Riflettendo – La figura maschile nella letteratura

Ieri bazzicavo per l’internet, serena e tutto sommato ben disposta verso il genere umano. Poi, come sempre, è successo qualcosa che ha fatto colare a picco il mio buonumore. Nello specifico, questo stato facebook:

Cattura

Qui notiamo la ragazza (e, senza violare la privacy, vi dico che era MOLTO giovane), che è alla ricerca di una lettura rosa. E questo non sarebbe un problema. Il problema risiede nel fatto che si è premurata di specificare che vuole una rappresentazione maschile “strafottente” e che non diventi “leccaculo”.
Questo mi ha fatto riflettere. Innumerevoli immagini si sono fatte strada nella mia mente, e in particolare le copertine di tutti i milioni di libri che trattano una figura maschile di questo genere. In particolare, la mia nemesi, la saga che più odio al mondo e che se diventerò mai dittatrice metterò al rogo pubblicamente stile Fahrenheit 451: CINQUANTA SFUMATURE DI *INSERIRE COLORE*.

Non sono qui per discutere la poca conoscenza della ragazza in ambito “letterario”. Non sono qui per dirle, insomma, che libri come quello che cerca infestano la nostra vita e il mondo tutto come la peste nera del 1300. Sono qui, tuttavia, per fare un piccolo pensiero a proposito della figura maschile così come rappresentata nella letteratura moderna, soprattutto femminile.

Sono pronta ad ammetterlo: in questo ambito, a mio modesto parere, l’uomo è stato più sfortunato. Se per la donna bene o male si ammette una qual certa varietà, dalla timida stagista alla sterminatrice di draghi con i controcazzi, per l’uomo non è stato così semplice raggiungere un grado accettabile di indipendenza dai luoghi comuni. Quindi, se certamente si trova l’uomo comprensivo, sensibile, intelligente, in poche parole normale, è anche vero che bisogna sempre cercarlo nei big (Stephen King, o G.R.R. Martin, o Tolkien…). In realtà nella gran parte della letteratura, di ogni genere ma soprattutto in quella rosa, la figura dell’uomo è sempre e solo una, tanto piatta emotivamente quanto pericolosa: l’uomo che non deve chiedere mai!

L’uomo ricco, palestrato, bello e impossibile, malatissimo di sesso e con tendenze possessive al limite della legalità. Quell’uomo che ti fa regali costosi non perché intende farteli, ma perché dà per scontato, neanche tanto di nascosto, che la donna non potrebbe ottenerli mai da sola (qualcuno ha parlato delle macchine e delll’elettronica varia che Cristiano Grigio regala alla sua Anastasia?). Quell’uomo che vuole che tu lavori, ma in un ambiente ovattato, protetto e con una certa pedata in culo per arrivare ai piani alti (qualcuno ha parlato del ruolo di capo redattrice, sempre di Anastasietta?). Quell’uomo che ti vuole, non nel senso che ti desidera, ma proprio che ti vuole, e basta. Quell’uomo che controllo ogni aspetto della tua vita, dalla macchina che puoi guidare ai vestiti che puoi indossare, e che ti fa contestualmente credere che sia per AIUTARTI!

jamie-dornan-cover

Questo tipo di figura maschile ha ormai invaso la letteratura moderna come una muffa stantia e impossibile da sradicare. E sapete perché è impossibile da sradicare? Perché, beh… alle donne piace! Così come la donna oggetto non sparirà mai del tutto finché l’uomo non la boicotterà, così l’uomo SECSI e prepotente non lascerà mai le nostre lande se non saremo noi le prime a cacciarlo.
Quel che però mi fa più tristezza è che le donne, soprattutto le giovanissime come nel caso dell’autrice del post, non si rendono conto di quanto questa rappresentazione sia pericolosa per tutta la società mondiale. Non perché influenza l’uomo (il quale solitamente non legge questo tipo di libro), ma perché influenza la donna stessa, le fa il lavaggio del cervello, e la convince a operare una scelta del tutto errata nel momento di scegliersi un partner.

Donne, ragazze: un uomo possessivo non è innamorato; un uomo strafottente non è sicuro di sé; un uomo assillante non è protettivo; un uomo prepotente non è affascinante.
Dovete iniziare a capire qual è la differenza tra questi termini, perché è proprio in questi che risiede la forza delle masse. Se continuerete a pensare che le parole che ho scritto siano sinonime tra di loro, la donna e l’uomo non saranno mai liberi, l’una dagli altri uomini, e l’altro dagli stereotipi.
Allo stesso modo, mi ripugna come la parola “secchione leccaculo” sia utilizzata per descrivere un tipo di ragazzo timido e premuroso. Davvero, mi ripugna tanto.
Perché tutto questo porterà ad una ragazzina che, cresciuta, si lamenterà delle sue relazioni instabili, della sua impossibilità di trovare qualcuno disposto a impegnarsi, della “stronzaggine” del genere maschile. E non si accorgerà che, in realtà, è tutta opera sua, e di sua madre prima di lei, e della madre di sua madre, e di tutte le autrici rosa che ci inculcano a forza l’idea che un uomo per essere sicuro di sé debba essere UN COGLIONE.

Io, da parte mia, cerco di fare il possibile per arginare quest’idea che l’uomo potente sia l’unica alternativa attraente del panorama letterario. Lo faccio in due modi, principalmente.
Il primo, consiste nella discussione diretta. Ovviamente alla ragazzina ho risposto, in modo educato, e ne è seguito un brevissimo botta e risposta che credo non abbia portato a nulla. Ma ci si prova sempre, è il dovere che lo impone.
Il secondo metodo è, invece, impegnarmi attivamente perché nella MIA piccolissima parte di letteratura ci siano sempre uomini a tutto tondo, con debolezze, personalità diverse, sogni ed emozioni.
E proprio ora, sì, esattamente in questo periodo, mi sto impegnando in tal senso. Sto creando un personaggio apposta per smontare questo castello di bugie che è la figura maschile odierna. Lo sto facendo nel mio nuovo libro, che potete leggere gratis su WATTPAD. Volevo dimostrare che un uomo può e deve sempre puntare alla più alta realizzazione della sua consorte, spingendola sempre a fare il massimo, perché ne è in grado. Volevo un uomo che spronasse la sua donna ad aprirsi con gli altri, piuttosto che un maschio possessivo, geloso e secondino; volevo un uomo che la convincesse a decidere da sola quello che è meglio per lei, non un uomo che decide anche cosa deve indossare; volevo un uomo che, per quanto problematico, non fosse una gabbia per la consorte, ma un trampolino di lancio verso l’indipendenza. E ho voluto farlo nel modo più arduo possibile: coniugando tutto questo alla persona meno indicata al proposito, uno psicopatico omicida attratto dal dolore anche in ambito amoroso. Se può lui essere una persona incoraggiante per la figura femminile, se può lui distinguere tra dominazione sessuale e violenza domestica, può e deve riuscirci davvero chiunque, soprattutto il miliardario bello e impossibile alla Cristiano Grigio che tanto spopola oggi giorno.

E ricordatevi, donne, che non è sbagliato apprezzare un uomo sicuro di sé. Ma è sbagliato ritenere che questo significhi rendersi succubi.

SVEGLIATEVI.

Annunci

Un piccolo esperimento…

LBDV gold copiaSono lieta di annunciare che mi sono buttata su un nuovo progetto, un po’ diverso del solito: è una fan fiction, ed è pertanto un’opera, seppur originale, basata su un personaggio e un background già esistenti. Si tratta, infatti, di una storia ispirata al videogame “The Elder Scrolls V: Skyrim”.
Per me è una novità. Si tratta di un genere che non ho mai sperimentato e che, sinceramente, pensavo di non sperimentare mai. E invece… invece l’idea si è imposta nella mia mente sotto questa forma, e io non posso fare altro che abbracciarla.
Non solo per me è nuovo il genere, ma anche l’approccio: intendo, infatti, fare un passo che sogno da tanto tempo: tradurre quest’opera in inglese e raggiungere un mercato più internazionale.
Non essendo un’opera del tutto originale, non intendo sfruttarla economicamente. Questo significa che, a differenza delle altre opere, non punterà mai alla pubblicazione. E questo sotto un certo aspetto è positivo, perché mi permette di pubblicarla a puntate. Questo significa che chiunque può leggerla gratuitamente. Se siete interessati, quindi, vi invito a leggere questo esperimento, e a darmi la vostra sincerissima opinione.

LEGGI SU WATTPAD

LEGGI SU EFP

Riflettendo – Adozioni impossibili

Una doverosa premessa: adoro gli animali. Non ho vissuto nemmeno un giorno dei miei 24 anni senza animali intorno, e i più svariati: cani, gatti, piccoli roditori, rettili… tutti hanno vissuto bene, a lungo, in casa, coccolati, amati, curati, ben nutriti. Sono contro l’abbandono, il maltrattamento, la sperimentazione non etica, le trappole crudeli, gli allevamenti intensivi… insomma, sono animalista. Ovviamente qui il lettore deve fidarsi ciecamente della mia dichiarazione, ma basti come informazione preliminare: semplicemente credo, nella mia umiltà, di essere una buona potenziale adottante. Quindi specifichiamo, prima che si alzi il polverone: non sto parlando di adozioni difficili per i cattivi proprietari. Sto parlando di adozioni difficili per persone normalissime, come me, te che leggi, o altre migliaia di famiglie italiane. E non sto nemmeno parlando di tutte le associazioni, perché ci sono fortunatamente perle che si discostano dalla mia esperienza, ad esempio il formidabile Progetto Quasi, al quale ogni volta che posso faccio pubblicità. Quindi queste considerazioni non varranno per tutti i volontari d’italia, ma certamente per tutti quelli con cui ho avuto la (s)fortuna di imbattermi io.
Fatte queste premesse necessarie, passo a raccontare la mia (pessima) esperienza con le associazioni di volontariato.

In breve: mi sono trasferita e ora convivo con il mio compagno. Avendo sempre vissuto con gatti attorno, stare senza mi fa sentire male e quindi ero alla ricerca di un cucciolo adottabile. Perché di comprarlo non se ne parla, non solo perché non ho soldi, ma anche perché la campagna animalista riguardo all’adottare non comprare effettivamente è andata a buon segno, almeno per quel che mi riguarda. Io voglio aiutare gatti in difficoltà, perché è giusto, mi farebbe immensamente piacere migliorare la vita di chi ne ha effettivamente bisogno. Quindi il passo successivo è semplice: trovare annunci di gatti in adozione, iscriversi a qualche gruppo di Facebook, e finalmente iniziare a cercare un gattino. Questo ad agosto 2017.

Subito l’impresa si rivela ardua: molti annunci sono scritti con i piedi, non sono in italiano corretto, non contengono contatti o informazioni sull’animale. Bella, magari, la foto, ma che altro c’è? Dove si trova l’animale, che carattere ha, è sano, posso adottarlo? Assolutamente nessuna informazione utile, solo orripilanti e stentati “nessno mi vuole xké sn brtto!”. Il tentativo patetico di appellarsi alla pietà degli adottanti, che in realtà se stanno guardando quell’annuncio sono già dell’idea di aiutare un cucciolo, e non hanno bisogno di vedersi rinfacciata la krudeltà del mondo. La mia personale reazione è quella di una caduta di gonadi, invece che la voglia di adottare da quella persona, ma potrebbe essere un problema mio.
Se questo non basta a farti desistere, contatti (in qualche modo non convenzionale) il sedicente detentore del cucciolame. E vieni a scoprire che non si tratta affatto di un contadino analfabeta nato nel 1937, no… in realtà è un VOLONTARIO UFFICIALE, addetto alla scrittura degli stentati annunci. E già lì il sospetto ti viene, che in realtà l’associazione altro non sia che un agglomerato amatoriale di gattare.

Ma tu persisti, riesci a parlare col volontario, e finalmente questo riesce a darti qualche informazione in più sul gatto. Con le tenaglie, però: sì perché in quel momento non è importante il gatto in sé, che in teoria dovrebbe essere l’oggetto del discorso. No, sei importante TU! Devi capire che quello che importa in questa fase è il preaffido. Dal nome dovrebbe essere, appunto, un pre (preliminare) affido (affido, non so come altro dirlo). Invece no, non è un pre-affido, è un questionario che serve a capire quanto tu sia sano di mente, o se per caso intendi sacrificare il gatto a Satana in vista di Halloween. (Per la cronaca, prima di procedere oltre, avverto di NON provare MAI a chiedere un gatto nero a novembre, perché a quel punto tutta la comunità del ceruleo social network sarà pronta ad accusarvi gratuitamente di satanismo).
Tu rispondi alle domande perplesso, pensando che se anche volessi sacrificare il gatto, certo non lo diresti per telefono. E a questo punto il paragone con le domande della dogana americana viene spontaneo: “sei un terrorista? Barra la casella sì o no.”
Tu, ovviamente, barri la casella NO, anche se saresti tentato di dichiararti sacrifica-gatti solo per vedere l’effetto che fa. Ma non lo fai, sei buono, collabori.

Ma no. A questo punto di solito i volontari spariscono. Sarebbe bello compiere uno studio su questo interessante e particolare fenomeno: forse c’è un adottante con la foto profilo più bella della tua? Forse non piaci al volontario perché parli troppo bene l’italiano? O forse il volontario non è mai stato un volontario, e ha sacrificato lui i gatti a Satana? Non ci è dato saperlo. Tutto ciò che sappiamo è che non una, non due, e nemmeno tre, ma addirittura QUATTRO volte mi sono vista scartata in questa fase, prima ancora di dire come mi chiamavo. Ma no, “scartata” è una parola che fa pensare a una risposta negativa da parte dei volontari: “ci spiace, il gatto è già stato adottato”. Che sarebbe pure accettabile, ammesso e non concesso che fosse corretto non dirmi prima della precedenza di altri aspiranti adottanti. Ma in realtà no, non si tratta nemmeno di una risposta negativa. Si tratta, semplicemente, del non risponderti più, di sparire dalla circolazione.

“Ma ehi, Giulia, non puoi mica fare di ogni erba un fascio! Mica sono tutti così! Sarai stata sfortunata!”

Giusto, sarò stata sfortunata, l’ho pensato anch’io. E, dato che voglio davvero tanto un micio, persisto impavida!
Alla fine succede che qualcuno risponde, e sembra quanto meno intenzionato a portare l’affare fino in fondo. Sempre alle sue condizioni, ovviamente: questionario, domande su domande, visita conoscitiva e un consenso firmato in triplice copia dal Santo Padre.
Ora, se dico così, sembro io la cattiva. Perché forse è vero: non puoi dare il gatto al primo che passa. Vuoi sapere cosa ne sarà, se starà bene, ed è giusto. Ma… è qui che entra in campo il ma: ma non puoi dare per scontato che siano tutti cattivi. Tu, volontario, devi capire che la gran parte delle persone è benintenzionata, e sentirsi parlare con un tono accusatorio fin da subito non aiuta affatto a far adottare un gatto. Non ti fidi? Allora dovrai tenerteli tu, i gatti, perché non è possibile trattare gli adottanti come pezze da piedi.
Sì perché ti tengono al telefono ORE, e con un modo di parlare cattivo, acido, come se avessero sotto gli occhi la tua fedina penale. Posso dirlo con cognizione di causa, perché non mi è capitato solo una volta. Ti telefonano e inizia il famoso preaffido, che contiene domande di natura incredibilmente personale, al limite della legalità per quel che riguarda i dati sensibili. Qualche esempio?

  • Lei vive sola o è sposata?
    Convivo con il mio ragazzo.
  • Ma è sicura che il suo partner sia d’accordo?
    Ehm… sì, ne abbiamo parlato.
  • Il suo partner ama gli animali?
    Eh… sì. Non è particolarmente preso e il gatto è più per me, ma è buono con gli animali ed è d’accordo. 

Stupida anche io che dico la verità, probabilmente. Perché da qui in poi diventa un’accusa. Sempre, a ogni sillaba. Perché TUTTI sono OBBLIGATI ad ADORARE e VENERARE i gatti, altrimenti non se ne fa nulla. Non si può essere persone normali, che hanno sempre vissuto senza animali e che quindi sanno farne anche a meno, no. Bisogna essere per forza o gattare o bestie di satana. Buono a sapersi.
Da qui in poi, infatti, il tono si fa inacidito.

  • Sì ma da quanto tempo convive?
    Circa tre mesi.
  • Come, così poco?
    Eh, sì, è proprio per questo che si è presentata la necessità del gatto, se no a casa dei miei avevo gli altri e non avrei avuto spazio per un nuovo animale. 
  • Non crede che la relazione sia un po’ instabile dopo così poco tempo?
    Ehm… guardi che siamo insieme da 7 anni.
  • Non importa, convivere è diverso. Potrebbe non funzionare. E se poi vi lasciate e vi litigate il gatto?
    Speriamo che non succeda, e comunque nel caso il gatto è mio, e continuerebbe a stare in casa mia. Non cambierebbe nulla.

“Grazie della iattura, comunque, eh!”
Vorrei ma non lo dico.

  • E in vacanza? Volete andarci?
    Beh, sì… ma non è un problema, ho parenti disposti a tenerlo, e al limite c’è la pensione per animali.
  • Non importa, noi cerchiamo gente che non viaggia. Che lavoro fa? Ha soldi per affrontare le spese del gatto?
    Sì, certo… abbiamo un buon stipendio. Io sono praticante avvocato.
  • Ah, lei è solo praticante e vivete con un solo stipendio? Uhm.
    Sì, ma…
  • Ha figli? Anche se no, ha intenzione di averne?
    No e sì… perché dovrebbe essere un problema?
  • Quando il bambino arriverà cosa ne sarà del gatto?
    Lo… lo tengo… come tutti.
  • Cosa vuol dire che lo terrà? Lo sa che i medici consigliano di non tenere insieme bambini e gatti? Ha intenzione di allontanarlo di casa?
    No no, si figuri, allontanerò il bambino al posto suo!
  • Non faccia la sarcastica. Lei vive al piano terra? Ha giardino? Noi affidiamo solo in appartamento e a piani superiori, perché altrimenti il gatto potrebbe scappare e farsi investire.
    No, sono in appartamento. Comunque vivo in montagna, vicino ad un bosco, non ci sono strade trafficate, anche se uscisse non succederebbe niente.
  • No, non deve assolutamente uscire, i nostri gratti devono rimanere in casa. Ha balconi? E’ disposta a metterli in sicurezza?
    Sì, cioè… con una rete… 
  • Anche il giardino deve essere in sicurezza, se ce l’ha.
    No, non ce l’ho, ma se ce l’avessi, esattamente come potrei metterlo in sicurezza? Con la rete? Lo sa che i gatti si arrampicano, vero?
  • Ha finestre? Metterà le zanzariere su tutte?
    Sì, ho finestre, visto che non vivo in un bunker del terzo reich. Ehm… sì, se devo potrò mettere le zanzariere.
  • Certo che deve! Se il gatto cade?
    Guardi, vivo con i gatti da un quarto di secolo e non ne ho mai visto uno suicidarsi giù per una finestra. Anche se fosse, sono al primo piano, non è alto.
  • Ancora peggio, scapperà sicuramente! Lei ha un veterinario di fiducia?
    Sì, il veterinario del paese dove abito. Non ricordo il nome, ma è l’unico che c’è, può controllare su internet.
  • Cosa vuol dire che non si ricorda il nome? Vuol dire che c’è stata due volte in vita sua!
    Ma no! Ho solo cambiato il veterinario da poco! 
  • Quante ore lavorate lei e il suo compagno?
    Come tutti, tempo pieno, otto ore. Io torno per la pausa pranzo.
  • Oddio, tempo pieno? E cosa farà il gatto da solo?
    Probabilmente dormirà, visto che il sonno dei gatti copre 20 ore giornaliere. Ma è solo un’ipotesi.
  • E’ disposta ad una visita di controllo mensile e ad inviarci tutte le settimane foto del gatto e notizie circa ogni vaccinazione, operazione o visita di controllo?
    Controlli mensili in casa? Foto tutte le settimane? Cioè, sì, sono disposta a mantenere i contatti, ma per tutta la vita del gatto e così spesso…
  • Ha già avuto altri animali?
    Sì, tutta la vita, di tutte le razze. Per la gran parte gatti, quindi li conosco.
  • Sì, comunque non si affidi troppo all’esperienza, non serve solo quella.
    (?)
  • Ultima domanda: ha altri animali? No cani, mi raccomando.
    Guardi che i cani e i gatti vanno d’accordo se abituati. Comunque no, non ho cani. Ho due ratti da compagnia.
  • COSA, DUE RATTI?
    Sì, sa… quattro zampe, orecchie, coda, dentoni… ratti, signora.
  • Ma come crede che siano compatibili? E se hanno malattie?
    Non hanno malattie, li lavo, li tengo bene!
  • E se il gatto se li mangia?
    Proprio per questo preferirei un cucciolo, per abituarlo, come ho fatto per tutto il resto della mia vita con decine di esemplari di razze diverse. Comunque sono in gabbia, escono una volta al giorno, e se proprio vedo che il gatto me li vuole mangiare li terrò in una stanza divisa! Non si preoccupi, se anche ci fosse un incidente, non abbandonerei mai il gatto!
  • E se LORO SI MANGIANO IL GATTO?
    Eh, sì, verosimile.

E giuro che tutto ciò è REALE. Non ho inventato nulla.
Quindi, ricapitoliamo, i volontari cercano persone adulte, senza figli, single o sposate (assolutamente non conviventi, perché potresti lasciarti. Se sei sposato, invece, non puoi affatto divorziare, no!), ricche ma che non lavorino, che non viaggino, che abitino in un attico, senza balcone, senza finestre, sopra uno studio veterinario, senza altri animali. Insomma, i volontari sono essenzialmente gattare che cercano altre gattare, benestanti e nullafacenti, la cui unica ragione di vita terrena siano, appunto, i gatti. Credevi di essere un buon adottante solo perché non avevi preferenze di colori o di sesso? Solo perché ami gli animali? Solo perché sei in buona fede? ASSOLUTAMENTE NO! Tu violi i requisiti minimi perché lavori, perché convivi, perché sei giovane, perché hai un utero, perché ami i roditori oltre ai felini. Tu sei, letteralmente secondo il loro questionario, la peggior cosa che possa capitare a uno dei loro gatti.

Ora, una domanda: quante sono le persone che rispondono a tutti questi requisiti? Tre in tutta italia? Questo dovrebbe essere un bene per il gatto, che a questo punto non troverà mai una famiglia? Non esistono mezze misure, tra i gattili-carceri e la vita da nababbo saudita? E soprattutto, come osate, voi volontari, lamentarvi del sovraffollamento se poi i requisiti per l’adozione sono così restrittivi?

Comunque, volete sapere come si è risolta la questione? Dopo due mesi di girone infernale, abbandono il proposito. Ci rinuncio. Basta. E non perché “rinunciano solo quelli con la coscienza sporca”, come afferma una volontaria in questo articolo. Mi do per vinta perché, ahimè, in TRE MESI DI PERDITA DI TEMPO ormai i gattini sono finiti, ma soprattutto perché mi sono stancata delle vostre prese di posizione aprioristiche. No, scusate, mi avete fatto passare la voglia. Non ci riesco, non posso stare in ansia per una cosa che dovrebbe essere bella. Non posso farmi venire gli attacchi di panico per essere giudicata da voi, mi spiace. Avete perso, e intendo PER SEMPRE una persona benintenzionata. E come me, immagino, decine, centinaia, migliaia di altri buoni adottanti.

Come ogni favola, però, c’è il lieto fine: trovo un ultimo gattino, indesiderato, nato stranamente a novembre, presso una famiglia di contadini che è disposta a darmelo una volta svezzato, senza farmi il terzo grado e senza chiedermi nulla in cambio. Quindi presto avrò il mio gattino. E non sarà adottato.
I contadini che cedono i gatti in modo più celere fanno bene? Fanno male? Non lo so, ma certo per ora, insieme all’acquisto, sembra l’unica soluzione praticabile per le persone comuni, che possono offrire al gatto “solo” una vita da gatto, e non da figlio adottivo (e, oso dire, neppure un figlio richiede di essere disoccupati). Volontari, sicuri di essere veri animalisti? Sicuri che il troppo amore non stia condizionando il vostro giudizio? Perché c’è un nome per le vittime di questo fenomeno: animalari, che sono la controparte fondamentalista degli animalisti, così come le femi-nazi lo sono per le femministe.
Vi invito, ed è davvero un consiglio di cuore, a fermarvi un attimo e a fare un’analisi di coscienza. Siete sicuri di tutelare gli interessi dei vostri animali?

 

Gattino

Il mio futuro gattino, se tutto andrà secondo i piani.

Recensione – Bojack Horseman

Titolo: Bojack Horseman729

Autore: Raphael Bob-Waksberg

Anno: 2014 – in corso

Stagioni: 4 da 12 episodi.

Genere: animazione, black humour, drammatico.

 

 

Trama

In una realtà fittizia in cui umani e animali antropomorfi convivono, Bojack Horseman è un attore di Hollywood che non è riuscito a mantenere la fama ottenuta con una sitcom anni ’90. L’ossessione di riottenere la gloria perduta lo riduce ad una personalità egoista, sarcastica, depressa e poco empatica, portandolo sulla strada dell’autodistruzione attraverso l’abuso di alcool e droghe.

 

La mia opinione

Lo dico subito: non sono affatto amante delle serie animate, soprattutto quelle che potremmo definire “per adulti”, perché il più delle volte le ritengo copie malriuscite ed eccessivamente volgari dei sempiterni “Simpsons”.
Bojack Horseman, tuttavia, è diverso. Mi ha stregato dalla prima puntata e non ha fatto che migliorare, fino all’ultima e recentissima quarta stagione. Tratta temi “volgari”: il sesso, l’alcool, la droga, la corruzione dell’ambiente Hollywodiano, ma è molto meno spinto di quasi tutte le serie animate per adulti; analizza un mondo con animali antropomorfi, però lo fa comunque in modo più verosimile delle mascotte parlanti (quali Brian Griffin e Roger di American Dad, senza fare nomi); fa ridere, ma spesso fa anche piangere; sempre più spesso col procedere delle stagioni, aggiungerei.
Insomma, la definirei una serie animata atipica. E ora non posso che pentirmi di non averla presa in considerazione prima, fuorviata dal genere e dallo stile di disegno.
Ora, devo dire che è difficile dare un’opinione unitaria dell’intera serie finora messa in onda, e per giunta senza fare spoiler. Ma proviamoci, dividendo a metà la trattazione. Parleremo, quindi, della comicità prima e della drammaticità poi.

La comicità è classica e allo stesso tempo unica. Classica perché non fa altro che basarsi sul “solito” black humour e sulla satira, tuttavia lo fa attraverso stratagemmi particolari. Ad esempio, viene utilizzato molto bene il potenziale caratteriale dei personaggi non umani, creando vari e mai scontati spunti ironici. Basti fare una veloce allusione a Princess Carolyn, l’agente di Bojack, che è una gatta e come tale sulla scrivania tiene un tiragraffi; o, ancora, a Mister Peanutbutter, che in quanto labrador ha arredato la casa con cucce e palle da tennis.

 

MV5BMTA4OTkzNzE1NzReQTJeQWpwZ15BbWU4MDgyMjI5MjMx._V1_

image218

 

Gli spunti sono innumerevoli, quindi, e sfruttati particolarmente bene. E’ da notare, sia riguardo alla comicità, sia alla drammaticità, che uno dei punti forti di questa serie: la cura per il dettaglio. Si possono avvistare innumerevoli “easter egg” nella sigla, battute ricorrenti ed elementi ambientali peculiari. In riferimento a quest’ultimo punto, ad esempio, è molto divertente leggere i titoli dei libri in background, o le locandine dei film, o le insegne della città: spesso si tratta di giochi di parole, o rivisitazioni di titoli famosi in chiave comica.

Come se questa comicità intelligente non bastasse, Bojack Horseman ci vuole regalare anche tante lacrime. Probabilmente lo spettatore medio e non avvezzo allo storytelling potrebbe non farci caso, o darci poco peso, ma conciliare due aspetti così diversi non è impresa facile. Soprattutto perché, spesso, i momenti più drammatici arrivano subito dopo o subito prima di una battuta esilarante. In ogni serie da 12 episodi, la più toccante è sempre la 11, che solitamente fa uso di espedienti quali il delirio da sostanze stupefacenti o da demenza senile, per creare una puntata simbolica, narrata in maniera insolita, frenetica, pazza, non lineare.

 

 

Una menzione speciale, poi, per la puntata numero 4 della terza stagione. Si tratta dell’anti-cinema per antonomasia, poiché compie l’arditissima scelta di non inserire battute. Un episodio muto, quindi, ambientato sott’acqua e caratterizzato da un audio ovattato, che nonostante tutto riesce a veicolare un messaggio molto profondo senza fare uso dei dialoghi, anzi, evidenziando il problema del “non saper comunicare” col “non poter comunicare”.

 

bojack-horseman-netflix-fish-out-of-water-miglior-episodio-body-image-1470004321-size_1000

 

Insomma, Bojack Horseman è una perla, probabilmente una delle punte di diamante di Netflix. Si tratta, soprattutto per quel che riguarda alcuni episodi, di un must watch per tutti gli amanti delle serie tv e, in generale, per chiunque voglia passare ore piacevoli davanti allo schermo, senza rinunciare alla profondità dei contenuti.

 

Voto: 10/10 (e sapete che non lo do con leggerezza)

Recensione – Il Cigno Nero

CignoNerolocandinaTitolo: Il Cigno Nero

Regista: Darren Aronofsky

Anno: 2010

Genere: Drammatico/Thriller/Psicologico

 

 

Trama

Una prima ballerina, Nina Sayers, ottiene il ruolo principale ne “Il lago dei cigni”. Dato il suo carattere remissivo, fragile e timido, riesce benissimo ad interpretare il cigno bianco, Odette, ma ha difficoltà nell’interpretare la sua gemella malvagia: Odile, il cigno nero. Inizia, così, a cadere nella paranoia, nell’ossessiva ricerca della perfezione, temendo anche che un’altra ballerina voglia rubarle la parte.

 

La mia opinione

Non esistono parole per descrivere quanto ho adorato questo film che, però, ho notato ricevere opinioni contrastanti dal pubblico. Si tratta di una di quelle opere che o si ama o si odia, senza via di mezzo. Questo, credo, è dovuto al fatto che il film non si può comprendere appieno, perché non se ne ha mai una visione completamente realistica. E’ pregno di paranoia, infatti, trasposta su schermo attraverso allucinazioni della protagonista, sempre più turbanti e frequenti, mano a mano che ci si avvicina al finale. In definitiva, non sarà mai del tutto chiaro allo spettatore cosa è reale e cosa no, cosa è vero e cosa è solo nella mente di Nina. Non ci sono elementi che aiutino a discernere tra allucinazione e realtà, risultando entrambe ugualmente pressanti e inquietanti.
La tecnica non è nuova per il regista, Aronofsky, che già l’aveva sperimentata con il celeberrimo Requiem for a dream, considerato da pubblico e critica il suo capolavoro. Ecco, io stavolta vado controcorrente: no, non avevo apprezzato Requiem for a dream, per una serie di motivi che andavano dal poco interesse per il tema della droga all’eccessivo grottesco di alcune allucinazioni. E, invece, a riprova del fatto che film del genere o si amano o si odiano, ho adorato Il Cigno Nero, per certi aspetti molto simile al succitato Requiem for a dream. I motivi? Eccoli.
Innanzitutto, la recitazione. E intendo da parte di tutti gli attori coinvolti, ma in particolare mi riferisco alla protagonista, Natalie Portman, che per questa interpretazione ha ricevuto un Oscar. Riesce a rendere divinamente la differenza caratteriale tra il cigno bianco e il cigno nero, a volte anche solo con uno sguardo, senza dire nulla. Inoltre, è da apprezzare e lodare lo sforzo per girare quante più scene di ballo possibili, nonostante non fosse una ballerina professionista, sforzo che le è costato un anno di allenamenti.

 

 

Secondo motivo,  la colonna sonora, che ovviamente si rifà a Il lago dei cigni di Tchaikovsky, ma che viene parzialmente rielaborata e ottimamente inserita nel contesto del film.
Ancora, bella la fotografia e bellissimi tutti i riferimenti simbolici: la costante presenza di specchi, le allucinazioni riguardanti i cigni, e i costumi delle attrici, che continuamente rimandano alla dicotomia bianco/nero, anche nelle scene di quiete e di vita quotidiana.

 

mila-kunis-21

 

Infine, ma non per importanza, la suspense crescente, ben dosata, costante, che esplode sul finale, accostata alla grande metafora del cigno bianco dell’opera classica, la cui storia è utilizzata come filo conduttore per raccontare anche quella di Nina.
Un film complesso, insomma, non sempre chiaro e in alcune scene abbastanza forte, disturbante. Ma se si apprezza il genere psicologico, è certamente un film da non perdere.

 

Voto: 9/10

 

 

 

Recensione – Dunkirk

dunkirk-posterTitolo: Dunkirk

Regista: Christopher Nolan

Anno: 2017

Genere: Guerra

 

Trama

Il film percorre gli avvenimenti storici avvenuti sulla costa della città francese di Dankrque, tra maggio e giugno 1940. Le truppe alleate, composte per lo più da soldati inglesi e francesi, si ritrovarono circondate sulla costa in seguito alla ritirata. Più di 400.000 soldati vennero evacuati via mare anche grazie all’impiego di imbarcazioni civili provenienti dalla vicina costa di Dover.

 

La mia opinione

Questo film è particolare, sia nel panorama cinematografico, sia nella stessa filmografia di Nolan, poiché mantiene solo alcune delle caratteristiche che contraddistinguono il suo stile, e ne scarta altre. Viene mantenuta la narrazione non lineare, tipica del regista e biglietto da visita di film del calibro di Memento, Inception, The Prestige e Interstellar; mantenuto anche il profondo amore per il realismo, soprattutto per quel che riguarda le battaglie aeree, con riprese che ricordano molto Interstellar; mantenuto il rapporto col compositore Hans Zimmer, che non manca di fornire una colonna sonora potente, angosciante, adeguata; mantenuto il gusto per la proiezione Imax. D’altra parte, però, vediamo una rinuncia ai temi fantascientifici; depennati anche i plot twist della trama e i colpi di scena, che nei lavori precedenti di Nolan spesso rivoltavano completamente il significato della pellicola; infine, e forse è il particolare che si nota maggiormente, vi è una quasi completa rinuncia alla caratterizzazione dei personaggi, che era il caposaldo della filmografia di Nolan assieme alla narrazione non cronologica: per dare massimo spessore all’evento storico, anzi, le opinioni personali, i caratteri, le motivazioni dei singoli sono del tutto assenti, come assenti sono i dialoghi.
Per questi motivi, non è semplice dare un giudizio. Sicuramente non è il miglior film di Nolan, anche se la divisione marketing ha tentato di convincerci in tal senso. Non lo è perché, purtroppo, rinuncia a troppi capisaldi dello stile “nolaniano”, risultando meno intrattenente di altre opere.
Ciononostante, Dunkirk rimane un bel film. Come al solito nelle opere di Nolan, se ne avverte l’impegno nel produrlo, si comprende lo sforzo compiuto con la sceneggiatura non cronologica. Inoltre, la fotografia è impeccabile, regalando immagini mozzafiato e scene cariche di tensione e angoscia.

dunkirk-trailer-image-16

In particolare, una menzione speciale per l’inquadratura, a inizio film, in cui uno dei protagonisti sta a terra, coprendosi il capo, e sullo sfondo, non a fuoco, si vedono le bombe cadere dal cielo.

dunkirk-2017-large-picture-1-maxw-654

Questa scena è emblematica perché fa capire l’essenza del film: il protagonista sono le persone. E non le persone prese singolarmente, tanto che, alcuni, nemmeno hanno un nome; ma le persone intese come “umanità”: il punto focale di questo film è come reagisce l’umanità in situazioni di sopravvivenza precaria.

coverlg_home

Anche per questo motivo, non viene mai mostrato il nemico. I tedeschi, in questo film, non esistono, o esistono solo come minaccia pressante, psicologica più che fisica, che può arrivare da un momento all’altro, che impedisce ai soldati di dormire, mangiare o bere.
Dulcis in fundo, la caratteristica che ho più amato in questo film, e che sicuramente ameranno tutti i fan di Nolan: la narrazione a punti di vista non contemporanei.
Finora abbiamo visto il regista alle prese con trame già di per sé complesse, in cui la sceneggiatura intrecciata era quasi d’obbligo, ovvia; qui no, perchè l’evento in sé narrato è semplice, reale. ma Nolan ha dimostrato la capacità di complicare (e complicare in modo chiaro) un evento semplice, rendendo il film piacevole anche a chi, come me, non è un gran fan dei film di guerra e vuole solo operare il solito esercizio mentale: trovare indizi e collegarli l’uno all’altro, come un puzzle o un rebus, attività piacevolissima a cui non volevo assolutamente rinunciare in un film del mio regista preferito. E, infatti, non sono rimasta delusa: la sceneggiatura è mirabilmente complessa, intrecciata. Si alternano tre punti di vista con protagonisti diversi che assistono allo stesso evento: il punto di vista aereo, tramite l’impeccabile Tom Hardy, che qui, coperto quasi sempre dalla maschera, recita con gli occhi; il punto di vista marittimo, tramite una famiglia civile che si reca a Dankerque per salvare soldati; e, infine, il punto di vista sulla costa, tramite un gruppo di soldati, capitanato da Harry Styles, che deve fuggire, e trovare modi sempre più fantasiosi per farlo.
Ma non è finita qui: se avessimo solo tre punti di vista sarebbe troppo semplice. No, la mente degli spettatori è ulteriormente messa alla prova dal fatto che i tre punti di vista non sono contemporanei,  e nemmeno “proporzionati” tra loro, avendo tutti un ritmo diverso. Il punto di vista aereo si svolge in un’ora, quello marittimo in un giorno, quello sulla costa in una settimana, ma tutti e tre vengono raccontati nello stesso momento, con salti improvvisi tra uno e l’altro, finché non convergono tutti nello stesso evento finale.
Insomma, Nolan ha dato prova di saperci ancora fare, con la sceneggiatura intricata, nonostante il genere trattato richieda coerenza e realismo, arrivando addirittura a costruire uno schema che ricorda quello del triplice livello di sogno in Inception.
Soprattutto grazie a questi ultimi motivi, ritengo il film riuscito. È stato piacevole da guardare, mi ha tenuta col fiato sospeso e, soprattutto, mi ha fatto apprezzare il genere di guerra, che normalmente non gradisco. Non è il miglior film di Nolan, perché per me resterà sempre Interstellar, ma è un buon film, e a Modena ha guadagnato anche un applauso in sala.
Consigliatissimo a chi ha voglia di spremersi le meningi, non a chi si aspetta azione da battaglia in stile classico.

Voto: 8/10

Recensione – Il racconto dell’Ancella

9788868337421_0_0_0_75Titolo: Il racconto dell’Ancella (“The Handmaid’s Tale”)

Autrice: Margaret Atwood

Genere: distopico

Pagine: 400

 

Trama

In un contesto post-nucleare, a seguito del quale gran parte della popolazione è divenuta sterile, vive Difred, la “donna che appartiene a Fred”, un’ancella il cui unico scopo è la procreazione. Un monologo interiore lungo la prigionia di una donna in un mondo misogino e puritano, che tocca i temi dello sfruttamento sessuale, della repressione morale, della liberà di pensiero, dei diritti umani.

 

La mia opinione

Questo è un libro difficile. Non solo per i temi che tratta, ma anche per lo stile. Ho finito di leggerlo una settimana fa e mi sono detta di aspettare un po’, prima di recensirlo, “per far sedimentare le idee”. Ora che le idee sono sedimentate, però, non lo sono altrettanto le mie opinioni a riguardo.
Partiamo con l’analizzare quello che ho apprezzato. L’ambientazione, innanzitutto. Il clima post-apocalittico è ben studiato, verosimile. In particolare, si respira un’aria di puritanesimo spinto, di religiosità estremista, vista attraverso il tema della segregazione sessuale: temi oltremodo attuali, quindi, in un’epoca di terrorismo e discriminazione femminile, dai negati diritti umani e civili nel medio-oriente, agli stigmi dello sfruttamento del corpo femminile nelle società occidentali. Sotto questo punto di vista, pertanto, il libro è consigliato a tutti, uomini e donne, per avere un quadro su quello che accade nel mondo. Certo, si tratta di fiction, ma è una fiction verosimile, realistica, che non descrive nulla di diverso da quello che accade o è accaduto nella nostra storia. Il fatto che la trama sia stata concepita dalla Atwood nel 1985 e, dopo più di trent’anni, sia ancora attualissima, fa capire che i problemi che ricadono su metà della popolazione mondiale, quella femminile appunto, sono ben lontani dall’essere risolti. Non si tratta di un libro “lungimirante” come ho letto in qualche recensione. Si tratta di un libro che parla del presente, un presene che, paradossalmente, si adatta a tutte le epoche.
Questo libro trasmette un senso di angoscia costante durante tutta la sua lunghezza, e lo fa in un modo molto originale: rende la protagonista conscia del passato. Solitamente, infatti, nei romanzi distopici, compreso 1984, il futuro di cui si parla è molto lontano, e il protagonista è nato e cresciuto nel suo contesto. Questo, per quanto possa essere doloroso, toglie lo “spessore del passato”: se il personaggio non conosce ciò che c’era prima, essenzialmente, soffre meno.
Ne “Il racconto dell’Ancella” non è così. La protagonista ha vissuto la prima parte della sua vita da libera, nell’ambiente liberal-democratico degli Stati Uniti degli anni ’80. Solo dopo la nuova religione Gaaladiana ha preso piede e l’ha soggiogata, inglobandola come “Ancella”, priva di diritti e umanità. Questo le da modo di ricordare la vita passata e di fare paragoni, altrimenti impossibili, che coinvolgono di più il lettore, facendogli capire che Difred potrebbe essere lui, o sua madre, o sua sorella.

Tuttavia, quest’ambientazione così particolare rischia, a tratti, di essere vittima di uno stile troppo descrittivo e di una protagonista troppo apatica. Sono questi, infatti, i motivi che mi hanno impedito di dare il voto massimo.
Lo stile è lento, si sofferma sui minimi particolari ambientali, omettendo quasi del tutto la narrazione e le sequenze dialogiche. Dà la sensazione di essere un grande flusso di coscienza, sotto forma di monologo. Purtroppo questo potrebbe pesare sulle spalle dei lettori meno avidi di descrizioni, risultando lento e – Dio non voglia – noioso.
La protagonista, allo stesso tempo, risulta apatica. Non prende una posizione a proposito di quello che le avviene intorno, e se lo fa, ritratta innumerevoli volte. Si lascia scorrere gli eventi intorno, senza mai prendervi realmente parte, e questo atteggiamento la porta a sorvolare su certe informazioni che, magari, il lettore avrebbe preferito conoscere: non si saprà mai precisamene come la società Gaaladiana abbia preso le redini di metà Stati Uniti, ad esempio, come non si saprà il destino dei cari di Difred, e non si avrà mai uno sguardo chiaro e limpido sul funzionamento della realtà distopica in cui si viene introdotti.
Tutto ciò è voluto, ovviamente. Non si tratta di errori dell’autrice, ma di precise scelte stilistiche. L’apatia di Difred deve rappresentare l’apatia forzata di tutto il genere femminile soggiogato, le abbondanti descrizioni hanno senso se si pensa che la protagonista non può dire o fare quasi nulla, e pertanto si ritrova ad ammirare, per noia, i ricami dei cuscini o i fiori secchi sul caminetto. Lo stile è molto verosimile, insomma, ma vista la mole del romanzo – 400 pagine abbondanti – per alcuni lettori potrebbe risultare eccessivo.

Nonostante i difetti (pochi), questo è un libro che va letto, a qualsiasi età, in qualsiasi parte del mondo e qualsiasi sia il vostro sesso.

 

La serie TV

Recentemente “Il racconto dell’Ancella” è stato riadattato per il piccolo schermo.
La serie è tecnicamente valida, per cui la visione è consigliata: la recitazione è buona da parte di tutti, il ritmo tra una puntata e l’altra è ben strutturato.
Non solo, ma la serie TV, alla cui realizzazione ha partecipato anche Atwood, è molto più completa del libro. La base del romanzo è stata interamente mantenuta e, in più, per amor dell’intrattenimento, sono stati aggiunti eventi e approfonditi personaggi. Pare sia già stata confermata la seconda stagione, che sarà del tutto inedita: già, perché la prima copre interamente gli eventi del romanzo, e quindi la fonte letteraria è stata del tutto prosciugata. La serie apre il finale del libro e lo approfondisce, promettendo più sviluppi e, forse, anche la trattazione di quegli argomenti che nel libro erano stati omessi. Buona, in particolare, l’idea di dare più spazio a Moira, amica di Difred, e al suo compagno Luke, che sarà protagonista di una linea di trama a sé stante.
Nella Serie l’apatia della protagonista, che si scopre essere quasi disinteressata alla sorte della figlia, risulta ancora più marcata, ma per il resto è un prodotto consigliato, soprattutto in attesa dello sviluppo inedito delle prossime stagioni.

 

Voto: 8/10

Aggiornamenti – Manuale di Scrittura!

So che è tantissimo che non scrivo, ma appena saprete perché, sono sicura che mi perdonerete. Ebbene… sto finalmente scrivendo un manuale serio di scrittura creativa.

cop5.jpg

Quella che vedete sopra è la copertina. Il manuale verrà pubblicato online, probabilmente sul portale amazon, e il prezzo sarà decisamente abbordabile (non più di 5 euro, sicuramente).

Perché ho deciso di scriverlo? Beh, stavo rileggendo le lezioni che ho scritto negli anni su questo blog, e da tempo avevo la sensazione che necessitassero di una revisione e di un ordine logico. Mentre le scrivevo, non seguivo una scaletta: semplicemente, parlavo di quello che in quel momento mi veniva in mente. E per un blog poteva anche andare bene, ma ormai la mole di informazioni si era fatta talmente pesante nella mia testa, che non scrivere un bel manuale ordinato sarebbe stato uno spreco.

E, quindi, eccolo qui. Il manuale si propone di darvi qualche dritta, soprattutto se siete principianti, per evitarvi errori comuni e per aiutarvi nella stesura del vostro primissimo romanzo. Dentro troverete tutti i consigli che vi ho dato in questi anni e molto altro: vi spiegherò, per filo e per segno, come scrivere un romanzo, consigliandovi anche con qualche metodo che adotto io stessa, a partire dal germoglio dell’idea fino alla revisione finale del manoscritto. Il tutto è spiegato con il mio solito stile: semplice, perché così dovrebbero essere tutti i libri di studio, e corredato da tanti esempi che possono aiutarvi a fare vostri anche i concetti più astratti.

Il manuale non è ancora concluso, diciamo che sono circa a due terzi della realizzazione. Però ho una buonissima sensazione per questo progetto, perché è come se si stesse scrivendo da solo. Preparatevi, quindi, a vederlo presto pubblicato sul web!
Ci sto mettendo tutta l’anima e spero davvero di esservi utile.

A presto, pantegane!

Shutter Island: un Silent Hill non ufficiale

Ok, no, devo parlarne. So che anche questo è un articolo “fuori tema”, ma non posso non farlo, me lo impone la mia sanità mentale. Quindi senza ulteriori convenevoli andiamo nel vivo della questione.

Ho visto Shutter Island piuttosto di recente, e come molti sanno Silent Hill 2 è tra i miei videogiochi preferiti (se non il videogioco preferito). Da un po’ di tempo c’è questa idea che non se ne vuole andare dalla mia testa: Shutter Island è UGUALE a Silent Hill.
No, non fraintendetemi: la storia è diversa e ufficialmente nulla c’entrano l’uno con l’altro. Ma ciononostante le similitudini sono talmente tante che trovo impossibile non paragonarli.
Quindi nulla, presa dalla smania di informazioni, ovviamente ho fatto qualche ricerca. Come mi aspettavo, nulla si riscontra nell’Internet Nazionale. Ma facendo qualche ricerca in inglese, ecco i primi risultati: no, per fortuna, non sono l’unica malata ad aver individuato questa similitudine! Anzi vedo che molti, pur non parlandone approfonditamente, ritengono Shutter Island un “figlio adottivo” della Silent Hill Saga, nonché, forse, il film che meglio rappresenta lo spirito di Silent Hill, ben superiore ai due film ufficiali. Non posso che concordare.
Quindi ora mi impegnerò a fare un confronto tra le opere, che spero i fan dell’una o dell’altra gradiranno. Mi sembra superfluo dirlo, ma lo faccio per pararmi il lato B: questo articolo è pieno zeppo, stracolmo, veramente GRONDANTE di spoiler parecchio gravi, sia del videogioco che del film. Leggete a vostro rischio e pericolo.

Iniziamo con qualche dato anagrafico. Chi ha preso ispirazione da chi? Dopo aver confrontato gli anni di uscita del libro di Shutter Island (2003), del film (2010) e dei vari capitoli di Silent Hill che ritengo, anche solo minimamente, citati (1999, 2001, 2009) posso dire con quasi assoluta certezza che è Shutter Island ad aver preso ispirazione da Silent Hill, in due tempi diversi. Prima il libro del 2003 che si è ispirato a Silent Hill 2 del 2001 (come storia e tematiche), poi il film del 2010 che si è ispirato a tutti i Silent Hill precedenti (Silent Hill 1  del 1999, il 2 del 2001 e Shattered Memories del 2009), inglobando anche qualche rimando “grafico” e visivo alla saga di Silent Hill.
Iniziamo, subito, infatti, con un’inquadratura che non lascia proprio scampo alle interpretazioni. Il film e Silent Hill 2, infatti, iniziano con la stessa, identica, inquadratura:

E’ qui, nei primi dieci secondi di film, che ho iniziato a pensare all’assonanza con Silent Hill 2. Qui notiamo il nostro caro Leonardo di Caprio che si specchia dopo essersi sciacquato il viso, stessa identica scena di apertura di James Sunderland nel videogioco. Notate proprio l’inquadratura, che in entrambi i casi che ci mostra lo specchio dalla destra del protagonista. Notate l’espressione, che infatti rimanda alle stesse identiche emozioni (poca sanità mentale, stanchezza, tristezza, dolore fisico e psichico). Vi prego anche di notare il chiaroscuro, molto accentuato in entrambe le figure, che in entrambe le opere indica la stessa cosa: la doppia valenza del protagonista, che ha qualcosa da nascondere, un lato oscuro. Prima di procedere, inoltre, vorrei farvi notare che anche la fisicità dei due uomini è pressoché la stessa: maschio, bianco, caucasico, capelli biondicci, quasi stessa pettinatura. E questa potrebbe essere una coincidenza, ma chi lo sa… mi piace credere di no.

Prima di passare alla trama, che rimanda, come già detto, quasi tutta a Silent Hill 2, vorrei soffermarmi su qualcosa di molto più fumoso da spiegare: la sensazione generale del film, l’atmosfera. Questa è presa da molti capitoli diversi di Silent Hill, in qualche caso abbiamo anche ambientazioni identiche. Facciamo una rapida carrellata.

Componente importantissima di Shutter Island è il faro, pressoché identico a quello di Silent Hill 1, ripreso anche nello stesso identico modo. Ma non solo:

In Silent Hill 2 bisogna seguire la luce di un faro prima di scoprire la verità, e lo stesso accade in Shutter Island, che vede il faro come prova finale. Per non parlare, ovviamente, dell’immancabile nebbia fitta.

C’è anche una forte similitudine in quanto alle ambientazioni e ai personaggi secondari: l’ambiente clinico, le infermiere, i medici, spesso visti come “nemici”, qualcuno di cui non fidarsi.

Ancora, troviamo un’abbondante presenza del fuoco e della cenere, tipiche di Silent Hill 1 e 2.

Le grate, la ruggine, tipiche della saga.

In particolare, tutte le scene nel famoso Blocco C di Shutter Island rimandano tantissimo alle prigioni e al labirinto di Silent Hill 2.

Abbiamo anche una forte similitudine con la figura del lago, visto sia come ricordo positivo che come ambientazione macabra… ma su questo punto, vi anticipo subito che mi soffermerò di nuovo in seguito, quando parlerò del significato dell’acqua.

Infine, l’elemento “ghiaccio” di molti flashback di Shutter Island, che non ha potuto non ricordarmi Shattered Memories. Vi vorrei far notare che la bambina ghiacciata è praticamente identica.
Insomma, in generale, l’atmosfera è davvero la stessa. I rimandi visivi credo siano lampanti e quasi spudorati, sembra davvero di essere in una trasposizione cinematografica non ufficiale dei videogiochi. A questo punto credo, semplicemente, che non solo lo scrittore di Shutter Island si sia ispirato a Silent Hill 2 per la trama, ma che anche sceneggiatori e direttori alla fotografia del film, forse sapendo di questa fonte di ispirazione, abbiano cercato foto (o forse anche giocato) alcuni capitoli della saga per rendere anche graficamente la somiglianza. Perché, davvero, se è una coincidenza, allora non sono più sicura di niente nella vita, nemmeno del mio nome.

Ma ora entriamo nel vivo della trama (e degli spoiler. Uomo avvisato…).
Tralasciando tutta la parte visiva, infatti, possiamo notare che la trama è praticamente la stessa. O meglio, è diversa, ma si basa sugli stessi presupposti, tanto che se dovessi fare un riassunto andrebbe bene sia per la trama di Shutter Island sia per quella di Silent Hill 2:

Uomo mentalmente disturbato cerca la verità a proposito della moglie morta, finendo per ricordarsi di esserne lui l’assassino.

D’accordo, l’ho semplificata molto, ma il concetto è questo, per entrambe le opere. E non è un’accusa, attenzione! Infatti ormai Shutter Island è uno dei miei libri/film preferiti. Così come lo è Avatar (anche se è simile a Pocahontas). Non ho mai ritenuto, infatti, che le similitudini di trama possano essere un punto negativo, perché alla fine tutto è già stato detto e scritto, è praticamente impossibile creare una trama DEL TUTTO originale. Questo è il senso della citazione di Goethe che ho messo sotto il titolo del blog: non importa cosa dici, ma COME lo dici. E sia Silent Hill 2 che Shutter Island dicono la stessa cosa EGREGIAMENTE, entrambi aggiungendo peculiarità alla storia, che in buona sostanza rendono i due lavori, diversamente, ma ugualmente capolavori.
Quindi andiamo con una carrellata delle similitudini nella trama.

In entrambe le storie il protagonista ha perso la moglie e tenta di fare chiarezza sulla sua morte. Il protagonista pensa che la moglie sia morta per una causa (per Mary era una malattia, per Dolores un incendio doloso da lei stessa causato) mentre in realtà l’assassino è proprio lui: Mary, infatti, viene soffocata da James e Teddy spara a Dolores. Né James né Teddy, infatti, ricordano il loro crimine e tendono a giustificarsi dando la colpa ad altri fattori. James ci riesce facendo coincidere la morte di Mary con l’inizio della sua malattia (che equivale a dire “Non sono stato io, lei per me è morta quando è stata male la prima volta”), Teddy invece incolpa l’incendio causato da Dolores stessa (“Non sono stato io, lei per me è morta la prima volta che ha tentato di suicidarsi”).
I due protagonisti quindi condividono il disturbo mentale, il rifiuto della colpa, la memoria fallace e il crimine, che è il medesimo, anche se per motivi differenti (James uccide Mary perché non sopportava più la vita risucchiata dalle cure mediche di lei, Teddy uccide Dolores perché lei aveva a sua volta ucciso i loro tre bambini). Entrambi soffrono di allucinazioni e vedono il mondo circostante come loro lo vogliono vedere, ed entrambi capiranno la verità solo alla fine delle proprie opere di appartenenza.
Gli indizi sulla dubbia sanità mentale del protagonista sono sparsi in entrambe le opere, anche se in modo diverso. Ad esempio, James tende a essere distaccato, a non provare emozioni, a volte a fare discorsi insensati, mentre Teddy è fin troppo complottista, paranoico, tende a inventare trame troppo ingarbugliate per spiegare cose semplici. In entrambe le opere è molto simile anche il modo in cui gli indizi ci vengono presentati, e cioè dall’inizio. Il problema è che alla prima giocata/visione si è troppo concentrati sulla trama per rendersene conto, mentre ad una seconda analisi tutto risulta alla luce del sole (ad esempio, James incontra molti cadaveri di sé stesso, mentre Teddy viene squadrato da tutti in modo molto circospetto, visto che hanno paura di lui in quanto malato mentale).

cf6e884c94c4700e3f9080de1cf3e233

Come avevo preannunciato, bisogna fare un rapido excursus sul ruolo dell’acqua nelle due opere. In Silent Hill 2 è presente in innumerevoli punti: spesso piove, ci sono ambientazioni allagate, la stessa città di Silent Hill sorge sulle rive del Toluca Lake e uno dei finali vede il protagonista suicida in acqua. Nel videogioco viene, insomma, vista come un elemento positivo e negativo al tempo stesso: l’acqua è la purezza, il lago è quello che piaceva tanto a Mary, però, come già detto, vede anche una componente suicida in uno dei finali. Bene, lo stesso vale per il film Shutter Island: il protagonista ci mette subito al corrente, infatti, che la sua più grande fobia è l’acqua. L’isola, in quanto tale, ne è circondata, e inoltre si scatena una tempesta molto violenta che non fa che peggiorare la presenza di acqua in tutto il film, rendendo il protagonista sempre più nervoso. Scopriamo, infatti, che l’acqua ha una doppia valenza per lui: bel ricordo di tempi felici insieme a Dolores, in un cottage sulla riva di un lago, ma anche luogo di morte, in quanto la stessa Dolores aveva poi affogato nel lago i tre figli.

Un’altra similitudine è la presenza quasi costante di una bambina da inseguire, come sinonimo di verità e purezza. James infatti più volte si trova costretto a inseguire Laura per proteggerla, e così, allo stesso modo, Teddy ha sogni e visioni di una bambina che lo accusa di non averla salvata quando era il momento. Si scoprirà, poi, essere una dei suoi figli, uccisa da Dolores, mentre ciò non avviene per Laura, che rimane sempre un’estranea.

Bisogna, infine, notare come in entrambe le storie il protagonista identifichi la moglie, almeno per qualche tempo, in un’altra donna, una donna “sbagliata”. James, infatti, da subito nota la somiglianza di Maria con Mary, e così Teddy, per la prima parte del film, tende a sovrapporre il ruolo della moglie Dolores a quello di un’altra donna, Rachel, che poi si scopre essere di sua invenzione… così come Maria, che non esiste se non nella testa di James.
In entrambi casi, poi, bisogna notare come le due interpretazioni della stessa donna abbiano i capelli diversi, mori in un caso e biondi nell’altro: Dolores bionda, Rachel mora. Mary mora, Maria bionda.

Io, boh… direi di aver finito. Forse. Ma forse no.
Sto sicuramente dimenticando qualcosa e me ne dispiaccio, ma comunque credo di aver resto l’idea generale. Spero, insomma, che il mio articolo vi sia piaciuto, anche perché è stato impegnativo a livello di ricerche e a livello di interpretazioni mentali. Spero di avervi messo voglia di rivedere/rigiocare questi titoli. Sappiate solo che io sono innamorata di entrambi e sì, credo, per concludere, che Shutter Island sia il film perfetto mai fatto di Silent Hill 2, sì, anche se è diverso. Come al solito eventuali opinioni sono ben accette (anche se so di aver scritto qualcosa tremendamente di nicchia).
Vi saluto calorosamente, al prossimo articolo!

Lezione 44 – La copertina

Salve pantegane!
Oggi andiamo con una lezione non proprio convenzionale. Parliamo, infatti, della copertina di un romanzo. In tanti mi chiedete come farla, se serve… ecco, diciamo che in linea di massima NO, una copertina NON SERVE a niente, a meno che non vi auto pubblichiate. Già perché se avrete la fortuna di essere pubblicati da un editore è praticamente impossibile che tengano la vostra. Quindi no, la copertina non è necessaria né indispensabile, anzi, nel momento dell’invio del manoscritto all’editore non dovrete nemmeno includerla.

Detto ciò, come scrittrice so quanto è bello vedere un libro veramente completo, in tutto e per tutto, stampato e quindi anche con una bella copertina. Quindi il vostro desiderio è del tutto legittimo. Ma so anche che farsi fare una copertina non è semplice, spesso anzi potrebbe costare parecchio. La soluzione è ovviamente il fai-da-te.

Cominciamo con lo sfatare un mito: NON SERVE SAPER DISEGNARE PER FARE UNA COPERTINA DECENTE! La mia dote artistica in quell’ambito è pari a quella di un gerbillo, sono letteralmente al livello di saper disegnare solo stickmen. Ma ho sempre e comunque fatto io le copertine dei miei lavori, e questo grazie al senso estetico e ai rudimenti di Photoshop. I secondi non ve li posso insegnare ora. Non solo perché, lo ammetto, in un articolo, senza avervi faccia a faccia, non ne sono in grado, ma anche perché non è il luogo adatto: nel resto dell’Internet potete trovare tutorial ben fatti e spiegati meglio di quanto farei io. Andrò volentieri a parlare, invece, del primo fattore, il senso estetico.

Cosa prendo in considerazione quando faccio una copertina, per me o per altri? La prima cosa a cui penso è l’atmosfera del libro, e da lì parte tutto. Pensando attentamente alla storia, al genere del libro, agli elementi caratteristici, si può davvero ricavare molto. Ad esempio: voglio una copertina chiara o una copertina scura? Chiara salta di più all’occhio ma rischia di essere fredda e asettica, scura è più classica e calda, ma rischia di essere meno originale. O, ancora, che immagine di sfondo mettere? Qual è la cosa più importante del libro (un oggetto, un’ambientazione, una persona)? Che sensazione complessiva deve dare la copertina (misteriosa, allegra, seria…)? Che font posso usare per rendere questa sensazione?
A tutte queste cose dovete saper rispondere voi, se si tratta del vostro lavoro, o dovete essere bravi a ricavarle se state facendo la copertina per altra gente, o leggendo il lavoro o chiedendo all’autore. Io qui posso solo darvi qualche esempio per cercare di farvi capire meglio cosa intendo. Descriverò, quindi, il processo creativo di ogni copertina da me creata, che sia per i miei libri o per commissioni.

Per la mia primissima copertina, anche perché ero alle prime armi, avevo deciso di rimanere sul semplice. Avevo cercato di ispirarmi a un antico volume, quando ancora non si usavano le immagini di sfondo. Essendo un Fantasy volevo che desse l’idea di un tomo antico, senza fronzoli, di quelli con gli angoli decorati e protetti da mascherine triangolari di metallo: insomma, un vecchio volume, magari contenente ballate, saghe epiche… Beh, questo è quello che ne è uscito. Ricordatevi una regola generale: alla semplicità dovete compensare con l’elaboratezza, al chiaro dovete compensare con lo scuro. Significa che se avete uno sfondo molto semplice, con il font potete lasciarvi andare a qualcosa di più elaborato (altrimenti semplice su semplice risulterebbe scialbo); e viceversa, quindi se avete uno sfondo molto complesso il font deve essere semplice. Idem per i colori: chiari su sfondo scuro, scuri su sfondo chiaro. Questa che vedete del mio primo romanzo è una copertina estremamente semplice, davvero tutti possono farla. Ma vi assicuro che può svolgere il suo lavoro egregiamente, infatti stampata su supporto rigido la ADORO (come vedete avevo cambiato il colore da nero a bordeaux, per dare ancora di più l’idea di libro antico).

Coleridge's Rime

Passiamo al mio secondo romanzo, Coleridge’s Rime. Genere completamente diverso (fantascientifico/psicologico/distopico), e qui volevo osare di più con uno sfondo. Ma cosa mettere? L’idea migliore è sempre basarsi su un oggetto, un personaggio o un’ambientazione ricorrenti, e nel mio caso era il deserto nord americano, tipico degli stati come Arizona, New Mexico, Nevada e Texas. In più volevo che desse la sensazione di arido, giallo, caldo, soffocante, ed ecco spiegata la scelta di mettere la foto in stile “schizzo” bicromatico (sì perché altro non è che una semplice foto della Monument Valley, modificata solo successivamente per sembrare un disegno). Come dicevo prima, se lo sfondo è più complesso, se “ruba l’occhio” di chi guarda, se insomma l’immagine fa da protagonista, bisogna che il titolo sia più semplice, e in questo caso è appunto più piccolo, in alto a sinistra, quasi fuori inquadratura. Altra regola generale: se potete, se avete spazio libero, non sovrapponete il testo con il disegno! Crea confusione!
Ecco che prontamente vado a sfatare questa mia affermazione:

Storia

Titolo sovrapposto perché non c’era spazio.
Per il mio terzo libro il genere era ancora una volta diverso (Commedia psicologica). Quindi, anche qui, mi sono chiesta quale fosse l’oggetto ricorrente, e le risposte sono state due: la ragazza protagonista e un acchiappasogni. A quel punto mi è bastato trovare un disegno su Google, modificarne leggermente i colori e inserire il titolo, che volevo fosse in stile country, sempre per questione di attinenza allo stile della storia. Siete liberi di usare ciò che trovate pubblicamente su internet, ma attenzione a non violare nessun copyright, nel caso usiate l’immagine a scopo commerciale (ad esempio, auto pubblicandovi. Nessun problema in caso di uso personale).

OK OK

Per il mio ultimo romanzo ho voluto fare una cosa ancora diversa. Ho inserito un oggetto significativo (la maschera da medico della peste) ma ho cercato di fare in modo che fosse una copertina completamente diversa da quelle di solito usate per il genere horror: ecco perché lo sfondo chiaro, venuto quasi per sbaglio. Stavo, infatti, provando in tutti i modi a farlo nero, ma avvertivo che c’era qualcosa che non andava, poi mettendolo in bianco ecco l’illuminazione! Insomma, osate! Non abbiate paura di fare qualcosa fuori dagli schemi!
Da qui in poi vediamo qualche copertina che ho fatto su commissione.

10577068_728975137164280_1099037601546891405_n

Questa è la copertina che ho fatto per il libro di mio padre, come potete notare dal cognome dell’autore. Libro storico, quindi ho cercato un’immagine storica. Ma qui vorrei porre l’accento sui colori: il titolo infatti è dello stesso identico colore della fascia rossa sulla spada. Riprendere i colori di certi particolari darà sfarzo alla vostra copertina!

10494705_713142375414223_7391256214539478675_n

Questo è il fantasy di una mia amica. La storia si incentrava molto sul proteggere la natura, da qui l’idea di mettere un albero in copertina. Viola è semplicemente il nostro (sì, di entrambe) colore preferito, e il simbolo in basso a sinistra è voluto dall’autrice stessa (da lei disegnato). Anche questa non era che una foto che poi io ho modificato. Qui attenzione a un’altra cosa: la disposizione del titolo. Se avete un titolo piuttosto lungo, non abbiate paura di fare un “collage”: le parole meno importanti più in piccolo, le altre in grande. Il tutto posizionato in modo da creare un equilibrio piacevole alla vista, ma non per forza lineare.

10500534_713142232080904_5863872838548728992_n

Anche questa, copertina su commissione per un amico. L’immagine è di internet, ma molto modificata in quanto per dare sensazione di mistero ho dovuto cancellare e mettere in ombra buona parte del viso della ragazza. Poi, come dicevo anche in precedenza, notate i colori delle scritte che sono ripresi dagli occhi di lei. Ricordatevi sempre che, a meno che non siate Stephen King, il titolo va sempre più grande del nome!

Bene, in realtà ce ne sono altre, ma quello che dovevo dire l’ho detto. Spero vivamente che la lezione sia stata (un pochino) utile. Non esitate a chiedere consigli, se vi servono! E magari possiamo anche lavorare insieme a qualcosa, se siete in difficoltà con il fotoritocco.

Alla prossima lezione!