
  • Vi permette di raggiungere un pubblico più ampio e, soprattutto, di non offendere il lettore, che inevitabilmente si sente sminuito di fronte ad un autore che sfoggia il proprio lessico con aria pomposa.

 

Ora, provo a farvi un esempio molto veloce di cosa dovreste fare. Iniziamo con un testo troppo complicato:

Flavo, com’era d’aspettarsi dalla stirpe caucasica, il di lei crine, ispido, indomito. Cercai un bagliore rovente nelle iridi e non lo rinvenni, annegai nel turchese.

Che, ok, forse si capisce che sto parlando della faccia di una donna… ma un libro tutto così stancherebbe molto di più delle mie due righe, ve lo assicuro!
Ora, una cosa banale, scialba, descritta in maniera troppo disinteressata.

Era una donna. Aveva i capelli biondi. Gli occhi azzurri.

Quello che voi dovete fare è una via di mezzo. Parlate in maniera chiara, lineare, come fareste di persona. Aggiungete pure qualche virtuosismo, ma sempre e comunque rimanendo nella lingua corrente, sui termini che tutti possono comprendere.

Era una ragazza dall’aria selvaggia, caucasica. I capelli le ricadevano sulle spalle in morbidi boccoli biondi e dagli occhi turchesi, senza una traccia di sfumature più calde, mi lanciava sguardi di ghiaccio.

Questo vi impone di non usare termini strani, ormai non più in auge, o espressioni come “ella” o “vi era” (tutte cose che gli esordienti usano spesso, appunto nell’inutile tentativo di suonare più maturi).
Insomma, non abbiate paura di suonare semplici, di sembrare “persone che parlano normalmente”. Siete scrittori! Ed essere scrittori non significa sfoggiare l’uso di termini incomprensibili, bensì saper intrattenere silenziosamente, come se la vostra presenza non fosse nemmeno percettibile, come se l’autore non esistesse e la storia parlasse da sola. Voi dovete sussurrare agli orecchi dei lettori, insinuarvi nei loro pensieri furtivamente, e lì seminare la storia, farla germogliare, da sola, perché è lei che conta, non la vostra orgia d’estro. I lettori vogliono storie alla loro portata, che possano capire e apprezzare. Non vogliono un araldo di corte che annuncia la trama con il petto gonfio e la fanfara.
Keep it simple, Stupid!

Riflettendo – Cooking Mama

Ormai mi conoscete, sono una persona polemica.
Cioè, no. Non polemica per niente, ho le mie buone ragioni, e mi piace argomentarle, anche se questa attività esula un po’ dal campo di questo blog, dai miei soliti articoli. Però ho bisogno di parlarne lo stesso. In questo caso vi racconterò un aneddoto che mi è capitato qualche tempo fa. Un aneddoto forse anche stupido, ma che rivela quanto si possa essere crudeli anche nella vita di tutti i giorni, con frecciatine sessiste e ignoranti.

Tutta la vicenda, però, richiede una precisazione. Tra le altre cose, per chi non lo sapesse sono fan dei videogame, che sono una forma d’arte complessa quanto un film o un libro. Ecco, proprio perché per piacermi è necessaria questa componente artistica, originale, sono portata ad amare soprattutto i GRANDI videogiochi, i titoli cult che nessuno si permetterebbe mai di dire che sono riusciti male. Faccio dei gameplay anche su youtube e, chi mi segue lo sa, il mio preferito è Silent Hill 2 (giusto per fare un esempio di qualcosa che mi piace).
Ecco, tutto ciò il mio interlocutore non lo sapeva. E andiamo a raccontare la vicenda.

In uno degli innumerevoli gruppi whatsapp in cui mi ritrovo, per svariati motivi, c’è gente un po’ di tutta Italia, gente che quindi io non conosco personalmente. Ovviamente di tanto in tanto si fa conversazione per conoscersi meglio, ma la triste realtà è che mal mi inserisco in questo gruppo, perché sono l’unica di due donne (su 20/30 membri) e anche leggermente fuori età visto che molti di questi stanno, di media, sui 18 anni.
Ecco, la vicenda si svolge in uno di quei rari giorni in cui non parlavano di volgarità varie, bensì, appunto, di videogame, cosa che accomuna tutti noi (essendo appunto un gruppo creato per un gioco online). Allora ho avuto l’idea di inserirmi anch’io.
Più precisamente, c’era uno di questi ragazzi che decantava le lodi di Call of Duty, famoso gioco di guerra, mentre qualcuno gli dava contro. E io, in tono ovviamente scherzoso, mi sono inserita dicendo qualcosa come “Però è vero che COD fa un po’ schifo”. Tra l’altro abbondando con le emoticon felici, perché servono sempre a farsi capire, evitando malintesi.
Al che l’individuo, che ovviamente per motivi di privacy non posso sbranare pubblicamente, replica con “Parli tu che al massimo giocherai a Cooking Mama”.

Ora, questo non è un articolo sui videogiochi, ma sul sessismo. Ciò mi impone di spiegare ai non appassionati cosa questo voglia dire: Cooking Mama è infatti un titolo molto semplice da giocare, solitamente su smartphone o altre console portatili; essendo un gioco di cucina è tipicamente accostato alla figura femminile. Insomma, è lo stereotipo del gioco poco serio e da principessina, in una discussione letteraria è come se qualcuno mi avesse detto “Parli tu che leggi solo Novella 2000”.

Ora, sul momento non mi ha per niente dato fastidio. Non so bene perché: parlavano mille altre persone e con gli altri il clima era leggero e scherzoso. Questo mi ha portato a mia volta a replicare normalmente, dicendo che appunto sono una videogiocatrice da molto tempo e che apprezzo i titoli più svariati. Però… però ripensandoci quella frase mi fa arrovellare le budella. Più ci penso, più la rabbia sale, anche se è tardi. Sì perché ora SO che lui probabilmente non la intendeva come una frase scherzosa. E, in ogni caso, è comunque una frase orribile da dire! Interrompere così una persona che non conosci, una ragazza più grande di te, con una frase così meschina? Come se stessero parlando di motori, e io dicessi che la Lamborghini non mi piace (scherzosamente tra l’altro, e sottinteso perché mi piace ALTRO, tipo la Ferrari) e questo mi mortifica dicendomi che sarò in grado, al massimo, di guidare una Panda.
La rabbia è salita a tal punto da farmi scrivere questo articolo, perché ormai rispondere a lui direttamente è troppo fuori luogo.

Perchè, PERCHE’ di grazia mi ha detto qualcosa del genere? Perchè sono UNA DONNA.
Agli altri, anche quelli che erano contro di lui, non ha e non avrebbe mai dato una risposta del genere, non si sarebbe MAI sognato di dare del “giocatore di Cooking Mama” a un ragazzo. Ma a me sì. Non gli ho mai fatto niente, ci saremo parlati due volte in croce. Ma me l’ha detto lo stesso. Stava parlando con una persona normale, che poteva benissimo avere dei gusti molto “ricercati”, e lui non poteva saperlo. Ma nel dubbio ha scelto di pensare che fossi una ragazzina ignorante.
Bene, ora qui elenco tutte le cose che avrei dovuto dirgli e che non gli ho detto:

  • Innanzitutto, un sincero vaffanculo. Sì perché la volgarità rende molto più di mille parole.
  • Poi, dato che sono una persona civile, è il caso comunque di spenderle queste mille parole. Iniziamo con lo sfatare il mito: SI’, le donne POSSONO giocare ai videogiochi ed essere anche BRAVE nel farlo. Come gli uomini hanno ormai diritto di piangere, apprezzare il rosa, apprezzare altri uomini, così le donne hanno il diritto di avere gusti maschili. Quindi sì, io amo le macchine. E le moto. E i videogiochi. So parcheggiare bene, non mi piacciono i film rosa, non mi piace la moda. E nessuno, mai, dovrebbe dare per scontato che l’ideale generalizzato femminile si adatta a tutte, soprattutto a una persona che non si conosce!
  • Riguardo ai videogiochi, ho detto che non mi piace Call of Duty perché semplicemente non incontra i miei gusti. Questi gusti però sono dati dalle differenze personali e caratteriali che mi differenziano dagli altri esseri umani E NON DAL MIO ESSERE DONNA. Mi piacciono i videogiochi che, come dicevo, abbiano una componente artistica, una trama complicata, sviluppino i personaggi, contengano puzzle, enigmi, esplorazione (vedi Tomb Raider, Silent Hill, Primal, Heavy Rain, Beyond, The Last of Us, Fallout, Skyrim…). Non mi piacciono i giochi di sola azione, che non fanno pensare, e quindi ci rientrano quasi tutti i giochi di guerra come Call of Duty, ma anche altre cose tipicamente maschili come i giochi sportivi. Ma ripeto, non perché ho la coppia di cromosomi XX, ma perché VOGLIO TRAMA, e questo è un pensiero del tutto senza sesso. Certo, però, richiede un cervello, che il famoso tizio rappresentante del videogioco COD ha dimostrato di non avere.
  • Se proprio vogliamo metterla sul piano “guerra”, non è nemmeno vero che non mi piace lo stile di gioco impostato sul combattimento. Non è che sono una donna e come tale sono impressionabile, quindi non mi piacciono le mitragliatrici. Non mi piace COD perché oltre al combattimento non offre proprio NIENT’ALTRO, e mi annoia dopo i primi cinque minuti proprio perché è invariabile. Ma, ripeto, mi annoia, non è che non mi piace perché la guerra non è una cosa per fighette. Tra l’altro, per tanti anni ho giocato a soft-air (sport di guerra simulata) e addirittura uno dei miei possibili percorsi di vita era entrare in accademia militare. Per cui vorrei far sapere in via ufficiosa a questo tizio che, tra i due, quella che ne sa di più di guerra sono comunque io, visto che sono l’unica che ci ha (anche se solo per gioco) messo il culo in prima persona e non attraverso un joystick. Colpito e affondato.
  • Anche come offesa è proprio riuscita male. Sì perché è un tantino un controsenso: non vedo quale gran differenza ci sia tra il tagliare ripetutamente cipolle e lo sparare a ogni cosa che si muove. Sono comunque due giochi meccanici, che non richiedono sforzo mentale e sì, in conclusione, COD e Cooking Mama sono molto più simili tra loro di quanto questo tizio creda.
  • Infine, non me la sento nemmeno di condividere la brutta fama di Cooking Mama, e in generale di tutte le donne che non sono come me e sono più femminili. Perchè, perchè mai dovrebbe essere un’offesa? Non siamo tutte uguali, e sicuramente c’è chi usa Cooking Mama come passatempo… non sarò certo io a usarlo come insulto! Non c’è niente di male in una donna che rispecchia un canone più all’antica. E sono sicura che questo tizio non si rende conto che la sua affermazione offende la sua futura (se l’avrà) ragazza, le sue parenti, sua nonna, sua madre… la quale quest’ultima probabilmente si è prodigata in cucina per dargli da vivere, per dire.

Insomma, quando sarà chiaro che noi donne andiamo bene, semplicemente, nel modo in cui VOGLIAMO essere? E che, magari, prima di sparare a salve stupidi stereotipi sessisti è meglio informarsi, anche per evitare di fare figure di merda? Sì perché, dopo che ho elencato la mia lista giochi, il tizio non si è più fatto risentire. Vai così.

Università – Istruzioni per l’uso (4)

TREMATE, TREMATE, LE ANSIE SON TORNATE!
(Come funzionano gli ESAMI)

 

 
Dopo tutti i cambiamenti di vita che avrete affrontato anche solo per iscrivervi, forse gli esami non vi sembreranno questo gran scoglio. In fondo studiate da tutta la vita, no? Avete passato valanghe di verifiche e interrogazioni, avete passato LA MATURITA’, diavolo! Varrà pur qualcosa, giusto?
AHAHAHAHAHAH POVERI ILLUSI!
In realtà gli esami universitari non sono nemmeno lontanamente paragonabili alle verifiche o all’esame di maturità. Anche stavolta, vi trovate a dover fare i conti con qualcosa di completamente nuovo. Ma non disperate: non ho detto che sarà peggio di come eravate abituati!
Già perché, se da una parte gli esami sono più impegnativi, massicci e probabilmente anche ansiogeni rispetto ad un’interrogazione, dall’altra c’è da dire che sono MOLTO più affrontabili! Cosa, tra l’altro, che vi avevo accennato nei precedenti articoli. Se vi sapete organizzare, sarà MOLTO meno impegnativo che studiare tutti i giorni per una verifica diversa!

Ma andiamo per gradi e iniziamo col fare chiarezza sull’organizzazione ANNUALE degli esami universitari. A dire il vero, non tutte le università seguono questa impostazione, quindi non odiatemi se vi troverete ad affrontare una realtà diversa, ma quella che vi illustrerò è certamente la più classica e la più diffusa.
Dunque, la particolarità degli esami universitari è che, a differenza delle interrogazioni/verifiche scolastiche, non si intersecano MAI alle lezioni (tranne eccezioni di cui vi parlerò dopo, che comunque vanno a vostro esclusivo vantaggio). Insomma, voi non vi troverete mai a dover seguire lezioni e sostenere esami nello stesso periodo: o fate uno o fate l’altro.
L’impostazione classica, infatti, vede l’anno accademico diviso in due semestri. Il primo da settembre a febbraio, il secondo da marzo ad agosto. All’interno questi due semestri sono a loro volta divisi a metà, quindi in due trimestri ciascuno. Il primo SEMPRE e SOLO di lezioni, il secondo SEMPRE e SOLO di esami. Così vi troverete ad avere questa organizzazione annuale:

Da Settembre/Ottobre a novembre/dicembre (dipendentemente dalla data di inizio delle lezioni) – SOLO LEZIONI.
Da Dicembre a Febbraio –  SOLO ESAMI
Da Marzo a Maggio –  SOLO LEZIONI
Da Giugno ad Agosto – SOLO ESAMI (spesso non ci sono date ad Agosto come pausa accademica, e vengono spostate ai primi di settembre).

In questo contesto, quindi voi vi troverete a seguire le lezioni tranquillamente, senza dovervi preoccupare degli esami. Viceversa, potete dedicarvi agli esami nei trimestri dedicati senza dover andare tutti i giorni a lezione, togliendo tempo allo studio.
A dire il vero esistono esami svolti durante i periodi di lezione, e vengono detti “Esami Parziali”. Sono facoltativi e servono solo per organizzare meglio lo studio. Se vi troverete un esame molto corposo, infatti, potrebbe venirvi più comodo dare una parte del programma prima delle sessioni d’esame vere e proprie, in modo da diluire il carico. Spesso i professori fanno anche “sconti di programma” a chi frequenta assiduamente le lezioni e supera la prima metà dell’esame, togliendo capitoli da studiare. Come ho detto, tutto ciò è solo ed esclusivamente nel vostro interesse, e se preferite dare l’esame intero, è vostro sacrosanto diritto.

Ora, passiamo a parlare degli esami veri e propri. Come funziona un esame?
Innanzitutto partiamo col dire che esistono, proprio come al liceo, esami scritti e orali. La preferenza degli uni rispetto agli altri è totalmente arbitraria a seconda dell’università in cui andrete: conosco alcuni che fanno solo esami scritti, io invece ho esami quasi esclusivamente orali. A questo proposito, INFORMATEVI PRIMA, mi raccomando. Anche se, come regola generale, direi che più le materie sono tecniche, più tendono a essere valutate con esami scritti. Viceversa, più sono umanistiche e discorsive, più tendono ad avere esami orali.
Un esame va PRENOTATO, quindi voi vi dovete iscrivere molti giorni prima all’esame che intendete sostenere, e con i mezzi odierni la procedura è di solito online. Questo servirà perché il giorno dell’esame la prima cosa che il professore farà sarà l’appello. E’ vostro diritto iscrivervi a un esame e poi non presentarvi o non rispondere all’appello se non intendete sostenere l’esame, l’iscrizione ha scopo meramente organizzativo, di conteggio dei probabili presenti.
Qui la questione cambia a seconda che si tratti di esame scritto o orale. Sull’esame scritto non c’è molto da dire, ognuno è diverso, le regole saranno elencate dal professore e avrete un tempo per svolgere il compito, come una normale verifica. Se invece l’esame è orale la questione SI COMPLICA PARECCHIO (per la mia gioia, visto che sono ormai 4 anni abbondanti che sopporto queste epopee greche).
All’esame orale, infatti, il professore (e/o i suoi assistenti) devono sentirvi UNO PER UNO, e spesso i candidati superano le due centinaia. Il che significa che voi potreste impiegare un’intera giornata di lenta agonia per sostenere questo accidenti di esame.
Voi ve ne starete lì belli in ansia ad aspettare che il vostro macellaio vi chiami, per ore e ore. C’è da dire, però, che quando si è così in tanti solitamente gli esami sono molto brevi, non più di un quarto d’ora per candidato. Quando vi siederete di fronte al professore o a uno dei suoi assistenti, ricordatevi di presentarvi con vestiti adeguati, stringere la mano e di dare il buongiorno, siate il più educati possibile. Non solo perché, beh, dovrete essere esaminati da quell’individuo che tra l’altro non conoscete e probabilmente non rivedrete mai più, ma anche perché, quasi sempre, è richiesto una certa formalità. Ho visto ragazzi rifiutati ad un esame perché erano in pantaloncini, posso giurarlo.
E qui, insidioso e quatto come una faina, si insidia uno dei punti negativi peggiori dell’università: l’esame (soprattutto orale) non sarà MAI lo specchio della vostra preparazione. Tutto sarà sempre e solo soggetto alla botta di culo. Otterrete voti negativi che avrebbero dovuto essere più alti, otterrete voti positivi che avrebbero dovuto essere più bassi. E questo perché è tutto fastidiosamente arbitrario: dipenderà da come voi vi siete alzati quel giorno, da come vi sentite, da come avete dormito, da come ha dormito chi vi esamina, da CHI vi esamina (perché spesso tra professori e assistenti c’è molta gente, se vi chiama “quello cattivo” e il vostro amico viene chiamato da “quello buono” non potete farci niente), dipende dal tempo che fa, dall’ora in cui venite chiamati, dalle domande che vi fanno… dipende da tutto, meno che dalla preparazione effettiva, che conterà pressappoco un 10%. E non vi mentirò, questo potrebbe frustrarvi parecchio. Per questo vorrei rendervi edotti, fin da ora, della mia filosofia a proposito dei voti: FREGATEVENE, voi valete più di un numero piazzato quasi del tutto a caso! No, non pensate alla media, no, non rifiutate voti e no, non abbandonate gli esami per paura. NO! Accettate quello che viene senza ansia, quello che conta è laurearsi in tempo, perché la vita è breve! Piuttosto divertitevi, uscite con gli amici, guardate film, lavorate, viaggiate, studiate per gli altri esami in modo da macinarne il più possibile, perché è un percorso lungo. Ma mai, MAI ridurvi a chiudervi in casa per alzare un 24 rifiutato a 30. Ovvio, sarete padroni di voi stessi e se sceglierete diversamente, non vi giudico. Ma fidatevi di me, seguendo il mio consiglio, avrete una vita universitaria molto più serena!
Tornando sul nostro esempio di esame tipo, dopo il colloquio (che vi ricordo essere davanti a tutti, perché sì, gli esami universitari sono PUBBLICI e potrebbe venire anche vostra zia a vedervi) dicevo, dopo il colloquio, vi verrà fatta una proposta di voto, che voi siete liberi di accettare o meno. Se la accettate, dovrete firmare e il voto vi verrà verbalizzato sul libretto. Se non accettate, perché credete di poter dare di più (cosa che, come ho detto, non condivido), allora non verrà registrato niente e vi basterà riprovare all’appello successivo.
IMPORTANTE: non è possibile essere bocciati a un esame universitario! O meglio, potreste ottenere un risultato non sufficiente (cioè un voto sotto i 18/30, che segnano, appunto, la sufficienza), ma non vi verrà MAI registrato sul libretto che non siete passati a un esame. Il non passare consiste semplicemente nel professore che vi esorta a tornare all’appello successivo per ritentare. E qui vorrei parlarvi della cosa più bella dell’università: gli appelli. Voi potete usare quanti appelli volete, senza vincoli di tempo. E’ questa la vera punta di diamante dell’università: voi potete ridare un esame dieci, cento, mille volte finché non ci riuscite, senza alcun limite temporale. Quindi, dopo aver frequentato le lezioni di un corso, voi potete dare l’esame di quel corso anche dopo 5 anni, volendo, non siete obbligati a darlo lo stesso anno! Potete provare tante volte quante sono gli appelli, avendo pieno controllo della vostra organizzazione di studio. E vi assicuro che gli appelli sono tanti! Nei trimestri di lezioni sono uno al mese, nel mio caso circa a metà mese. Per cui io lo stesso esame posso provare a darlo a metà dicembre, a metà gennaio, a metà febbraio, a metà maggio, a metà giugno, a metà luglio e a metà settembre. E lo stesso l’anno dopo, in loop infinito. Per questo vi capiterà di vedere gente al quinto anno che si ritrova a dover dare esami del primo: non fare gli esami non vi impedisce di progredire con gli anni!
Questa è davvero la caratteristica migliore dell’università, vi dà la possibilità di essere veramente liberi, di gestirvi la vostra vita in autonomia, senza pressione. Questo non vuole dire che sarete immuni dall’ansia, perché vi assicuro che alcuni esami sono veramente lunghissimi, qualcosa che sicuramente non siete abituati a vedere al liceo. Un libro di 1200 pagine per un esame, a Giurisprudenza, è quasi la norma. Ma la parte bella è che nessuno vi starà col fiato sul collo per studiare le suddette pagine come accade a scuola, nessun professore vi correrà mai dietro, non ci saranno mai date irrecuperabili, non sarete mai bocciati per un intero anno. Tutto starà solo ed esclusivamente alla vostra coscienza.

 

SMC – Mulan

Ebbene sì, sono una grande appassionata di film d’animazione! Molte volte mi sono sentita dire che non dovrei, perché sono cresciuta, perché dovrei essere adulta… sì, potrei farci un articolo a parte sulla questione, ma per ora evitiamo. Mi limiterò a dire le cose come stanno veramente: i film d’animazione spesso sono dei CAPOLAVORI ASSOLUTI. E come scena emblematica, oggi, vorrei mostrarvi questa, che viene direttamente da Mulan, uno dei miei film disney preferiti.

In questa scena tutto è perfetto. La colonna sonora, la tempistica per la suspense, la posizione dei personaggi nell’ambiente, i disegni, l’attenzione ai dettagli… qui, in particolare vorrei che notaste la cura con cui è stato creato ogni singolo componente dell’armata nemica, con tanto di ombra personalizzata e scia nella neve. Tutto A MANO s’intende, questa è la vecchia scuola.
E poi niente, c’è ancora qualcuno che osa dire che non sono film (anche) per adulti.